Il mio vestito a fiori.

dark paradise

Bello?

Bisognerebbe ogni tanto passare una notte in un ospedale. Non da pazienti (possibilmente), ma da spettatori. Magari in un pronto soccorso, magari in una stanza di terapia intensiva, con tutta l’umanità dolente o sollecita che la contiene, guardando negli occhi l’essenza di questa cosa fragilissima che chiamiamo vita.

Bisognerebbe aver assistito all’arrivo di un ragazzo in fin di vita dopo un incidente e alle urla incredule di sua madre. Oppure all’impotenza di un medico e alla sua corsa per difenderla questa vita, nonostante tutto.

Perchè lo sappiamo che in un secondo la vita può cambiare, ma finiamo per non ricordarcelo quasi mai.

Bisognerebbe ogni tanto rimettersi al centro, resettare tutta quella confusione che, erroneamente, noi invece chiamiamo  vita. Ricordandoci che l’abito che indossiamo veramente è solo la nostra pelle.

Come scriveva Paul Valery:

Quello che c’è di più profondo nell’essere umano è la pelle.”

Ricordo che indossavo un vestito a fiori la scorsa notte, mentre passavano lente le ore in quel luogo fin troppo colmo di umanità. All’inizio ho pensato che forse fosse un po’ fuori luogo (d’altra parte ero stata colta alla sprovvista), Poi ho capito che non contava nulla, nessuno ci avrebbe fatto caso, perchè, citando la frase di qualcun’altro, l’essenziale è invisibile agli occhi.

 

(Illustrazione di Victoria Brockland, Dark paradise).

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