Il gusto per il disgusto.

 

 

Bello/Brutto?

Non c’è niente di più ciclico che il bello/brutto. E’ dimostrato che anche in questo nessuno ha inventato nulla a dispetto di tutto quel gran parlare, scrivere, argomentare che attualmente riempie conferenze, saggi e pagine di riviste.

Il gusto personale o collettivo (se esiste) è in equilibrio instabile tra questi due estremi, ed è ciò che rende più interessante la questione, ammettiamolo.  Se tutto fosse bello e sensato diventerebbe inevitabilmente piatto e mortalmente noioso.

E poichè siamo nella fase del brutto, facciamocene una ragione.

 

Perchè tutti adorano Iris Apfel?

iris apfel

Brutto?

Tutti dicono di amarla, la portano come esempio di vera trasgressione e stile ultra-personale in una società che ha fatto della negazione della vecchiaia il suo vessillo.

Lei sorride un po’ svagata e un po’ sorniona; presta il suo volto alla pubblicità e si permette stravaganze estetiche che le sono perdonate, tutte.

La sua vecchiaia è diventata la sua filosofia.

E’ paradossale che proprio lei sia diventata un’icona del lifestyle contemporaneo, in questo tempo in cui il vero tabù è proprio la vecchiaia.

Ma piace.

Piace perchè è l’alibi perfetto per fingere di sentirsi in pace con il tempo che passa. E’ l’effetto catartico.

C’è una dose di ipocrisia in tutto questo, che viene naturalmente raccolta e condivisa, mentre non è affatto naturale che lo sia. Perlopiù non accettiamo di invecchiare e ci facciamo complici di un mercato della moda (e non solo) che manda in giro modelli sempre più giovani, pur sapendo che lo zoccolo duro dei consumatori è costituito da persone di un’età più matura.

Facciamo un po’ tutti finta di credere che sia bello avere quegli anni, basta mettersi addosso un mucchio di autentico stile che copra anche gli acciacchi. In realtà vorremmo tanto assomigliare ai Rolling Stones, paladini di quel no-age che imperversa dovunque.

Iris Apfel è il nostro santino. Ci permette di credere al miracolo: che anche vicino alla fine, in fondo non è mai finita…

 

L’insostenibile arte di stare al mondo.

fashion

Brutto.

L’ingratitudine è una delle cose che più mi fanno soffrire.  Certo, con il tempo ho imparato che rappresenta una fetta considerevole delle manifestazioni umane in fatto di scambi reciproci, ciononostante ancora rimango sconcertata.

La moda è un sistema complesso (come tutti i sistemi d’altronde), non sfugge alle regole e alle consuetudini che valgono per ogni settore umano e poichè di persone si tratta, sarebbe bene concentrarsi ogni tanto su quello che io chiamo l’arte di stare nel mondo.

Sarà bene ogni tanto ribadire che anche nella moda valgono parole e fatti che si chiamano etica, lealtà, buona educazione, gentilezza, sensibilità, riconoscenza, umiltà, intelligenza.  Sembra scontato, ma non lo è affatto.  Lo constato ogni giorno, scontrandomi con episodi di “normale” smemoratezza verso ognuno di questi termini.

la moda, anche quando non sembra, possiede in sè questo impulso verso la bellezza che è il motore che la alimenta, e automaticamente chi la frequenta dovrebbe essersi fatto più volte domande in merito. Cosa è bellezza? Sono solo gli abiti o piuttosto un’attitudine? E’ relativa a un modo di essere, di muoversi nel mondo che in questo caso si esplicitano nel disegnare vestiti? Si possono fare abiti belli pur essendo delle brutte persone?

Nei miei corsi tento continuamente di far passare alcuni di questi concetti. Provo a piantare semi, sperando che prima o poi diventino piantine. Immagino che la presenza di un maestro sia pur sempre necessaria e, con i miei limiti, provo ad esserlo.  Cerco di insegnare che la bellezza risiede anche nei gesti piccoli che riguardano solidarietà e rispetto per chi ci vive intorno. Che la moda può a volte offuscare il senso critico ed è perciò necessario rimanere centrati su di un nucleo di autenticità.

Ma la bellezza a volte fugge lontana, mentre il mondo fatto di parole come successo, fama, soldi, notorietà… Prende il sopravvento.

Ed è ogni volta una piccola/grande delusione.

 

 

No more angels in paradise.

jeremy scott

Brutto.

