Le fatiche di Ercolino.

Brutto.

Siete stati al Pitti Uomo e ne avete tratto grande godimento: improvvisamente la visione dell’ultimissimo dandy si è palesata splendente davanti ai vostri occhi. Vi siete fatti in quattro per mostrare il meglio del vostro anticonformismo, mettendo insieme pezzi che mai avreste abbinato altrimenti. Avete sperato fino all’ultimo di entrare nel gotha dello stile grazie a uno scatto dell’immancabile Schuman.

Avete postato e scattato e poi ancora postato, fingendo di prendere un po’ in giro e ammiccando di quando in quando, dimostrando così che nulla vi sfugge e nulla vi stupisce più. Siete, insomma, stati leggeri e seri quanto basta. D’altra parte già il fatto di esserci era garanzia di quanto ci siete.

In realtà le immagini che avete condiviso, diciamolo pure, fanno un po’ cagare. Perchè non è poi che il presunto innato senso artistico vi esca da ogni poro. E di solito fotografate un po’ a casaccio, immaginando di aver colto l’attimo perfetto. Lo stesso che hanno colto anche tutti gli altri visitatori.

Si presume che le fiere e le varie settimane della moda siano il palcoscenico perfetto per chi, come voi, è alla ricerca di qualche innocente shock visivo, dimostrando tutto e il contrario di tutto. Vedi il calzino bianco con il sandalo foderato di pelliccia o il borsello trasformato in clutch o persino il mutandone di lana che diventa il pantalone da abbinare al frac.  In realtà ci sarebbe ben altro e non sarebbe necessario nemmeno muovere un passo fuori di casa. Prendi le immagini che ho trovato senza nemmeno un briciolo di fatica.

Io ve le regalo, chissà, potrebbero farvi comodo per la prossima mise, magari questa volta ci finite davvero su The Sartorialist.

Black monday.

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Brutto.

Se c’è un colore che può sommergere tutto senza lasciare traccia, quello è il nero. Ho vissuto un altro 5 Dicembre, molti anni fa, anche lui di lunedì, nero come la pece, ma per ben altri motivi.

Deve esserci un nesso tra eventi e situazioni che si ripetono conservando un dettaglio così preciso come una data.  Presterò maggiore attenzione a queste coincidenze. Per ora mi riprometto di lasciare al nero tutto lo spazio che merita, anche se non gradisco così tanto la sua presenza.  Il nero sarà la sentinella messa a sorvegliare un avamposto, la possibilità di scampare a un pericolo. Sarà l’allarme acuto nella notte buia.

 

Faccio un giro nell’alta moda e ritorno.

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Brutto.

La capsule disegnata da Jean Paul Gaultier per OVS rappresenta l’ennesimo, insulso esempio di quel lusso democratico che ancora ci viene propinato come la manna dal cielo per tutti i “vorrei ma non posso”.

Gaultier, tra l’altro, sembrava essersi allontanato decisamente da queste chimere, quando aveva annunciato di volersi dedicare solo più all’alta moda e alla profumeria. Basta con il pret-à-porter, insomma, molto meglio convogliare le proprie forze in un settore più elitario, ma anche più creativo.

Ma si sa che le chimere tornano a farsi sentire e sventolano sotto il naso strumenti molto persuasivi.. L’alta moda sarà pure entusiasmante, ma vuoi mettere il ritorno mediatico di una catena low cost (oltre a tutti gli altri benefit)?

Ho fatto un giro all’OVS della mia città sabato scorso, così per curiosità. Giornata di shopping, con fila ai camerini di prova. Un intero reparto tutto apparecchiato per la collezione di Gaultier con cassa dedicata e commesse pronte a soddisfare ogni curiosità. Peccato che non ci fosse quasi nessuno in quel reparto. Solo in quello.

 

Se anche il brutto viene a noia.

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Brutto.

Eccolo qui il brutto che incombe.  E’ bastata una comparsata di due aspiranti e smutandate starlette all’ultimo festival del cinema di Roma, che subito l’idea è stata raccolta e immediatamente rivestita di alternative glamour.

