La sua Australia: Karla Spetic.

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Bello.

Mi sono imbattuta nelle immagini relative al lavoro di questa stilista australiana di Sidney quasi per caso. Si chiama Karla Spetic e mi ha subito trasmesso una sensazione di grande freschezza.  Mi sembra che raccolga a piene mani l’esperienza di spazio e luce della sua terra d’origine.

Mi piace l’attenzione per i dettagli, certi piccoli, insoliti particolari. L’uso delle stampe che raccontano una storia.

Il suo è un lavoro minimale, ma non minimalista.

Le visioni di Iris van Herpen.

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Bello.

Mi è tornato in mente questo progetto di Iris van Herpen: Cristallisation collection.
Sarà che ultimamente l’alta moda mi sembra il vero e -quasi- unico ambito in cui si possa davvero parlare di novità e sperimentazione, o forse saranno le parole della designer olandese, che mi hanno incuriosito davvero:

Questi abiti simbolizzano per me la magia incomprensibile del corpo. Spesso mi chiedo se in futuro indosseremo abiti materiali, oppure qualcosa che è visibile, ma non tangibile.

Incredibilmente accattivante, l’idea dell’abito come un ologramma da indossare. Una possibilità che apre scenari immensi, cambiamenti anche nel modo di pensare la moda.
Adoro i visionari.

L’alchimista dell’alta moda.

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Bello.

Leggendo la biografia di Stèphane Rolland si capisce come mai mastichi stupendamente bene il linguaggio della haute couture:  quattro anni da Balenciaga, poi dieci anni da Jean Louis Scherrer, esperienze importanti da costumista..

Il risultato sono abiti poetici e stranamente anche rigorosi. Difficile connubio che si regge sul filo di lama. possibile solo in casi eccezionali.

Questo è uno di quei rari casi eccezionali.

Louis Vuitton: la lode del conformismo.

Louis Vuitton - Runway - PFW F/W 2013

Brutto.

Certo dire brutto per l’ultima collezione di Louis Vuitton pare azzardato, in effetti non è tanto agli abiti che si riferisce il termine, quanto piuttosto a un’attitudine, un vizio di forma e di concetto.

La moda che propone questo brand non apporta alcuna novità, si può dire che non lascia segni dietro di sè. Semplicemente si conforma alle richieste della clientela. Una clientela decisamente agiata, con idee ben precise riguardo a come apparire. Evidentemente non una clientela particolarmente attenta al significante, quanto piuttosto allo status symbol, -parola che sembrerebbe antiquata, ma chiaramente così non è-.

Marc Jacobs con questa collezione non rischia una cippa, si può dire che scivola via come il velluto, complice la scenografia, la presenza di una guest star come la Moss, ma soprattutto gli abiti che potevano andar bene dieci anni fa, così come tra dieci anni.  Sufficientemente retrò, adeguatamente eleganti, con quel pizzico di audacia che non guasta mai.  Insomma normalmente anonimi, anche se subito non si nota.

A riprova di quanto sia noiosa la collezione mi viene in mente che c’è voluto lo “scandalo” (?) del video con le modelle/puttane e la notizia dei cinquant’anni del direttore artistico, per dare un pò di sapore al brodo.

Dark lady goes white.

Ida Klambornida_klamborn_2

Bello.

Non so molto di Ida Klamborn, a parte che è nata in Svezia. Ma d’altra parte per una stilista quello che conta sapere arriva dai vestiti che disegna.  Quello che ho visto di lei mi arriva forte e chiaro e devo dire che risalta in mezzo a molti altri vestiti che non mi parlano affatto.  Credo che questo basti e avanzi.

A questo punto non mi serve sapere altro.

Blogging style.

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Brutto.

Ancora sulla diatriba aziende vs blogger.  L’immagine dell’ultima campagna di Hilfiger mi ha subito fatto pensare a certi post sui fashion blogs, fatti incollando accessori e outfit.  Una evidente scopiazzatura, in termini di immagini, di molti redazionali di riviste.

Mi sono chiesta che senso ha per un blog riproporre una modalità del cartaceo, anzichè cercare una strada autonoma che lo distingua?  E ancor più per un’azienda storica (se ragioniamo in termini americani), che senso ha scopiazzare le modalità blogging di stile copia/incolla?

La risposta la so. Ma mi ha proprio stufato.