Visionari. 1

serge lutens 3                                                                      Serge Lutens

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Bello.

Serge Lutens appartiene senz’altro alla categoria dei visionari, coloro che non hanno bisogno di descriversi per raccontare la personalissima idea di bellezza, basta ciò che creano.  Eppure una qualche descrizione alla fine l’ha fornita lui stesso:

La bellezza odia le regole.  L’unica regola dell’arte è non avere regole per dare vita alla belezza.

Beauty hates rules. The only rule of art is not to have rule to give life to beauty.

Molti conoscono e apprezzano Lutens come profumiere raffinatissimo (per anni ho amato i suoi Fleurs d’oranger e Datura noir), ma nella sua biografia c’è molto di più: ha lavorato a lungo per Vogue Francia e per Dior. Diana Vreeland lo definiva ‘rivoluzionario’. Ha lavorato a fianco di fotografi mitici come Avedon, Richardson e Penn e da loro deve aver appreso la tecnica che ha poi messo al servizio delle sue visioni in immagini, esposte anche al Guggenheim di New York.

Ha girato cortometraggi indimenticabili, vincendo due Leoni d’oro a Cannes.  Le sue immagini per le campagne pubblicitarie di Shiseido hanno accompagnato la mia adolescenza facendomi sognare e distinguendosi da tutte le altre. Così avanti, così fuori dagli schemi per quelle donne androgine e stilizzate come fumetti.

La sua idea di bellezza assomiglia a quei distillati di essenze pure di cui è maestro nell’arte della profumeria: poche gocce che racchiudono un mondo, una filosofia.

Anche lui, come già fece Yves Saint Laurent, ha fatto di Marrakech la sua casa. Per chi ha visitato la città, non è difficile capire il perché: la città dove gli odori si uniscono ai colori.

La sua ultima creazione è un’acqua, l’Eau Serge Lutens, come dire tornare al principio; il riassunto olfattivo in cui tutto si dissolve.

Visto e archiviato.

On aura tout vu 1Orfani di McQueen.

 

On aura tout vu 2Pastiche di Balenciaga e Gaultier.

 

On aura tout vu 3Matrimonio al gay pride.

 

Brutto.

On Aura Tout Vu hanno recentemente sfilato a Parigi, utilizzando per la loro alta moda qualcosa come: 12.000 elementi in resina, 40 mt. di LED, 5.000 cristalli e.. (aggiungo io) una quantità indefinita di luoghi comuni. Compreso quello che hanno dichiarato nelle interviste:

“Senza luce non c’è ombra e viceversa”.

La boite à musique.

viktor &rolf 1

viktor &rolf 2

Bello?

Questa tornata di sfilate dell’haute couture parigina sembra volgersi continuamente verso le due grandi couturier rientrate ufficialmente, dopo lungo oblio, nel novero delle importanti maison. Se da Margiela aleggiava lo spirito di Schiaparelli, da Viktor & Rolf non si fa fatica a riconoscere un tributo (più o meno cosciente o voluto) a Vionnet.  Le danzatrici professioniste dell’Het National Ballet di Amsterdam portano in scena le ballerine statiche dei carillon, che ricordano solo vagamente  quella Isadora Duncan scarmigliata e lunare che rivoluzionava la danza, proprio nello scorcio di ‘900 in cui Madeleine Vionnet, la grande innovatrice della moda, metteva mano alla liberazione del tessuto utilizzandolo in sbieco.

Il duo di stilisti ci aveva abituati a sfilate decisamente più barocche. Qui la decorazione è addirittura solo disegnata, come superflua su un total-cipria. Giusto un ricordo.  Conta la luce, la posa assente, ma molto studiata.  Forse è un ripensamento su anni fin troppo carichi di lustrini e strati di tessuto.

Se così fosse non sarebbe un male. Quello che mi lascia qualche dubbio è l’accostamento a Vanessa Beecroft, che qualcuno ha azzardato.  Un’artista fin troppo in odore di moda..

E poi quel quadro finale, con lo sfondo del cartellone pubblicitario dell’ultimo profumo. Mon Dieu! Dopo tanta sofferta raffinatezza, che caduta di stile.

Maison Martin Margiela – Shocking couture.

Maison Martin Margiela 2015 1

Maison Martin Margiela 2015 2

Maison Martin Margiela 2015 3

Bello.

Strano l’effetto che mi ha fatto l’ultima sfilata di alta moda di Maison Martin Margiela.. Ho subito immaginato che sarebbe piaciuta da matti a Elsa Schiaparelli.  Proprio qualche giorno dopo il defilè che usa il nome della stessa couturier.  Sarà un caso?  Forse da un’altra dimensione la Schiap si è divertita ancora una volta a confondere le acque.

Ma questa collezione, secondo me, mette ancora di più in luce l’inadeguatezza di quell’altra. Dimostra che originalità, leggerezza e ironia sono possibili. Senza prendersi troppo sul serio, ma facendo comunque un buon lavoro.

Proprio come faceva la mitica Schiap.

Vionnet o della semplicità.

0005-1920

Bello.

Questo è uno dei primi modelli in sbieco realizzati da Madeleine Vionnet risalente agli anni ’20.