Da chi?  Da Saint Laurent, che ormai da più collezioni porta avanti il vessillo di quello che nell’ultima stagione è stato definito “ugly chic”.

La volgarità definita e apprezzata da Diana Vreeland era ben altra cosa, ammettiamolo.   Era il frutto di uno spirito giocoso oltre che contro-corrente. Qui lo sguardo è blandamente perverso, ammicca e sfotte.  Ma soprattutto annoia.

Eccola la chiave di tanta cerebrale ricerca del brutto a tutti i costi: la noia.

 

 

NO

no

Brutto.

Schifano l’aveva dipinto a chiare e massicce lettere, il suo rifiuto.  Sembra che gli italiani siano maestri del no, a parole almeno.

Poi, nei fatti, quel no si trasforma in un non detto, non pervenuto.

Cosa c’entra con la moda?  Domanda retorica: la moda c’entra sempre con tutto, visto che tutte le sante mattine ci svegliamo e ci vestiamo. Ma soprattutto la riflessione nasce, per me, dalla sensazione che ci siano in giro troppi finti NO.  Gente che pare dare un calcio al sistema moda, con operazioni di rottura o, come si dice, di contestazione.

Basta grattare (pochissimo) la superficie poi, e scopri che si tratta del sistema stesso, sotto falso nome.  E mentre si plaude a tanta finta ribellione, va in scena a Parigi la prima collezione di Dior firmata da Maria Grazia Chiuri.  Ed è subito una ola di gente che si rammarica, perchè lì si che ci andava quel pizzico di immancabile rivoluzione..!

Uno dei commenti recitava proprio così:  -La Chiuri ha ucciso  Dior!-

Non me la son sentita di tacere e le ho risposto: – Christian Dior è morto 59 anni fa -.

Tutto il brutto che c’è. (1).

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Fausto Puglisi

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Gucci.

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Philipp Plein.

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N° 21.

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Roberto Cavalli.

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Alberta Ferretti.

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Wunderkind.

Brutto.

Nel 1961 Piero Manzoni mise in vendita 90 scatolette numerate e da lui firmate che valevano quanto l’oro (in base alla quotazione del momento). L’opera d’arte si chiamava Merda d’artista e ogni scatoletta conteneva, per l’appunto, merda.

“Operazione concettuale, autentica bomba a mano di natura post-dadaista. Oggetto duchampiano che crea un cortocircuito doppio, provocando sconcerto attraverso il ribaltamento della natura del contenuto, che viene poi lanciato nelle gallerie come opera d’arte..”.

Queste sono solo alcune delle definizioni che i critici si ingegnarono di trovare. Il gesto era quanto mai interessante e in fin dei conti dimostrava che anche la merda può essere venduta a peso d’oro.

Il brutto che piace.

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Brutto.

Sorrido leggendo uno degli ultimi articoli su La Repubblica, che sdogana clamorosamente i due termini che sono l’anima di questo blog: bello e brutto.

Sorrido perchè meno di due anni fa, da un altro titolato giornalista, questa scelta era stata definita tranchant (!).

Ma si sa, la moda è terreno fertile per improvvise sterzate o persino inversioni ad U. Possiamo dire tranquillamente che la coerenza non è mai stata di moda, per un settore che fa del cambiamento la propria parola d’ordine.

Sorrido anche per quel modo tutto speciale di trovare un senso storico e plausibile ad abiti che fanno francamente schifo: “stop al perbenismo”,  “immagine dura e cruda”,  “risposta urlata all’omologazione”..  Tutte descrizioni scovate con certosina pazienza per evitare quella domanda che rimane perennemente in sospeso: ma chi se li metterà mai questi abiti??

Domanda pertinente quanto mai, visto che sembra che questi abiti si vendano pure. Allora chiediamoci se non sia forse il risultato di quella miriade di commenti edulcorati, alla perenne ricerca dell’ultima pseudo-provocazione.  Siamo sicuri che chi compra questi abiti lo faccia per opporsi?

