L’insostenibile arte di stare al mondo.

fashion

Brutto.

L’ingratitudine è una delle cose che più mi fanno soffrire.  Certo, con il tempo ho imparato che rappresenta una fetta considerevole delle manifestazioni umane in fatto di scambi reciproci, ciononostante ancora rimango sconcertata.

La moda è un sistema complesso (come tutti i sistemi d’altronde), non sfugge alle regole e alle consuetudini che valgono per ogni settore umano e poichè di persone si tratta, sarebbe bene concentrarsi ogni tanto su quello che io chiamo l’arte di stare nel mondo.

Sarà bene ogni tanto ribadire che anche nella moda valgono parole e fatti che si chiamano etica, lealtà, buona educazione, gentilezza, sensibilità, riconoscenza, umiltà, intelligenza.  Sembra scontato, ma non lo è affatto.  Lo constato ogni giorno, scontrandomi con episodi di “normale” smemoratezza verso ognuno di questi termini.

la moda, anche quando non sembra, possiede in sè questo impulso verso la bellezza che è il motore che la alimenta, e automaticamente chi la frequenta dovrebbe essersi fatto più volte domande in merito. Cosa è bellezza? Sono solo gli abiti o piuttosto un’attitudine? E’ relativa a un modo di essere, di muoversi nel mondo che in questo caso si esplicitano nel disegnare vestiti? Si possono fare abiti belli pur essendo delle brutte persone?

Nei miei corsi tento continuamente di far passare alcuni di questi concetti. Provo a piantare semi, sperando che prima o poi diventino piantine. Immagino che la presenza di un maestro sia pur sempre necessaria e, con i miei limiti, provo ad esserlo.  Cerco di insegnare che la bellezza risiede anche nei gesti piccoli che riguardano solidarietà e rispetto per chi ci vive intorno. Che la moda può a volte offuscare il senso critico ed è perciò necessario rimanere centrati su di un nucleo di autenticità.

Ma la bellezza a volte fugge lontana, mentre il mondo fatto di parole come successo, fama, soldi, notorietà… Prende il sopravvento.

Ed è ogni volta una piccola/grande delusione.

 

 

No more angels in paradise.

jeremy scott

Brutto.

” Prima di arrivare qui (da Moschino) creavo poche collezioni l’anno. Ora non le conto più. Questa velocità, però, non la ritengo negativa perchè fa parte di questi tempi. Fare il designer è come essere un atleta: devi allenarti ogni giorno senza perdere il ritmo. Percheè se non lo fai sei fuori dal gioco”.

Questa una tra le varie dichiarazioni di Jeremy Scott, attuale direttore creativo di Moschino, forse il più populista tra gli stilisti (detto da lui).  Saltano all’occhio due parole immediatamente: velocità e gioco.

Sulla velocità molti paiono essere d’accordo sul fatto che non si possa far altro che adeguarsi alla tendenza generale e quindi correre a perdifiato tentando di superare i concorrenti. E qui entra in campo l’altra parola, il gioco. Perchè, a quanto pare, quel gioco sembra essere l’unica posta in palio per cui valga la pena partecipare.

Pur di restare nel gioco si è disposti a pagare qualunque prezzo. E’ così?

E’ probabile che il populismo sia una diretta conseguenza di questo atteggiamento: voler piacere a più persone possibili, essere sempre “sul pezzo”, produrre e consumare più oggetti ed esperienze possibili. Insomma essere disposti a diventare tout court un’ estensione del mercato, possiamo dire un prodotto del mercato stesso.

E non è proprio un caso se Scott, nel suo argomentare la propria politica di comunicazione, fa riferimento a Donald Trump, quello che la politica la fa davvero.

Dice che è quello il tipo di comunicazione perfetto: semplice, diretto, immediato. Probabilmente qualcosa che non faccia troppo pensare, un bel prodotto già pronto, facile da consumare senza indugi.