Il sogno della couturier era un abito con una sola cucitura e con questo abito ci andò abbastanza vicina (4 cuciture: centro davanti, centro dietro e fianchi).   Hussein Chalayan deve aver tenuto presente la semplicità quasi elementare di questo modello per le prime uscite del defilè in cui esordisce alla direzione artistica per l’alta moda di Vionnet.  Semplicità non vuol dire necessariamente poca sostanza, a volte occorre una certa dose di coraggio per non farsi abbagliare dalla smania di aggiungere.

Madeleine Vionnet era regina indiscussa della tecnica sartoriale, una delle ultime vere inventrici in fatto di forma e lavorazione sartoriale. Talmente colta da essere in grado di applicare la matematica alla sartoria: sezione aurea, spirale logaritmica.  Per questi ed altri motivi ho trovato molto appropriata la scelta di Chalayan alla guida di questa storica maison. Lui che ha sperimentato forme in movimento, abiti trasformisti e materiali del futuro.

Ecco alcuni outfit della collezione:

vionnet 2015 1

vionnet 2015 2

Semplicità, dicevo; a qualcuno potrà apparire una moda spoglia, vista anche la scelta dei colori. Credo che questi abiti abbiano bisogno di una visione in movimento, solo così ottengono il risultato che immagino di intuire: confondersi con il corpo, diventare un tutt’uno con il corpo. Anche in questo caso mi torna in mente un’altra immagine del passato: quella di Isadora Duncan che danza seminuda, non a caso una delle grandi estimatrici e clienti di Madeleine Vionnet.

Penso che Chalayan abbia lavorato molto sotto un profilo prettamente culturale piuttosto che formale. Il risultato non è immediatamente percepibile, e anche in questo si avvicina molto alla fondatrice del marchio, i cui abiti spesso erano difficili da capire a una prima occhiata. Bisognava indossarli per rendersi conto di quanto in realtà fosse complesso e innovativo il lavoro sotterraneo da cui nascevano.

L’alta moda è frutto di ingegno e dettagli che si proiettano all’infinito verso la perfezione, solo così ha senso. Sono convinta che osservare un abito da vicino sia quasi l’unico modo per coglierne il vero valore: ci sono lavorazioni che richiedono competenze o un occhio allenato. Il lusso contemporaneo è in questo senso molto diverso dal passato, dove spiccavano i metraggi di tessuto e la vastità dei ricami.

Il vero lusso di questa alta moda è un vero ossimoro: la semplicità delle cose complesse.

The man I love.

marras uomo 2015Antonio Marras

Carven 2015Carven

Givenchy 2015Givenchy

Kris van Asche 2015Kris Van Assche

Umit Benan 2015Umit Benan

Bello.

(Tutte le immagini da Vogue.it)

Niente pantaloni a pinocchietto: se il taglio è esatto cadono bene anche se si appoggiano leggermente sulle scarpe. Niente giacche striminzite che sembrano quelle smesse dal fratellino. Niente cappotti portati a mò di mantella, né sciarpe che toccano il pavimento. Niente pantaloni super-slim abbinati a capi- spalla over, tendenza che ha davvero stufato. Insomma, un po’ di stile, ma senza strafare.

E’ così difficile?

Se questa è Elsa – Se questa è alta moda.

Schiap 1

Schiap2

Brutto.

In molti attendevano il debutto di Marco Zanini per Schiaparelli. In molti avevano applaudito ancor prima di vedere i risultati, basandosi sulle dichiarazioni e sugli intenti.  Pessima idea, secondo me: conviene sempre tenere a mente che verba volant.

Quello che non comprendo è come si possa parlare di ‘alta moda’ in questo caso, quando ci sono collezioni di pap (vedi Valentino, McQueen) assolutamente superiori dal punto di vista della tecnica.  Saltano all’occhio (anche al mediamente esperto) innumerevoli ‘difetti’ e vere e proprie imperfezioni.  Ma non è tutto, Elsa Schiaparelli fu la prima a proporre collezioni a tema, dimostrando come fosse feconda la sua fantasia e capacità di variare partendo da una sola ispirazione, ma tenendo ben strette le redini della coerenza di risultato.  Zanini si permette di scardinare il sistema, producendo un insieme di abiti eterogenei e slegati tra di loro. Dichiara di aver voluto dar voce alla figura di Elsa, donna indipendente e avventurosa, attraverso outfit che fossero la rappresentazione di diversi tipi di donne.  Il risultato è l’assoluta predominanza delle modelle sugli abiti.

Lo stile è poco incisivo, i riferimenti ci sono (anche se lo stilista dice di non aver voluto attingere granchè), ma sono senza forza, come svuotati dall’interno. Non si avverte ironia e nemmeno leggerezza. Questo si che è un peccato mortale, parlando di Schiaparelli.

Naturalmente tra i giornalisti c’è già chi tenta la scalata sugli specchi, per non dover dire quanto sia misero questo exploit. D’altra parte nemmeno in occasione del precedente e pessimo esordio di Lacroix c’erano state lamentele (anche se qualcuno adesso osa accennare). Mi aspetterei un poco più di coraggio..