E Miuccia parlò.

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http://video.d.repubblica.it/moda/miuccia-prada-il-mio-mondo-libero/3969/4106?ref=fbpd

 

Brutto?

Resto dell’idea che un’opera d’arte o di creatività, che sia espressamente visiva, se spiegata da chi l’ha ideata, perde di forza. Tanto varrebbe allora non realizzarla e pubblicare piuttosto un trattato sull’intenzione, un racconto sulla visione di qualcosa che è solo nell’immaginazione. Quello che di solito fanno gli scrittori e che è appunto il mestiere di scrivere.

Sarò sincera, a leggere l’intervista a Miuccia Prada mi sono annoiata, e ancora di più ad ascoltare dalla sua viva voce il racconto della sua vita tutt’altro che appassionante.  Al di là dei gusti personali, trovo comunque più interessante guardare i suoi abiti.

Quale epopea potrà mai suggerire il percorso di una borghese benestante il cui massimo atto di coraggio è stato quello di frequentare in età giovanile i circoli di sinistra? Credo che dovremmo tutti darci un taglio sull’interpretazione dei termini: coraggio è un’altra cosa.

Un altro termine che ricorre insistentemente nei discorsi di Prada è intellettuale e anche qui noto che l’interpretazione è soggettiva. Ma non posso evitare di sorridere ogni volta che il fare moda in un contesto commerciale è abbinato a questo termine.

Poi c’è la parola che più di tutte ultimamente merita il podio: borghesia.  A quanto pare ci si è dimenticati davvero da dove arrivi questa classe sociale. Napoleone Bonaparte fece di tutto per far si che la colta aristocrazia infondesse un minimo di buon gusto in quei parvenu che si erano arricchiti dall’oggi al domani con traffici e speculazioni durante e dopo la rivoluzione francese. Diciamo pure che borghese non era proprio sinonimo di raffinato. Poi la storia ha fatto il suo corso e dal cinema abbiamo altri rimandi: mi vengono in mente titoli come Un borghese piccolo piccolo o Il fascino discreto della borghesia, e anche in questi casi il termine non ne esce bene.

Però c’è insistentemente qualcuno che vuol farci credere che invece no, che questa attitudine borghese è ormai il massimo di quel portamento cool diventato obbligatorio negli ambienti giusti.

E poi c’è la questione del brutto che Prada si vanta di aver sdoganato nell’unico ambiente in cui ancora non era stato fatto: la moda. E c’è da chiedersi perché non fosse stato fatto?  Conoscete qualcuno il cui desiderio sia quello di comprare abiti brutti?

Qui non si tratta di perorare necessariamente la causa della moda sexy o pretty, quanto piuttosto di considerare che quando si vestono, le persone tendono naturalmente a voler migliorare il loro aspetto fisico. A prescindere dal fatto che poi ci riescano o meno.

D’altra parte penso che Prada abbia piuttosto imparato alla lettera la lezione di Diana Vreeland, quando diceva di aggiungere un tocco kitsch al suo stile per dare più forza a tutto il resto. Tutto qui.

Insomma, io non mi sforzerei, come fanno in troppi, a vivisezionare queste perle di understatement, che a furia di essere analizzate, stanno diventando quello che non vorrebbero mai essere: dei puri e semplici clichè. Alla faccia di chi afferma che la signora ha sbaragliato tutti i cliché.

5 pensieri riguardo “E Miuccia parlò.

  1. Mi sento sollevata, non da Prada ma dalle sue parole a riguardo. La poetica del “brutto” sta dilagando troppo e in fretta negli ambienti della moda, col tempo ci siamo ridotti a dover apprezzare ciò che un tempo ci provocava ribrezzo. Mi hanno insegnato che una cerniera lampo, per quanto possa essere ben fatta, è brutta e non deve essere mostrata, mentre negli ultimi anni l’armadio di molte signore si è affollato di capi con cerniere a vista poste come decorazione di scarsa funzionalità. Però mi chiedo: se questo è il “brutto” il bello qual è? Esiste?

    Sarebbe bello sentirla parlare come docente, farei volentieri la parte della studentessa!

    1. Cara Tonia, mi farebbe senz’altro piacere averti ospite alle mie lezioni (però magari non ne hai nemmeno bisogno!), immagino però che la distanza in termini di spazio renda la cosa difficile.
      Per quanto riguarda il ‘brutto’, confesso che le mie riflessioni sono delle semplificazioni, il tema richiederebbe trattati interi, ma questo è solo un blog, non posso permettermi di annoiare chi mi legge!
      A proposito di cerniere però, ti ricordo che Elsa Schiaparelli fu la prima a introdurne l’uso persino negli abiti da sera e applicandole in colori contrastanti sui capi. Era il 1935, e lei era una vera, autentica provocatrice. Quanta acqua è passata sotto i ponti..

      1. Tanta acqua, ha cambiato anche colore! La Schiaparelli era una provocatrice quando provocare aveva un gusto migliore (e forse più senso, almeno per le cerniere). Grazie per avermelo ricordato, Elsa è stata la protagonista di uno dei miei primi lavori da studentessa universitaria, la portò sempre nel cuore!
        Ah, dimenticavo: si, certo, mi rendo conto che l’argomento meriterebbe una conversazione più ampia e un contesto più consono, però anche il post di un blog (di moda, diverso dagli altri blog di moda) può fare la sua piccola parte nella giungla culturale in cui spesso si parla di moda senza averne le giuste competenze (e conoscenze). Personalmente, mi sento sempre impreparata 😀

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