La buona moda. La vita buona.

vestiti nel vento

Bello.

E’ trascorso molto tempo dall’ultima volta che ho scritto su queste pagine virtuali.

Molto tempo e molta vita: dolori (tanti purtroppo), viaggi, qualche momento memorabile, incontri, disillusioni e tanto altro ancora.

Il tempo non ha cambiato il nocciolo di quella che sono, la scorza solo si è un po’ inspessita. E la moda? Che fine ha fatto tutta questa storia di abiti e stili e notizie?

Diciamolo che la vita è stata molto più interessante di qualsiasi abito spettacolare sia mai stato pensato e realizzato. Infinitamente più imprevedibile e coinvolgente. Giusto per mettere in chiaro le priorità.

Ho continuato ciononostante a immaginare e cucire vestiti; ho continuato a trasmettere le mie conoscenze ai ragazzi (e questo si, mi ha dato grande soddisfazione!). Ho continuato, insomma, a scrivere la mia piccola storia in fatto di moda, consapevole ancora di più di quanto sia piccola e relativa.

Questo pezzo di strada percorso mi ha permesso di realizzare che non è più tempo di essere contro.  O meglio, è necessario, pur essendo contro, fare grandissima attenzione ai termini, al linguaggio, alla sostanza.

Non si possono alzare muri, non si può scendere a compromessi con la presunzione e l’arroganza. Anche nella moda, come in tutto.

Oggi la più grande trasgressione è la buona educazione, che è compagna dell’onestà e dell’empatia e poi di un’altra di quelle parole antiche: la compassione.

Questa, davvero, sarebbe la più grande rivoluzione, che temo di non riuscire a vedere se non nei miei sogni.

Carbone a volontà.

flower

Bello.

Le chiamano befane, streghe o puttane.
Loro non sono definibili, nemmeno un po’: nessuno è un’etichetta.

Ma le signore vi ricambiano allegramente e travestendosi da brutte vi regalano carbone mentre scorazzano per il cielo come centauri.
Gli avevano dato una scopa per spazzare e tacere e loro ne hanno fatto un cavallo, un tappeto magico.

W le befane.

Againstfashion 2018

armadio pieno di vestiti

Brutto.

-Fashion è quello che compri, lo stile è ciò che indossi- 

-Fashion is what you buy, style is what you wear –

I nostri armadi sono pieni di abiti comprati perchè:

costavano poco,

dicevano che dovevamo averli,

avevamo fretta,

ci hanno consigliato male,

li avevano tutti,

eravamo depressi,

volevamo sentirci diversi,

ci siamo illusi che ci stessero bene,

ci sembravano indispensabili,

comprare è diventato un hobby.

Abiti che non indossiamo, semplicemente perchè non ci somigliano. Abiti inutili.

Piccolo proposito per i prossimi 12 mesi: comprare meno, comprare solo abiti e cose che siamo sicuri di usare spesso.

 

A Kind Revolution.

Bello.

Il primo approccio con l’universo Mod l’ho avuto grazie a mio fratello, che da ragazzo li frequentava e ne faceva parte. Allora (erano i primi anni ’80) lui girava con i componenti del gruppo musicale degli Statuto, che a Torino erano considerati tra i gruppi più cool del momento.

Io li guardavo con curiosità e anche una certa simpatia: mi piacevano quelle ragazzine con il carrè e i vestitini corti in bianco/nero. Mi incuriosiva quella fede assoluta verso uno stile che era stato dei loro genitori e che, con una apparente illogicità, si metteva in contrapposizione proprio agli ideali di quella generazione.

La cura per il dettaglio, ricordo, era quasi maniacale. Mio fratello faceva impazzire mia madre, perchè i pantaloni non erano mai abbastanza stretti e noi ridevamo per quelle che ci sembravano solo adolescenziali fissazioni.  In realtà i Mod hanno scritto un capitolo interessante della storia dello stile e della moda. Il loro approccio, che avrebbe potuto essere liquidato come l’ennesimo revival, aveva basi politiche e l’intenzione di mettere in atto una vera e propria rivoluzione.

Come in tutte le rivoluzioni, era necessaria una divisa che li rendesse riconoscibili, e loro avevano scelto quella di un Modernismo pre-borghese, ripulito dal decorativismo che sarebbe arrivato nei tardi ’60. Di quel decennio avevano preso solo la spinta verso il futuro e non l’opulenza del boom economico.

Paul Weller è considerato il padre dei Mod, un vero esempio di eclettismo musicale, che è però sempre rimasto fedele allo spirito originario del movimento. In una sua recente intervista parla del suo ultimo album (Kind revolution), della sua vena ottimista, nonostante le difficoltà e l’atmosfera generale.

Usa due parole chiave, che hanno immediatamente destato la mia attenzione: speranza compassione.  Due parole bellissime, soprattutto se messe insieme.  Mi sono chiesta se anche attraverso gli abiti si possano comunicare concetti così fragili e guardando le foto del musicista, oggi quasi sessantenne, ho notato quanto il suo stile sia diventato più fluido.