Piuttosto (come sempre) per distinguersi. Una provocazione vale l’altra e ostentare abiti brutti ha il vantaggio di lasciare immaginare un aplomb intellettuale che dovrebbe fugare ogni dubbio (quale furbizia!).  Oltre al fatto che una moda brutta appare a molti come il capolinea dell’estetica e nel gioco dei contrari questo risulta essere il massimo della distinzione.

Ma allora è il solito gioco della moda, che nel ‘700 imponeva gonne larghe svariati metri e oggi impone vestiti da stracciona.  In tutto questo la Moda non ci fa una gran bella figura (per buona pace di chi la considera un frivolo passatempo), rivelando quel suo lato oscuro fatto di teste non-pensanti.

P.s. Copio qui un commento esemplare ricevuto su questo post:  Guy Laroche diceva: “Mai fare un abito brutto; c’è sempre il rischio che qualcuno se lo metta…”

 

La differenza.

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Madeleine Vionnet

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Valentino

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Cristobal Balenciaga

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Cristobal Balenciaga

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Madeleine Vionnet

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Jacques Fath

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Charles James

Bello.

Quando si dice che la differenza sta nei dettagli, si dà per scontato che chiunque sia capace di notarli. Si dicono cose, a volte, che in realtà non stanno né in cielo e né in terra, perché i dettagli sono di per sé sfuggenti. Amano farsi beffa degli occhi poco allenati o frettolosi.

I dettagli  (quei particolari in sordina che eppure reggono l’intera opera sulle loro fragili spalle), richiedono dedizione e premiano solo chi ha la pazienza di affrontare la lenta contemplazione.  D’altra parte sono il frutto di menti e mani che di lentezza hanno fatto un mantra.

Chi avrà la pazienza di aspettare in premio la loro stupefatta scoperta?

La fretta (2).

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Brutto.

Sono convinta che la moda sia rimasta legata a una visione settecentesca in fatto di qualità e valore. Non dico che non ci siano state esperienze veramente innovative, ma ciononostante l’intero comparto vive e si muove ancora con quel concetto che recita più o meno così: il lusso è abbondanza.

Ne ho la conferma ogni volta che osservo le spinte centrifughe che orientano i grossi gruppi; la velocità che ormai è l’unico mantra: velocità = novità.  L’affanno generale è sempre quello di sfornare più pezzi, per soddisfare desideri che nessuno più sa nemmeno di avere. D’altra parte il desiderio ha soppiantato il bisogno, non è vero? Allo stesso tempo però quel desiderio dura solo un attimo, perché il mercato si affretta a soddisfarlo ancora più velocemente.

La quantità di vestiti e accessori prodotti in tempi sempre più corti provoca qualche conseguenza, che generalmente non sembra preoccupare molto, ma invece credo che dovrebbe farci riflettere.  Ritorniamo al tema del desiderio: smettere di desiderare significa anche smettere di immaginare, svuotare di significati allegorici e personali gli oggetti o le azioni. Ogni desiderio è in fondo uno stimolo per la creatività e la spinta verso il futuro, l’opportunità di creare delle occasioni. Insomma potremmo paragonare il desiderio alla miccia che innesca l’incendio.

Non possiamo stupirci allora se una massa di bulimici ha smesso di immaginare e viaggia con la testa immersa in una realtà virtuale sempre più invasiva.

In tema di abbigliamento, cosa fanno i grandi marchi? Rilanciano la posta creando l’ennesima collezione quasi in tempo reale o trasformano il mondo in una passerella globale, che sia Cuba o Rio fa lo stesso, purchè desti l’attenzione mediatica di qualche giorno.

L’abbondanza prima di tutto. Nel settecento o giù di lì riguardava i metri di tessuto, i ricchi ricami e le forme via via più ingombranti; oggi riguarda la velocità e la smania di essere presenti, pervasivi, convincenti.

Abbondare in follower, in passaggi sui social, in scatti condivisi, notizie, pubblicità, eventi.

In tutto questo delirio di onnipresenza che fine hanno fatto gli abiti, da cui tutto è scaturito?  Molti, anzi moltissimi sono finiti negli outlet, nei mercati o nelle discariche, qualcuno in armadi che non ne avvertivano la mancanza.

Che fine hanno fatto gli stilisti lo sappiamo bene.