La forma del tempo nuovo.

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Bello.

Ho amato da sempre questo abito, è di Madeleine Vionnet, datato 1929, l’anno del crollo della borsa di Wall Street. Un anno cruciale, in cui la povertà di lusso di Chanel cominciò ad andare stretta. Coloro che, nonostante la crisi, continuavano ad essere ricchi, non desideravano mettere in piazza la loro fortuna (da veri puritani), d’altronde non volevano nemmeno apparire come quelli che la ricchezza l’avevano repentinamente perduta.

La moda aveva bisogno di cambiare ancora. Chanel cercò un compromesso arricchendo i suoi abiti con cascate di gioielli falsi o veri, mischiati, così da confondere le idee.  Vionnet non era fatta per i compromessi, cercò, come al solito, il suo punto di vista più autentico.

Questo abito, secondo me, ne è la prova: semplicemente lussuoso. Ma è un lusso nuovo, non c’è nulla che luccica, c’è una cognizione del corpo che è prepotentemente dinamica e allo stesso tempo sensuale.

Significa che il rapporto corpo-movimento-bellezza è compiuto.

Sylvio Giardina: tra innovazione e classicità.

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sylvio giardina the hip dress 1                                                       The Hip Dress – tribute to Elsa Schiaparelli

Bello.

Sylvio Giardina è uno stilista nato a Parigi ma con origini e formazione italiana. Formato alla scuola dell’alta moda romana: Gattinoni per la precisione, e queste sono esperienze che rimangono nel dna. Ma, come ho scritto più volte, l’alta moda non è completa là dove non c’è innovazione e sperimentazione e gli abiti di Giardina sono interessanti proprio perché scelgono la strada più difficile: quella della tensione verso il versante artistico.

Mischiare arte e moda è sempre una scelta azzardata, si cammina sul filo di lama: basta un niente per trasformare gli abiti in oggetti da museo o, al contrario, trasformare l’intento artistico in poca cosa. Ma non è questo il caso di Giardina, qui sembra che la scommessa sia vinta, siglata dall’affermazione: l’arte è l’ispirazione, la moda lo strumento.

Gli abiti che compongono l’ultima collezione sono dinamici, mescolano i consueti elementi sinuosi con pattern lucidi e tecnici. Tentano di trovare una nuova forma corporea, ma al contempo non negano il supporto; sembra quasi che in questo gioco di negazione e affermazione, mettano in luce una nuova plasticità.

Ma la cosa che più sorprende, dopo tutta questa complessità, è la semplicità con cui si immagina possano essere indossati.

Insomma abiti che dialogano con il corpo, in cerca di un equilibrio tanto difficile quanto infine possibile.

Save gLOVE.

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Bello.

Lo so, le sfilate stagionali imperversano ormai da alcuni giorni, ma io confesso che finora me ne sono altamente infischiata. Mica per posa, è che ancora non mi va. Lascio ai giornalisti di professione l’incombenza di stare sempre sul pezzo. Questo è il bello di non avere padroni, almeno per quanto riguarda la scrittura.

Invece mi concentro su un accessorio che mi piace da sempre: i guanti. Quelli in foto fanno parte della mia piccola collezione. Mi sono stati perlopiù regalati e questo me li rende ancora più cari.

Comincio ricordando un paio di lunghissimi guanti di capretto bianco immacolato, prestatimi dalla moglie di un ex-ambasciatore per partecipare a una festa anni ’20 (erano i primi anni ’90). Passai la serata senza toccare cibo: non volevo togliere dalle mani e dalle braccia quella meraviglia di pelle sottilissima, ma nemmeno rischiare di sporcarli. Finì che uscii dalla festa un poco malferma sui tacchi dopo vari cocktail a stomaco vuoto..

Ho sempre trovato affascinante il gesto di sfilarsi i guanti dalle dita. E’ in fondo un poco come mettersi a nudo. Le mani sono una porzione di corpo che parla per noi così tanto, attraverso la forma, la gestualità, l’uso che ne facciamo. Rita Hayworth in Gilda con il gesto di sfilarsi i lunghi guanti di satin nero ha creato lo stereotipo della sensualità. Inarrivabile, più di innumerevoli spogliarelli.

Non mi piacciono i guanti di lana, anche se li uso per praticità. Trovo che nascondano il carattere delle mani, sono un accessorio del tutto privo di personalità. In più la confezione del guanto di lana non ha nulla a che vedere con il vero rito della manifattura di quelli in pelle o tessuto. I dandy dell”800 per realizzare i loro guanti si affidavano a due artigiani differenti: uno che confezionava solo il pollice, mentre l’altro si occupava di tutto il resto. In un famoso libro di Philip Roth –Pastorale americana- c’è un intero capitolo che racconta le complesse fasi di lavorazione dei guanti. E’ un capitolo che naturalmente ho adorato e letto più volte; è come un libro nel libro per me.

Ultimamente è stato aperto, proprio in una zona abbastanza centrale della mia città, un negozio che vende solo guanti, sembra faccia parte addirittura di una catena. Un giorno sono rimasta incantata a guardare le vetrine perché oltre ad alcuni antichi strumenti per la confezione, veniva trasmesso un video che documentava i gesti sapienti di un guantaio.

In fondo cosa rappresentano i guanti, se non il desiderio di mantenere celata una parte molto privata di noi? Di questi tempi, mi sembra una bella cosa che si torni a voler nascondere dopo che è stato svelato praticamente tutto.

Una storia di passione e Joy – Jean Patou.

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Bello.

Jean Patou era un uomo raffinato e audace, tanto audace da lanciare nel 1929, in piena crisi economica (ricordiamo il crollo di Wall Street) il profumo più caro del mondo: “Joy”. E già il nome era un manifesto contro l’abbattimento e il pessimismo generale.