Dei Mod rimane la voglia di cambiamento, ma quella che era una contrapposizione ferma come i completi neri con camicia bianca, oggi è diventata una rivoluzione morbida con i jeans e i maglioni decorati con una stella.  In poche parole, la capacità di cambiare rimanendo se stessi.

Visionnaires.

Bello.

Essere againstfashion è un po’ come essere visionari. Richiede una totale mancanza di confini tra il sè corporeo e la propria rappresentazione per il mondo.

L’abito che si indossa è un segno tra i tanti che racchiude questa condizione.  Non è solo un abito, non è solo moda nè superficie; è lo specchio che non smette di rifletterci, l’appendice piana e duttile che asseconda ogni gesto.

E’ stato così da sempre, non è soltanto un’invenzione di stilisti contemporanei o avanguardie concettuali. In realtà a loro è toccato solo scoprire l’acqua calda e mascherare con frasi altisonanti quello che era già lì, pronto e finito.

Essere againstfashion è un’esperienza che può concludersi in un tempo breve, oppure durare una vita intera. Vale la pena sperimentarla, ma non è una passeggiata. Naturalmente richiede una buona dose di sincerità. Questo è l’ingrediente più difficile da reperire. Richiede inoltre fiducia, quasi un lasciarsi andare, praticamente senza rete.

L’abito, poi, viene da sè.

 

Immagini: Daliah Spiegel, Tatiana Leshkina and Erik Hart, Christian Heikoop, Eric Benier Burckel, Bauhaus, Oskar Schlemmer.

Let’s dance!

againstfashion

Bello.

Oggi compio 112 anni e sto una meraviglia.

Tra qualche minuto indosserò una tuta da ginnastica e la giacca a vento verde smeraldo e andrò a fare una corsetta al parco.

Poi aprirò le ante del mio guardaroba e sceglierò un vestito che mi assomigli tanto da confondersi con il colore della mia pelle: un rosa antico appena appena scaldato da una punta di ambra.  Trovo assolutamente confortante la sensazione di diventare quasi trasparente e al tempo stesso un punto esclamativo di se stessi.

In tutti questi anni e compleanni ho riflettuto sul potere che hanno su di me i vestiti che metto e tolgo continuamente. A volte dimentico di averli addosso, mi seguono docili e servili. Diventano ininfluenti.  Non è il loro lato migliore.

Preferisco quando mi obbligano a una silenziosa battaglia: io che mi divincolo un po’ e loro che mantengono ferma la posizione di consistenza e volume.  Mi invitano ad assumere forme che non avevo preso in considerazione, smuovono la mia testardaggine.  In fondo a che servirebbe rimanere ancorati a una perenne sicurezza?

Immagino che debbano pensarla così le signore che amano esagerare con tutti quegli addobbi e colori sgargianti, aggiungendone ancora e ancora con il passare del tempo.  Per me però non funziona allo stesso modo.  Il tempo che stratifica in realtà mi ha un po’ stancato.  La tentazione di abbandonare tutto quell’accumulo è sempre più forte e caparbiamente vado alla ricerca di un miele che sia il più limpido e scivoli sulla lingua na-tu-ral-men-te.

Oggi gli abiti che mi assomigliano quasi non esistono. Credo che nemmeno io saprei pensarli e cucirli. Allo stesso modo il profumo: lo cerco da sempre, ma mi sono arresa. Semplicemente non esiste.

E se esistessero, allora sarebbe un peccato trovarli già ora, alla mia tenera età. E’ un piacere ancora cercare e sperimentare i colori e i tessuti e le infinite combinazioni di questa cosa che si chiama moda.

NO

no

Brutto.

Schifano l’aveva dipinto a chiare e massicce lettere, il suo rifiuto.  Sembra che gli italiani siano maestri del no, a parole almeno.

Poi, nei fatti, quel no si trasforma in un non detto, non pervenuto.

Cosa c’entra con la moda?  Domanda retorica: la moda c’entra sempre con tutto, visto che tutte le sante mattine ci svegliamo e ci vestiamo. Ma soprattutto la riflessione nasce, per me, dalla sensazione che ci siano in giro troppi finti NO.  Gente che pare dare un calcio al sistema moda, con operazioni di rottura o, come si dice, di contestazione.

Basta grattare (pochissimo) la superficie poi, e scopri che si tratta del sistema stesso, sotto falso nome.  E mentre si plaude a tanta finta ribellione, va in scena a Parigi la prima collezione di Dior firmata da Maria Grazia Chiuri.  Ed è subito una ola di gente che si rammarica, perchè lì si che ci andava quel pizzico di immancabile rivoluzione..!

Uno dei commenti recitava proprio così:  -La Chiuri ha ucciso  Dior!-

Non me la son sentita di tacere e le ho risposto: – Christian Dior è morto 59 anni fa -.