The real, new Dandies.

Bello.

Giorni fa, a scuola, un allievo mi ha chiesto chi fossero oggi i discendenti dei dandies ottocenteschi. Ho dovuto ammettere in quel momento che non me ne veniva in mente nessuno. Leggendo le gesta di Beau Brummel che era maniacalmente attento a ogni singolo, minuscolo dettaglio e allo stesso tempo considerava il suo agire come una filosofia di vita, oltre che una scelta estetica, riflettevo sul fatto che in confronto i pavoni contemporanei mi paiono ben poca cosa.

Ma non avevo preso in considerazioni i Sapeurs  (adepti della SAPE, Société des Ambienceurs et des Personnes Elégantes).

Eccoli i nuovi, veri dandies. Che sfidano il tempo, il luogo, le circostanze, tutto in nome della bellezza. E possiamo facilmente immaginare che non sia una cosa affatto facile, né priva di conseguenze (e credo non sia un caso se dal francese sapeurs si può tradurre anche come “guastatori”).  D’altra parte il movimento nacque come atto di disobbedienza civile durante il regime di Mobutu Sese Seko.

Basta ascoltare le loro parole.

Il canto della Sybilla.

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Bello.

Ho un ricordo forte di Sybilla, legato naturalmente agli anni ’80, quando, insieme a Romeo Gigli, rappresentava il simbolo di una moda intimista e romanticamente concettuale. Ricordo bene le volute arrotondate e scultoree dei suoi abiti e cappotti (anche le scarpe a dire il vero). C’è poi ancora il ricordo di un viaggio a Madrid, in cui cercai invano il suo atelier, forse l’indirizzo era sbagliato, forse non cercai abbastanza..

Insomma Sybilla era il mito vestimentario di noi ragazzi di quel decennio che ci sentivamo un po’ alternativi, noi che con l’edonismo reganiano sdegnosamente (e snobisticamente) non volevamo aver nulla a che fare, noi che preferivamo le spalle scivolate piuttosto che le spalline imbottite, il bozzolo piuttosto che la corazza e i non-colori piuttosto che le tinte fluo.  Erano i tempi in cui la Spagna esportava un design di ricerca autentica, pescando nella propria tradizione, invece che nelle collezioni altrui (Zara ancora non esisteva).

A un certo punto Sybilla è sparita. Qualcuno diceva che il confronto con la dimensione industriale fosse stato l’ostacolo insormontabile, per lei che era un’artigiana nell’anima. Ne ho sentito ancora parlare quando qualche anno fa tentò una collaborazione con Roberto Capucci, ma il successivo silenzio mi hanno fatto intendere che non fu un successo.

Ora è tornata con una sua linea tutta nuova. Certo sono lontane le atmosfere e i dettagli di quei lontani anni ’80, tutto si è fatto più asciutto e sintetico, ma qualcosa rimane di uno stile sottilmente poetico.

Against-vintage.

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Bello.

E’ la passione per il vintage il vero nemico del design. E’ la nostalgia per le “cose belle di una volta”, unita alla convinzione che ormai tutto è già stato progettato dai grandi maestri del design del ‘900, che ci spinge a cercare sempre quello che conosciamo già e non a osare il nuovo” (cit.)

Per la designer giapponese Tao Namura questo non vale. E come si può vedere dai suoi progetti, la cosa non esclude una buona dose di poesia.

Il pensiero democratico di big Walter: nuvole e bellezza.

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Bello.

La notizia non può che farmi gioire: big Walter, ossia il designer Walter Van Beirendonck (uno dei mitici Antwerp Six) collaborerà  con il mega-marchio Ikea. Il mio apprezzamento per questo designer è noto e ne ho parlato già più volte.

Non sarà l’unica collaborazione del marchio svedese con fashion designer, sono già stati annunciati due altri nomi: l’inglese Katie Eary e lo svedese Martin Bergstroem. Come si può notare dalla scelta dei nomi, non si tratta delle solite collaborazioni per sfruttare l’onda lunga di marchi super conosciuti, piuttosto sembrerebbe (e spero di non sbagliarmi) un esperimento di reale contaminazione creativa.

Lui spiega il suo punto di vista in questo video:

Io mi limito a testimoniare la mia impazienza. Visto il soggetto e visti i suoi gusti in fatto di stile, colori e provocazioni ironiche, non vedo l’ora. Purtroppo però mi toccherà aspettare fino a Giugno 2016.

North of fashion.

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Bello.

Sarah Cooper (USA) e Nina Garfer (Austria) sono due fotografe che lavorano insieme dal 2006. Vivono entrambe in Svezia e nelle loro opere si avverte quel delicato estraniamento tutto celebrale tipico di certe culture nordiche. Attingono anche in modo evidente alle radici della pittura del XVIII e XIX secolo.

Con le loro foto ci invitano a visitare mondi sospesi, ipnotici. E’ innegabile che gli abiti siano un elemento importante per queste due artiste, tanto che il loro ultimo lavoro indaga le origini della moda nordica. Presso il National Museum of Photography di Copenhagen.

Moda e morte.

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Bello.

Love & Loss – Fashion & Mortality,  questo è il titolo di una mostra che durerà fino al 7 Giugno presso il Lentos Kunstmuesum Linz in Austria. Una mostra che celebra bellezza e abisso.

Il tema è insolito, ma decisamente stimolante. Apparentemente sembra che i due termini si collochino agli opposti di un discorso, in realtà spesso artisti e creativi hanno riflettuto su quella che potremmo definire la bellezza estrema: la morte.

Immagino che a molti, parlando di questo tema, venga subito in mente Alexander McQueen e la sua estetica visionaria e dark; a me, in verità, vengono in mente immagini di gioielli vittoriani realizzati con capelli umani. Ma non solo. Ripenso ai sudari (o abiti mortuari), preziosissimi, di popoli e periodi diversi. Pensate agli antichi egizi o alla cultura pre-colombiana.

Mi sembra che l’esperienza della bellezza, come ricerca e come pratica quotidiana, non possa prescindere dalla riflessione sulla fugacità. Così come la felicità, la bellezza è un evento imprevedibile e raro, non è possibile descriverlo se non in modo sporadico. Ci coglie, a volte, totalmente impreparati.

Così come per la bellezza, non abbiamo parole per descrivere la morte. Forse solo le immagini possono venirci in soccorso.