Un affare di donne e uomini.

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Bello?

Nei miei corsi di moda per bambini dell’Atelier ArtEnfant di quest’anno ho finalmente di nuovo qualche allievo maschio.  Sembra anacronistico ma ancora vige questo barbaro pregiudizio che la moda sia un affare di donne; cosa ancora più preoccupante se si pensa che ne siano coinvolti bambini, ma evidentemente le nuove generazioni di genitori rimangono ancorate a vecchi schemi (stavo per digitare scemi).

Ricordo un bambino che frequentava un mio corso alcuni anni fa; era pieno di talento e mi meravigliava continuamente con la sua fantasia. Aveva genitori sensibili che lo appoggiavano in tutto e si sobbarcavano un lungo viaggio ogni settimana per portarlo al corso, perchè dalle sue parti non ne esistevano di simili. Un giorno mi raccontò che a scuola veniva preso continuamente in giro per la sua collezione di bambole e ricordo ancora perfettamente la tristezza del suo sguardo mentre lo raccontava.

Gli dissi che non doveva vergognarsi di nulla perchè non faceva nulla di male. Erano gli altri a doversi vergognare. Le stesse parole mi sono trovata a dirle a mio figlio quando ho scoperto che un compagno lo aveva offeso per il colore della sua pelle.

Mi chiedo se sia mai possibile sognare un mondo in cui le diversità siano accolte con entusiasmo e gratitudine perchè rappresentano la vera ricchezza del mondo, ma forse è una speranza che compete ai soli sognatori e non a chi vive nella realtà…

Però mi dico anche che qualcosa si può fare e ritornando alla moda, non perdo occasione di raccontare che è un mondo per tutti. Perchè tutti possediamo potenzialmente fantasia, ingegnosità, spirito di osservazione, gusto personale e infine tutti ci vestiamo.

Posso dire che la presenza di maschi e femmine nei miei corsi rende sempre il lavoro e l’atmosfera più stimolanti proprio perchè si arricchiscono di punti di vista differenti e la moda, che è un mondo che di stimoli ha sempre bisogno, ne trae un grande vantaggio!

Il ruolo della moda.

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Bello.

Da poco mi è tornata in mente un’intervista che feci anni fa a una signora che lavorava nella moda da lungo tempo. Quando le chiesi quale fosse per lei il ruolo della moda, lei mi parlò quasi subito di abiti e poi, ritenendo che moda e abiti fossero un tutt’uno, disse che un abito deve rendere bella una donna, questo è il suo ruolo.

Confesso che al momento non riflettei abbastanza sulla risposta e lasciai correre. Ma questo ricordo mi è tornato in mente proprio ieri, mentre presentavo il nuovo ciclo di laboratori di moda per bambini in una scuola.  E’ davvero solo questo che ci aspettiamo dalla moda?

Quello che mi hanno insegnato i miei giovanissimi allievi è che attraverso gli abiti passa un mondo.  Insieme a loro ci occupiamo di ecologia, facendo nostra costantemente l’abitudine al riciclo. Ci soffermiamo sui segni, le forme e il loro significato; parliamo del tempo, della fatica e dei diversi punti di vista. Da un colore o da un tessuto nascono emozioni e dai disegni traspaiono sogni e speranze.  Tutto questo confluisce nei vestiti che loro pensano e cuciono personalmente.  Direi che l’ultimo dei loro obiettivi è proprio quello di sembrare più belli.

Mi direte che questo succede perchè sono bambini, con gli adulti è un’altra storia.  Allora spostiamo l’attenzione dall’oggetto abito al concetto moda, che era poi la domanda effettiva.  E’ davvero possibile, in una società così variegata e complessa, pensare che la moda abbia esclusivamente o prevalentemente un valore estetico?

