Valentino alta moda.

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Bello.

I fatti, non le parole.

Non gli effetti speciali:  dj-mangiafuoco, ballerine di can-can, immagini oleografiche in 3D, musiche di altri pianeti..  Tutte cose magnifiche e gradevolissime, ma in fondo inutili, se servono a coprire la mancanza di idee, o quell’unica idea che è sempre la stessa.

E’ vero, si chiama anche circo ed è chiaro che lo spettacolo fa parte del pacchetto.  Ma cosa succede se lo spettacolo prende il sopravvento?  Possiamo chiamarli stilisti-entertainers?  Una nuova veste, un nuovo corso della moda (del business?)..

Potrebbe essere la soluzione. Sfilate come spettacoli fini a se stessi.  I vestiti in fondo sono poca cosa:  assemblaggio di pezzi di tessuto.  E’ il concetto quello che conta, no?  Gli stilisti si sentono artisti, gli artisti fanno gli stilisti.  Concettuali, naturalmente.

E i giornalisti applaudono, perché questo è il loro ruolo.

Quando l’allievo non supera il maestro.

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Brutto.

Dopo sospirata attesa ecco il risultato del travagliato parto (no, non si parla qui del real-baby!):  Lacroix per Schiaparelli ha prodotto il topolino.

Purtroppo si, e non si tratta solo di quell’allestimento discutibile: una specie di giostra kitsch con manichini che sembrano arrivare dalle vetrine dell’Upim.  No, il punto è che già a leggere le dichiarazioni dello stesso stilista si ha la sensazione che qualcosa non quadri. Dichiarazioni sulla difensiva, come a voler giustificare in fondo l’impossibilità di eguagliare il talento della Schiap, o almeno non sfigurare davanti a siffatto confronto.  Da una parte spiega di non aver voluto replicare i capi-simbolo della defunta maison, dall’altra sembra confessare di essere in qualche modo rimasto schiacciato da una tale eredità.  Fa quasi tenerezza quando racconta di aver sentito lo spirito di Elsa aleggiare nelle stanze della maison.  Niente di più scontato..

Ma in fondo che cosa sono se non delle repliche quell’aragosta in bella vista e quel cappellino a cono?  Tra l’altro non mi sembra che siano stati nemmeno tra le creazioni più eclatanti della stessa Schiaparelli.. Mentre il tentativo di distanziarsi produce quei pouf sulla testa, che mi dispiace, ma non si possono proprio vedere.

La mia sensazione sconcertante è che Christian Lacroix in fondo della Schiaparelli sappia non molto se questo è il risultato.  Poco tempo a disposizione?  Troppa pressione?  Un’eredità troppo ingombrante?  Scarso budget?

Eppure lui stesso dichiara che la couturier è stata da sempre fonte di ispirazione.  Allora dovrebbe sapere che Elsa Schiaparelli è stata l’inventrice delle collezioni a tema, mentre la sua sembra un’accozzaglia di temi svariati.  Certo, si dirà, 18 pezzi unici, troppo pochi per esprimersi compiutamente.

Oppure no?

Déjà vu

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Brutto?

Sono delusa.  Da uno come Giambattista Valli mi aspetterei ben altro che la classica principessina con tanto di pseudo-coroncina in testa.

Il fatto che l’alta moda sia sogno non significa necessariamente scadere nella favola banale e perdipiù senza nemmeno qualche guizzo di audacia.  Non mi bastano quei ricami senz’altro mirabili, né quelle volute di tulle.  E se per audacia si intende far bella mostra delle gambe, beh, allora siamo messi male..

Qualcosa si salva, certo, ci mancherebbe.  Ma non sento emozione, magari sono sorda. Sarà tutto quel bianco, talmente glaciale, o magari uno scontato uso delle decorazioni.  Peccato davvero, di questo stilista ho amato non poche collezioni.  Ma a volte capita di non aver molto da dire.

Il guaio è che la moda non ammette interruzioni, o meglio, le ammetterebbe, basta uscir fuori dal coro.

Retro-gusto.

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Brutto.

Cosa è successo a Balmain?  Siamo ripiombati in pieno delirio anni ’80 dove una specie di wonderwoman affetta da fashion-vittimismo si lascia andare perdipiù a qualche nostalgia disco..  Roba da pazzi.

Sono persino commossa da tanta audacia, se non fosse che quei pantaloni non si possono davvero vedere nemmeno sulle filiformi mannequin, figuriamoci sulle normalissime donne curvo-dotate. Per non parlare dei pulloverini effetto angora con incorporate spalline. E che spalline!

Peccato, perché alcuni pezzi notevoli per la scelta dei colori e per le lavorazioni, passano decisamente in secondo piano.

Troppo raso, troppa carta di cioccolatini, troppi cristalli.  Se è vero che il minimalismo è out, allora il massimalismo è over.

