Nostàlgia.

veletta 1

veletta 2

Myrna Loy, 1932

veletta 3

Agnes Ayres, anni ’20

veletta 4

Bello.

Lo so, farò la solita figura di quella un po’ retrò, anzi proprio vecchia (come dice spesso mio figlio!), ma io adoro le velette. Confesso di averne anche una piccola collezione, che raramente sfoggio: mi sentirei troppo osservata.

Però amerei possedere un pizzico di esibizionismo in più per potermene fregare degli sguardi della gente e con nonchalance andarmene in giro con il volto velato. Cosa che tra l’altro funziona meglio di Photoshop!

Le ultime sfilate hanno riproposto questo accessorio, appoggiandolo persino su berretti di lana. Io però continuo a preferirlo nel modo più classico: con piccoli cappelli o semplici acconciature.

Non si può, né si deve, secondo me, snaturare un concetto così affascinante come quello del mistero. La veletta, che mette una distanza effimera eppure efficace tra sé e il mondo, rimane per me l’oggetto del sogno. La rappresentazione bellissima di una moda che se ne infischia di necessità e velocità.  Lontana anni luce da questo tempo, vicinissima però al concetto più puro di moda.

Solo profumi e balocchi per te.

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Brutto.

L’ultima sfilata di Dolce & Gabbana a Milano per l’autunno inverno 2015-16 mi ha strappato qualche sorriso. No, non di compiacimento, piuttosto di divertimento.

Immaginavo che il duo di stiliti avesse ormai toccato tutti gli argomenti da classica macchietta italiana nel mondo, ma mi sbagliavo.  Non avevo considerato l’argomento principe, quello che fa dei nostri rampolli, i più sdolcinati del pianeta: la mamma.

E quindi mamme come se piovesse, con relativa prole in braccio, per mano o nel pancione. Orgogliose della loro “mammitudine” tanto da farsi scarabocchiare i vestiti con disegnini e letterine di eterno amore.  Gli stilisti, non ancora soddisfatti dell’effetto, inondano gli abiti di consuete rose rosse da festa della mamma e per chiarire il concetto a chi davvero fosse duro di comprendonio, scelgono come sottofondo musicale “Viva la mamma!” di Bennato.

Ma torniamo ai vestiti.  I cliché del marchio, neanche a dirlo, ci sono tutti: pizzi, Madonne e fiori.  Gli abiti denunciano una clamorosa mancanza di idee e non bastano quelle scritte a grandi lettere e quella profusione di rose a distogliere l’attenzione da una collezione poverissima di  novità, anche e soprattutto dal punto di vista sartoriale.

Sono quasi sicura che il parterre si sarà commosso fino alle lacrime; d’altra parte, devono aver pensato gli stilisti, tutti hanno una mamma

Spider Dress.

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Bello?

E’ una designer di Vienna e si chiama Anouk Wipprecht e fa parte di quel gruppo di creatori di moda che utilizzano la tecnologia alla ricerca di nuove strade.  Sperimentando, mischiando competenze, utilizzando metodi e materiali lontani da quelli classici.

I suoi sono abiti robotici, dotati cioè di sensori che interagiscono non solo con chi li indossa, ma anche con l’ambiente circostante e quindi, in situazioni di pericolo, assumono posizioni di difesa e di attacco.

Sono abiti realizzati con stampanti in 3D di ultima generazione, ispirati alla morfologia dei  ragni. I sensori (20 in tutto) si basano sul ritmo del respiro e sul livello di stress di chi li indossa, in modo che in situazioni particolari, gli arti meccanici che li compongono, si raggomitolano o si estendono, imitando appunto i movimenti dei ragni.

Sconsigliati per coloro che soffrissero di fobia per questi insetti, effettivamente sono abiti che mostrano un aspetto ben poco rassicurante e quei lunghi artigli si immaginano anche piuttosto pericolosi.  In realtà, sono abiti in grado anche di mostrare un atteggiamento rassicurante, in condizioni pacifiche, con movimenti lenti che “invitano” al contatto.