” Prima di arrivare qui (da Moschino) creavo poche collezioni l’anno. Ora non le conto più. Questa velocità, però, non la ritengo negativa perchè fa parte di questi tempi. Fare il designer è come essere un atleta: devi allenarti ogni giorno senza perdere il ritmo. Percheè se non lo fai sei fuori dal gioco”.

Questa una tra le varie dichiarazioni di Jeremy Scott, attuale direttore creativo di Moschino, forse il più populista tra gli stilisti (detto da lui).  Saltano all’occhio due parole immediatamente: velocità e gioco.

Sulla velocità molti paiono essere d’accordo sul fatto che non si possa far altro che adeguarsi alla tendenza generale e quindi correre a perdifiato tentando di superare i concorrenti. E qui entra in campo l’altra parola, il gioco. Perchè, a quanto pare, quel gioco sembra essere l’unica posta in palio per cui valga la pena partecipare.

Pur di restare nel gioco si è disposti a pagare qualunque prezzo. E’ così?

E’ probabile che il populismo sia una diretta conseguenza di questo atteggiamento: voler piacere a più persone possibili, essere sempre “sul pezzo”, produrre e consumare più oggetti ed esperienze possibili. Insomma essere disposti a diventare tout court un’ estensione del mercato, possiamo dire un prodotto del mercato stesso.

E non è proprio un caso se Scott, nel suo argomentare la propria politica di comunicazione, fa riferimento a Donald Trump, quello che la politica la fa davvero.

Dice che è quello il tipo di comunicazione perfetto: semplice, diretto, immediato. Probabilmente qualcosa che non faccia troppo pensare, un bel prodotto già pronto, facile da consumare senza indugi.

Sarebbe piaciuto tutto questo a Franco Moschino?  E’ sufficiente che il fatturato abbia un segno positivo per sorvolare su questioni accessorie come etica, contenuto, qualità, innovazione, significato…?

Forse le vere vittime di questo tipo di moda, non sono tanto le cosiddette fashion-victim, piuttosto tutti coloro che si adattano a un sistema che richiede mediocrità, che premia il più adattabile al livello medio. Forse in tutto questo si è perso di vista il tempo per pensare, che non è un tempo morto. La velocità se l’è fagocitato insieme al senso critico, che fa dire a uno stilista che la sua moda è populista, come se fosse un complimento.

E il guaio è che tutto questo sembri normale.

Concertino per sordi.

glenn ligon

Brutto?

Capita di leggere un interessante scambio di battute, su uno dei social network più gettonati, tra Simone Marchetti (giornalista di Repubblica) e Stefano Gabbana (co-direttore del marchio Dolce&Gabbana).

Tutto parte da un articolo sul Time che affermava già nel titolo quanto il direttore creativo di Gucci fosse ormai diventato un’icona indiscussa di stile e non solo (the most influential italian in the world!). Da qui prendeva il via l’articolo e l’intervista di Marchetti ad Alessandro Michele, che non lesinava certo in elogi ed inchini a tanto genio.

Ma nei commenti al post ecco comparire l’obiezione stizzita di Gabbana che scrive: –Il colore dei soldi fa dire qualsiasi cosa-. (Ma poi aggiunge un cuoricino, giusto per non apparire troppo tranchant). A questa fa seguito la risposta del giornalista che la prende larga riguardo al fashion system e all’appropriazione di idee altrui…

Subito dopo Gabbana rincara la dose scrivendo: –Ti posso fare elenchi di persone che non sono certo stilisti che hanno vinto premi e nomine solo pagando… ma penso tu lo sappia meglio di me-.

A questo punto mi sembra necessario fare una attenta analisi dello scritto:

  1. Nella prima frase (quella sul colore dei soldi) si afferma in pratica che basta pagare e i giornalisti scrivono qualsiasi cosa. Come mai Marchetti non si è offeso? Io al posto suo l’avrei fatto. Insomma, chi tace acconsente?
  2. Si afferma che si potrebbe fare un elenco di disonesti. Ma a che pro, se poi l’elenco non si fa? Lanciare il sasso e tirare indietro la mano? Allora meglio tacere.
  3. Si afferma che non si tratta di stilisti. Classica tattica del tipo tutti i presenti esclusi.
  4. Si afferma che il giornalista sa dell’elenco in questione. Ma allora siamo rimasti solo noi a non saperlo… A questo punto fuori i nomi!