Haider Ackermann: il talento che si vede.

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Bello.

Haider Ackermann è nato in Colombia ed è stato poi adottato da una coppia francese cosmopolita -e l’attitudine al mondo è evidente nel suo lavoro-.  A leggere la sua biografia si direbbe sia uno a cui la vita non ha regalato il successo e a guardare la sua faccia se ne ha la conferma.  Ma prima di tutto per lui parlano i suoi abiti, che non sono fuochi d’artificio: tanto rumore, tanta scena e stop.

Il mestiere c’è e anche qualche idea ben riconoscibile.  La sua ultima collezione sembra un inno alla donna androgina. Questo non significa una negazione della femminilità, al contrario Ackermann dimostra di amarle le donne, per questo manda in passerella una Marlene Dietrich contemporanea, un po’ sprezzante, sicura di sé, tanto da non cedere a un tipo di sensualità scontata.

C’è un atteggiamento, nella donna immaginata da Ackermann, che mi piace molto: si muove con nonchalance, si prende un po’ in giro, sapendo di poterselo permettere. Gioca a fare la seduttrice, ma con un’aria un po’ selvaggia. Trasandata, ma non troppo.  In fondo è una donna sincera.

E onesto è il lavoro di questo stilista, che non ci gira troppo intorno, non gli interessa il dettaglio inutile. Preferisce concentrarsi sulla resa di tessuti di qualità, sul taglio esatto.

Vederlo poi comparire alla fine della sfilata, con il suo viso da indio e la sua aria da chi sembra lì un po’ per caso, fa pensare a un talento privo di orpelli teatrali; una vera rarità, a dirla tutta.

L’amore e il rispetto per le donne si leggono in modo evidente nelle sue dichiarazioni:

“..disegno pensando a una donna che siede da sola nella penombra di un bar ed è in attesa di qualcuno; una donna che il suo aspetto riservato rende ancora più bella e affascinante”.

I trucchi del prestigiatore.

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Bello.

Quello che mi convince nella collezione Artisanal di Maison Martin Margiela è la grande presunzione di rendere omaggio al tempo e alla storia, che lasciano tracce spesso affascinanti.  Per perseguire questo scopo l’esclusività non è sufficiente, il minimo indispensabile è l’unicità.

Per questo ed altri motivi la Maison che prende le distanze ideologicamente e in modo deciso dal passato (o dalla moda passata) finisce per ricongiungersi a un certo criterio di fare moda.  Non è certo un caso il nome Artisanal, che rievoca un attitudine antica e ripulita da bagliori fashion.  E’ un po’ come la chiusura di un cerchio ideale: si parte da un punto per allontanarsi il più possibile, e poi lentamente riconquistare l’origine, o meglio il nocciolo puro originario.

Martin Margiela si è ritirato a vita privata, almeno così pare, ma deve aver lasciato ottimi discepoli, che sembrano voler andare un po’ oltre il seminato. E questo mi sembra un bene: le repliche annoiano a morte dopo un po’.

Quello che non mi convince sono quei volti perennemente celati. Quasi a voler rimarcare un marchio di fabbrica, di cui sinceramente non ci sarebbe alcun bisogno.

Dalla Russia con stupore.

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Bello.

Confesso che di Ulyana Sergeenko non sapevo nulla prima di vedere per caso uno dei suoi abiti di alta moda. Poi ho scoperto che si tratta di uno dei personaggi più paparazzati del momento, vera beniamina dei blogger più cool.  Confesso anche che dopo averlo scoperto la voglia di scriverci un post mi era già passata.  Ma siccome ho questo pessimo vizio di essere intransigente con me stessa, sono andata a guardarmi un po’ di sfilate.  A quel punto non c’era più storia.

E’ vero, la Sergeenko ha questa faccia da bambolina russa che sembra finta, ha inoltre questo difetto di essere milionaria e poi pure una socialite (che dalle mie parti equivale quasi a una bestemmia), per non parlare del fatto che non perde occasione per farsi fotografare con mise accuratamente selezionate.  A parte tutto questo gli abiti che propone sono decisamente belli.

Abiti da zarina, dove la femminilità non è un accessorio improvvisato con porzioni più o meno estese di corpo visibile; al contrario è un segreto da tenere celato, che però splende di luce propria.  Mi piace quel prendersi cura orgogliosamente delle sue origini: non c’è dubbio che quegli abiti arrivino dalla patria di Dostoevskij.  E’ evidente che le sue collezioni svelano una Ulyana che non è solo quella data in pasto ai frequentatori del circo della moda, altrimenti non si spiegherebbero certe reticenze e ancor meno certi certosini dettagli.  Ma soprattutto non si spiegherebbe quell’eleganza severa, a volte persino austera, condita di colletti come gorgiere e cappe medioevali.

Ancora una volta devo ammettere che nulla -o quasi- è come sembra.