Quando retrò vuol dire tornare indietro..

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Brutto.

Lo so, mi tirerò dietro gli anatemi dei tanti (troppi) estimatori di Christian Dior = Dieu+Or.   Ma non posso trattenermi, l’ho già scritto altrove che ritengo questo couturier sopravvalutato, come lo sono molte altre autorevoli figure (Picasso, per esempio -altro anatema!).

La mostra al Museo di Granville Impressions Dior mi dà una ulteriore conferma di quelle che sono le mie “impressioni”.

Impressionismo e Dior, originale trovata, non c’è che dire.. I fiori e gli abiti corolla, altra novità.  Insomma, io credo che se davvero questo couturier ispira accostamenti talmente scontati, allora forse non c’è molto altro da dire.
Peccato che a dirlo sono già in troppi da oltre cinquant’anni.

Insomma cos’è il design? Pura estetica? Tutto qui?
E cos’è un abito? Un oggetto solo da guardare? Forse per un uomo può essere, lui non deve indossarlo dopotutto.
Ma possiamo ormai archiviare le questioni di estetica pura, già ampiamente dibattute, possiamo considerare la moda, e quindi gli abiti, da punti di vista innumerevoli e decisamente più interessanti -io credo di si-.
Possiamo, in definitiva, smettere di stupirci e restare ammaliati davanti a un vitino di vespa e una gonna gonfia come quelle delle principesse nelle favole.

Sono convinta che in quelle favole le principesse non devono fare poi una gran bella vita con quegli abiti addosso.

La trappola del giovane stilista rampante.

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Brutto.

Rifletto oggi sulla misura e la qualità dell’ego degli stilisti contemporanei. Mi è capitato di esprimere un’opinione negativa su uno di loro (in uno spazio pubblico, Facebook per intenderci) e di sentirmi rispondere più o meno così: -Anche il tuo lavoro non è un granchè-.
Ci sono rimasta male? No.
Mi ha fatto sorridere? Si.
Un pò come con i bambini, che se non li accontenti allora non ti vogliono più bene.

Che senso ha un ego che non prevede il confronto e quindi anche le critiche?
Davvero ci sono stilisti convinti di dover piacere a tutti?
E poi, ancora, poichè su Facebook esiste come unica opzione il -mi piace- questo significa che il -non mi piace- non è contemplato?
Nel tempo, riguardo al mio lavoro di SS (sarta/stilista) mi sono sentita dire molte cose, qualcuno mi ha anche definita un bricoleur. Ho incassato e cercato di riflettere.
Le critiche non piacciono, ma di solito fanno bene.

Credo che da molto tempo il mondo della moda abbia smesso di esercitare autocritica e questo non è un buon segno, semmai un campanello d’allarme. Il sintomo di un autoreferenzialismo tronfio. Il sintomo anche di chiusura.

Ma nel chiuso le idee non hanno aria per respirare e può succedere che muoiano soffocate.

Gioielli per pensare: Eina Ahluwalia.

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Bello.

Eina Ahluwalia è una jewellery designer indiana che disegna gioielli che sono intenti: preziosi distillati di filosofia personale.  Uno dei suoi sogni è quello di ricoprire d’oro il corpo delle donne, e quando parla di oro credo che non intenda solo il metallo.

Per i suoi gioielli usa parole importanti, usa il muscolo del cuore e poi spalanca porte, proprio lì, sul cuore.  Love, respect, protect.  Come un mantra buono, che vale la pena ripetersi..

Del suo lavoro dice:  il processo creativo comincia con tanto caffè e tanta angoscia. Devo raggiungere dentro di me e poi vagliare innumerevoli pensieri e idee prima di trovare quella storia giusta, che ha bisogno di essere condivisa.

 

 

Vittime illustri – II

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Brutto.

Che Yohij Yamamoto fosse un uomo travagliato (seppure un grande maestro), si era capito da un pezzo.  Ma una delle sue ultime interviste mi ha comunque dato ancora da pensare..