Non aveva torto, e il successo strepitoso di quel profumo, che dura ancora oggi, lo conferma. Non che rischiasse poco, visti i tempi che correvano, ma rischiò. Rischiò di nuovo quando nel 1931 propose il primo profumo unisex: “Le Sien”, per uomini e donne che amavano correre a grande velocità. Pensate con quanto anticipo immaginò questo tipo di parità..

Patou creava vestiti che si adattavano alle persone e non il contrario. Inventò lo sportwear per le donne che finalmente potevano non solo muoversi comodamente, ma addirittura fare sport.  Erano suoi gli abiti con cui nel 1919 Susanne Lenglen vinse il torneo di Wimbledon, scandalizzando i benpensanti, perché il gonnellino così corto non lasciava molto spazio alla fantasia.

Era amico di Chanel (forse l’unico tra i couturier dell’epoca), non c’è da stupirsi, parlavano la stessa lingua. Quello che stupisce piuttosto è quanto un uomo abbia potuto immaginare quello di cui le donne avevano davvero bisogno, mettendosi letteralmente nei loro panni.

La storia ci suggerisce lezioni da tenere a mente. Ci indica possibili modelli di cui fare tesoro e soprattutto nei periodi di crisi ci insegna che l’immobilismo non è affatto una buona idea. Il coraggio e il talento possono fare la differenza.

Un abito eterno.

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Bello.

Avevo scritto alcuni giorni fa di questo evento: Eternity Dress al Museo Galliera di Parigi, che vedeva Olivier Saillard insieme a Tilda Swinton impegnati in una inusuale performance in onore di quella che veniva chiamata ‘archeologia sartoriale’.  In quel post raccontavo le mie perplessità riguardo alla definizione e alla stessa operazione. Ma devo fare ammenda, e infine con autentica gioia ricredermi.

Ho ricevuto da Parigi una lettera dall’amica Clara Tosi Pamphili, che è riuscita a trasmettermi il senso e l’atmosfera di un rito, ancor prima che di un mestiere, o un fatto artistico.  Ecco, è così che ho sempre pensato ai gesti di un sarto, e Clara magicamente è entrata in sintonia col mio pensiero.

Questa è la lettera:

“Adriana cara,

ti scrivo da Parigi. Novembre é quasi finito, fa freddissimo, sono qui per lavoro, pensavo di vedere quello che normalmente una città come questa può offrire in un momento di ordinario calendario e mi ritrovo a non avere il tempo di “guardare tutto”. In tutto lo sconforto di tante cose bellissime a confronto del poco che c’è da noi una mi ha ferito più delle altre.

“Eternity Dress” é la seconda collaborazione fra il Palais Galliera, quel meraviglioso museo della moda, e Tilda Swinton.

Ti dico subito che il primo sentimento é stato quello dell’importanza della performance all’Ecole des Beaux Arts: i biglietti già esauriti dal mese di gennaio, l’ansia della lista d’attesa e l’entusiasmo di riuscire ad entrare.La seconda sensazione é stata l’invidia per un paese che riesce a parlare di moda mettendo in collaborazione istituzioni, come un museo e l’università, facendo una performance artistica contemporanea capace di rappresentare degnamente il rito del lavoro sartoriale.

Adriana tu sai quanto parliamo di artigianato, quante mostre e fiere e campagne pubblicitarie si montano sulla promozione di attività creative manuali cercando di ricreare nuovi interessi. Siamo riusciti a convincere i giovani che cucinare é molto cool ma non siamo riusciti a convincerli che fare il sarto che sa fare un abito lo sia quanto essere stilista.

Tutta la performance racconta la realizzazione di un abito: Olivier Saillard, direttore del Museo Galliera, con un metro intorno al collo e con tutti gli strumenti tradizionali misura il corpo di Tilda, insieme riportano le cifre sulla carta. Fanno un esercizio di modellistica. Compiono un rito per realizzare “Une robe, une seule” un abito, uno solo. E’ uno spettacolo commovente, accompagnato da una musica perfetta che sottolinea la voce di lei quando scandisce i numeri delle misure, i tipi di colletti o quando elenca i  couturier cambiando posa ad ogni nome.

Lei é l’abito che indossa, lei rifiuta decori inutili, lei arriva all’essenza di se stessa grazie alla conoscenza delle proprie misure, quelle che permettono al suo corpo di muoversi con eleganza.

Avrei voluto che lo vedessi, tu che sai giudicare, avresti applaudito anche tu come tutti quelli che erano lì, saresti stata colpita da come si possa parlare di archeologia di moda prima che di fashion system.

Un capolavoro. Volevo dirtelo.

Tua

Clara”

Grazie Clara.

Se la moda è nuda.

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Bello?

Basterebbe questa carrellata di immagini per comprendere come alcuni stilisti vedono (o vedevano) l’abito per eccellenza: la pelle.  L’abito che non si sceglie, ma ci identifica per sempre.

In fondo cosa rimane ad uno stilista se gli si tolgono gli abiti? Rimane l’essenza, la sua visione del mondo, tutto in un atteggiamento, una posa, uno sguardo.  Rimane moltissimo quindi.  Tanto da lasciar trapelare ancora più nettamente la sua idea di stile.

Per alcuni è un manifesto alla fragilità, una provocazione sussurrata, per altri è esibizione, o esibizionismo, altri ancora lo interpretano come un coup de théatre, oppure un inno alla plasticità. Per tutti c’è un po’ l’idea che attraverso il proprio corpo sia possibile veicolare un concetto nudo e crudo (appunto): quello che la moda è immaginario, prima ancora che immagine.