C’è un vecchio proverbio che dice: nel paese dei ciechi quello con un occhio è il migliore. Ma potrei citarne anche un altro che recita: una mano lava l’altra. E ne conosco altri ancora che in qualche modo potrebbero fare al caso nostro. Ma sarebbe superfluo, considerando che pur nella nostra sterminata ignoranza di elenchi, una cosa l’abbiamo ben chiara: che stilisti e giornalisti mai si farebbero la guerra e che certe scaramucce fan discretamente (e amaramente) sorridere.

E infine, è certamente un caso che su la Repubblica di sabato scorso sia apparso un bell’articolo di Marchetti in favore di Dolce&Gabbana, elogiativo quanto basta. Mentre sulla pagina social di cui sopra appariva di recente un post con foto di un capo della stessa griffe, forse per dispensare equamente complimenti e visibilità?

Benvenuti nel paese delle banane.

(immagine: Glenn Ligon).

Avant garde in New York.

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Brutto.

Si firma Ecklhaus Latta il duo di designer che ha presentato a New York il suo ultimo sforzo creativo per la stagione autunno/inverno 2017-18.

Ma ancora più della collezione, quello che ha attratto la mia attenzione sono proprio i due giovani che si sono presentati alla fine della sfilata: perfettamente in linea con la loro idea di stile, bisogna riconoscergli coerenza. Ci sono voluti anni di studio in più o meno prestigiose scuole di design (che sicuramente i due hanno frequentato), anni di esperienza in case di moda (Marc Jacobs per uno di loro), oltre ad altre esperienze nel settore. E questo è il risultato.

Sull’estetica del brutto non ho più molto da aggiungere, se non che riflettendo ho capito che il barile è praticamente senza fondo, così come la possibilità di tessere elogi anche sul nulla. Eccone una prova:

“Together, the duo are the creative force behind Eckhaus Latta, a clothing brand known for its inventive, avant garde take on fashion and it’s use of unusual materials: fishing line, plastic, and transparent leather that warps, sweats and changes texture with the weather. Eckhaus Latta is sold worldwide, in boutiques in some of the world’s most talked-about cities: New York, of course, and Los Angeles, Portland, Tokyo, and Berlin. The clothes themselves are mystifying and artful, a captivating blend of light and dark – an apt reflection, it seems of the pair.”

Il re è nudo.

 

 

 

 

 

 

 

Un’aragosta riscaldata.

Bello?

La prima foto in alto a sinistra si riferisce a un capo dell’attuale collezione alta moda primavera estate Schiaparelli, la foto in alto a destra documenta l’abito che Elsa Schiaparelli realizzò insieme a Salvador Dalì nel 1937. Mentre la foto in basso ritrae Wallis Simpson che lo acquistò nello stesso anno per il suo guardaroba di nozze con il duca di Windsor.

La forma dell’abito è cambiata naturalmente, adeguandosi alla moda attuale, ma … trasportare pari pari ad oggi quel simbolo, quel feticcio erotico nato in un contesto lontano e diversissimo, che senso ha?  (Notare la posizione del crostaceo che prima partiva dal centro dell’abito ed esattamente dalla zona degli organi genitali, mentre ora è messo di lato su una gamba, come semplice decorazione).

Nel 1937 dipingere quell’aragosta enorme e minacciosa su di un candido vestito da sera era un gesto provocatorio, che metteva in piazza pulsioni e desideri nascosti quanto spiazzanti se riferiti all’inconscio femminile. E’ probabile che neppure la Simpson fosse ben cosciente della valenza di quell’operazione, se aveva scelto quell’abito per un viaggio di nozze (o forse, al contrario, l’aveva scelto proprio per quello?).

Oggi il compito di un direttore creativo non è quello di prendere un abito così pieno di significati, storia e segni e rifarne semplicemente la forma. Un bravo direttore creativo dovrebbe avere il talento e la forza di cercare simboli e significati attuali, con una uguale o perlomeno simile potenza. Dovrebbe, con uno sguardo nuovo, provare a ricreare quello scandalo,  mantenendo in vita non il gusto e lo stile di Elsa Schiaparelli (che sarebbe impossibile e anacronistico), bensì il nucleo che corrisponde all’origine del marchio.

Non dico che sia facile, ma un bravo direttore creativo non dovrebbe limitarsi a svolgere il compito come se fosse ancora uno scolaro. E, soprattutto, un bravo direttore creativo dovrebbe avere ben presente i limiti del suo talento e magari imparare a non misurarsi con un compito per lui troppo arduo.  Poi, nel dubbio, astenersi.

Altri pensieri sparsi sulla griffe odierna qui e qui.