Per ora si tratta di prototipi, ma non faccio fatica ad immaginare un loro utilizzo in un prossimo futuro. Chissà che non possano rendere più sicura la vita delle donne..

Quei nomi dimenticati. 2

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Bello.

Bud Kilpatrick oggi è un nome sconosciuto ai più, eppure negli anni ’60 era ritenuto uno dei più interessanti designer californiani, tanto da ottenere nel 1963 il prestigioso Neiman Marcus award.

Simple elegance, queste le parole-chiave che definivano il suo concetto di moda. Purtroppo in rete non ho trovato molte immagini dei suoi abiti, sembra proprio che il tempo abbia steso una coltre spessa sulla sua storia. Comunque questi due esempi mi sembrano rispecchiare perfettamente lo spirito di quella definizione.

Ma il motivo che rende questo designer davvero interessante è una sua creazione sempre del 1963: l’Action Suit.

action suit

Antesignano senza dubbio di quella che oggi viene chiamata “wearable technology”, era stato creato per essere un valido supporto per le donne di quel tempo, che non prevedeva ancora smartphone & Co.  Parliamo di donne dedite perlopiù ai lavori domestici e quindi nelle tasche dell’abito erano inseriti in miniatura oggetti tipo: aspirapolvere, girarrosto (si, proprio così!)..  Lo stile futuristico poi, era accentuato dalla struttura semplicissima e dalle tasche di plastica trasparente. Il capo è attualmente esposto al MET di Brooklyn.

Una creazione che oggi può sembrarci persino naif, ma pensate a come doveva essere avveniristica allora l’idea di un abito corredato di strumenti tecnologici adatti a velocizzare azioni quotidiane e quindi semplificare la vita di chi lo indossava.

Un peccato che cadano nel dimenticatoio gesti così significativi e anticipatori.

There is no party.

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Brutto.

Versace, collezione autunno inverno 2015/16.  La nostalgia degli anni ’80 deve aver travolto ancora una volta Donatella Versace, che non si limita a riferimenti ma in alcuni outfit sembra proporre ripetizioni imbarazzanti.  E qua e là si immagina persino che lo spirito di Enrico Coveri sia tornato in passerella, accompagnato da una logo-mania, tanto cara in quel decennio.

Nemmeno l’uso del colore sembra molto azzeccato, un poco sparato a caso.  Una collezione svogliata, non solo priva di novità, piuttosto priva proprio di energia.

Una musa dal passato.

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Bello.

Lina Cavalieri durante la Belle Époque era considerata la donna più bella del mondo. Era nata il giorno di Natale in una famiglia modesta e nonostante le origini, in una società ossessionata dalla divisione in classi, raggiunse i vertici della fama e fu ammirata e imitata come nessun’altra prima di lei.

Si sposò cinque volte, ribadendo ogni volta la sua indipendenza, a dispetto delle convenzioni e di uomini che tentavano di ricondurla nei ranghi di ciò che la società dell’epoca riservava alle donne. Ebbe un solo figlio e una schiera di ammiratori infinita.

Morì all’età di 70 anni sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale, dopo aver girato il mondo, scritto libri e vissuto intensamente.

Fu musa di artisti quando era in vita e anche dopo, come dimostra l’opera di Piero Fornasetti, ossessionato dal suo volto, tanto da riprodurlo centinaia di volte.

Enigmatico, irriverente, metafisico, quel volto rappresenta come pochi altri il concetto di una bellezza classica fuori dal tempo. Eterno.

Quel tipo di bellezza che non teme il tempo, né il lato oscuro del suo passaggio. Eterno perché vive nell’istante, come un ricordo indelebile.  Credo che questo abbia permesso a Fornasetti di farlo riaffiorare dal passato, come se fosse nuovo.

Il suo volto, nel lavoro di Fornasetti, rimane l’emblema di una femminilità insondabile. La fissità dello sguardo, la perfezione dei tratti, le pose ironiche o ermetiche denunciano chiaramente l’impossibilità di risolvere il mistero.