Penso agli anni in cui Elsa Schiaparelli disegnava abiti surrealisti, mettendo a nudo pulsioni profonde; penso a tutte le correnti che si sono succedute nella moda: il punk, il grunge, il body conscious degli anni 60′ e poi 80′, il minimalismo (solo per nominarne alcune).  Molte di loro erano attente a qualcosa che era alquanto distante dalla ricerca del bello, eppure quegli abiti li abbiamo indossati tutti.  Penso a tutta la moda brutta prodotta negli ultimi anni, che ha fatto del brutto il proprio campo di ricerca e sperimentazione, analizzando il concetto di cattivo gusto o kitsch e rendendolo persino desiderabile.

La domanda rimane aperta ed è un bene: molte sono le risposte possibili e questo rende tutto interessante.  Quella parte di società che compra gli abiti solo per sentirsi più attraente esiste, lo so.  Però ho come la sensazione che si sia persa una fetta cospicua della storia, del cambiamento.  Naif, questa la parola che mi viene in mente.

Io però sono ottimista.  Mi basta guardare i lavori dei miei piccoli allievi.

 

Visionari (l’albero delle scarpe).

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Bello?

Nella mia vita mi è capitato di fare incontri imprevisti con gli abiti. Come quella volta che, ferma in macchina al semaforo, mi sono imbattuta in un lampione che vestiva un abito plissettato bianco stile Marilyn. Era una mattina di inverno, grigia e noiosa; quell’abito, messo lì a svolazzare nel freddo di una anonima strada trafficata, mi è rimasto impresso come il più puro dei non-sense.

Lo stesso stupore ho provato imbattendomi nel parco, mentre correvo, in questo albero delle scarpe. Mio figlio, che era con me, lo ha subito ribattezzato “l’albero della Befana”, il che ha un senso, vista l’abitudine della signora di andarsene in giro con scarpe rotte.

Anche in questo caso l’incontro è avvenuto in una fredda mattina di inverno: può essere che il clima giochi un ruolo fondamentale, così come può essere che i folletti degli abiti agiscano proprio quando la natura è povera di ispirazioni.

Forse tutto questo ha un senso che io non conosco, molto meno magico e suggestivo di quanto mi appaia.  Però mi piace pensare che ci siano angeli apparentemente disordinati, che lasciano in giro pezzi del loro abbigliamento come segnali, per rassicurarci:  che loro esistono.

Una piccola favola nel bosco d’inverno.

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Bello?

Si dice spesso che la moda è sogno. Potrebbe essere anche favola?  Mi è tornata in mente questa storia che avevo dedicato a mio figlio, per avvicinarlo al lavoro che faccio, ma anche per accarezzare ancora una volta la parte di me bambina.  Si inizia giocando con le bambole, poi giochiamo a travestirci e infine proviamo a immaginare storie che possano essere indossate da altre persone.

Per non dimenticare quanta parte di gioco e leggerezza ci sia (ancora) in questo mestiere.  Lontano dai palcoscenici, dagli articoli un po’ spocchiosi e  dalla pazza folla.

 

(*) Tutte le foto sono di Stefania Bonatelli.

Little monsters.

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Bello.

Caroline Bosmans si chiama questa visionaria belga. Come altro potrei descriverla?

La sua biografia parla da sola: madre di 4 figli, diplomata in una scuola di moda, lavora come terapista nella cura di problematiche psichiatriche.  Ecco da dove escono i suoi mostri e le sue creature fantastiche,

Non deve aver avuto alcun dubbio nella scelta di dedicarsi al mondo dell’infanzia, si intuisce immediatamente quanto sia in sintonia con l’immaginario dei bambini, comprese le paure.  I mostri che escono dalla sua fantasia sono un po’ dark, un po’ splatter, molto poetici. Piccoli, terribili guerrieri contro ogni male.  Sono mostri anche asessuati, perché questa è un’altra delle magie che Caroline mette in atto: il genere non è un confine, né un limite, ognuno può essere quello che desidera..

I miei figli andrebbero matti per questi abiti-corazza-bozzolo.