L’ha rilasciata a Berlino, in occasione della mostra con sfilata Cutting Edge in cui ha presentato 36 dei suoi look, direttamente dall’archivio personale.

Nell’intervista parla spesso di sua madre, non in termini favolosi.. (la signora, ultra-novantenne è ancora in vita oltretutto).  Una madre vedova, che, a quanto pare, deve averlo condizionato pesantemente:

Sono una grande vittima delle donne. Sono stato controllato dalle femme fatales per oltre 60 anni. E lo sono tutt’ora.   Amo le donne, ma nello stesso tempo le odio.  Voglio vendicarmi.  la ragione per cui ho continuato a lavorare finora è la vendetta.

Parole pesanti, che fanno pensare a una provocazione. Ma nei confronti di chi? Di una madre con cui ancora (?) fatica a fare i conti? Di un mercato che sente sempre più distante e incomprensibile? E’ un peccato che un esteta del silenzio quale lui è stato (o è ancora) stenti a ritrovare questa dimensione.

 

                                                                                                                                      

Barbara Casasola et son attitude.

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Bello.

Barbara Casasola è una stilista di origine brasiliana ma con un bagaglio internazionale: ha studiato a Londra e a Firenze e ha lavorato per Cavalli, Sonia Rykiel, Lanvin e Chloè.

E’ definita come una giovane promessa, ma io credo che abbia già un talento abbastanza maturo e uno stile sicuro, tanto da farle affrontare un’ispirazione come quella con Madame Grès. Ispirazione, appunto, e non un copia/incolla o, ancor peggio, un tributo reverenziale.  I suoi abiti sono il distillato di una personalissima visione della storia a cospetto con la modernità.  Ed è per questo che può permettersi di accostare a Madame Grès uno stilista come Helmut Lang ( un azzardo ispirarsi contemporaneamente ad entrambi..).

Nella sua moda si respira eleganza, sarà per quelle lunghezze insolite, o forse per il raffinato gusto per i colori. La modernità si avverte poi nell’attitudine dei suoi abiti per il movimento, ma anche per la sensazione di una vestibilità perfetta. La stilista dice di non amare le cuciture laterali, e a me, guardando i suoi abiti e sentendo questa affermazione è venuto istintivo pensare a un’altro grande nome: Madeleine Vionnet.

Be stupid.

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Bello?

Dopo un paio di anni dalla sua uscita ho finalmente trovato un pò di tempo per leggermi il libro di Renzo Rosso Be stupid . for successful living.  Diciamo subito che si legge in mezza giornata -un giorno al massimo-.  E’ un pò il resoconto del suo percorso professionale e creativo visto attraverso la lente di quella che è stata la sua campagna pubblicitaria più famosa.

L’alter ego di Rosso è Guido Corbetta che analizza ogni capitolo cercando di trarre una sorta di sintetico insegnamento da ogni tappa della storia di Diesel.

Proprio gli interventi di Corbetta, insieme alle lettere degli amici sono la parte più stucchevole del libro.  Quello che non mi piace di Rosso è questa tendenza ad atteggiarsi a guru, così come in generale non mi piacciono tutte le cosiddette tribù. Ancor meno quando il tutto nasce da un fenomeno pur sempre commerciale..  Renzo Rosso è senza dubbio un bravo imprenditore, un uomo lungimirante e coraggioso a modo suo, ma il fine ultimo di tutto il suo lavoro è comunque quello di vendere abbigliamento.  Quando dice, tra le righe, che preferisce non pubblicizzare i suoi interventi di beneficenza e poi spiega esattamente quali sono e lo scrive nero su bianco, beh, trovo che ci sia almeno una contraddizione.

Scrivere un libro per raccontare la propria filosofia di vita collegata alla produzione di jeans, quando la stessa filosofia è già stata ampiamente veicolata da una lunga campagna pubblicitaria..  Che senso ha?  Forse il tentativo di santificare il tutto?

Trovo che uno stupido, come si autodefinisce Rosso, dovrebbe possedere una qualità, prima di tutte le altre, imprescindibile: quella di non prendersi troppo sul serio.