Sarebbe piaciuto tutto questo a Franco Moschino?  E’ sufficiente che il fatturato abbia un segno positivo per sorvolare su questioni accessorie come etica, contenuto, qualità, innovazione, significato…?

Forse le vere vittime di questo tipo di moda, non sono tanto le cosiddette fashion-victim, piuttosto tutti coloro che si adattano a un sistema che richiede mediocrità, che premia il più adattabile al livello medio. Forse in tutto questo si è perso di vista il tempo per pensare, che non è un tempo morto. La velocità se l’è fagocitato insieme al senso critico, che fa dire a uno stilista che la sua moda è populista, come se fosse un complimento.

E il guaio è che tutto questo sembri normale.

Concertino per sordi.

glenn ligon

Brutto?

Capita di leggere un interessante scambio di battute, su uno dei social network più gettonati, tra Simone Marchetti (giornalista di Repubblica) e Stefano Gabbana (co-direttore del marchio Dolce&Gabbana).

Tutto parte da un articolo sul Time che affermava già nel titolo quanto il direttore creativo di Gucci fosse ormai diventato un’icona indiscussa di stile e non solo (the most influential italian in the world!). Da qui prendeva il via l’articolo e l’intervista di Marchetti ad Alessandro Michele, che non lesinava certo in elogi ed inchini a tanto genio.

Ma nei commenti al post ecco comparire l’obiezione stizzita di Gabbana che scrive: –Il colore dei soldi fa dire qualsiasi cosa-. (Ma poi aggiunge un cuoricino, giusto per non apparire troppo tranchant). A questa fa seguito la risposta del giornalista che la prende larga riguardo al fashion system e all’appropriazione di idee altrui…

Subito dopo Gabbana rincara la dose scrivendo: –Ti posso fare elenchi di persone che non sono certo stilisti che hanno vinto premi e nomine solo pagando… ma penso tu lo sappia meglio di me-.

A questo punto mi sembra necessario fare una attenta analisi dello scritto:

  1. Nella prima frase (quella sul colore dei soldi) si afferma in pratica che basta pagare e i giornalisti scrivono qualsiasi cosa. Come mai Marchetti non si è offeso? Io al posto suo l’avrei fatto. Insomma, chi tace acconsente?
  2. Si afferma che si potrebbe fare un elenco di disonesti. Ma a che pro, se poi l’elenco non si fa? Lanciare il sasso e tirare indietro la mano? Allora meglio tacere.
  3. Si afferma che non si tratta di stilisti. Classica tattica del tipo tutti i presenti esclusi.
  4. Si afferma che il giornalista sa dell’elenco in questione. Ma allora siamo rimasti solo noi a non saperlo… A questo punto fuori i nomi!

C’è un vecchio proverbio che dice: nel paese dei ciechi quello con un occhio è il migliore. Ma potrei citarne anche un altro che recita: una mano lava l’altra. E ne conosco altri ancora che in qualche modo potrebbero fare al caso nostro. Ma sarebbe superfluo, considerando che pur nella nostra sterminata ignoranza di elenchi, una cosa l’abbiamo ben chiara: che stilisti e giornalisti mai si farebbero la guerra e che certe scaramucce fan discretamente (e amaramente) sorridere.

E infine, è certamente un caso che su la Repubblica di sabato scorso sia apparso un bell’articolo di Marchetti in favore di Dolce&Gabbana, elogiativo quanto basta. Mentre sulla pagina social di cui sopra appariva di recente un post con foto di un capo della stessa griffe, forse per dispensare equamente complimenti e visibilità?

Benvenuti nel paese delle banane.

(immagine: Glenn Ligon).

Euphoria!

Bello?

Si chiama Euphoria la mia ultima collezione di gioielli contemporanei. Un nome adatto, mi sembrava, per questi tempi.

Perchè l’euforia è proprio quello che più mi manca. La capacità e la possibilità di ridere quasi per niente, quella magnifica ebrezza che ti trascina via senza una logica.

Siamo troppo spesso pensierosi, talvolta cupi, nel migliore dei casi realisti. Questo ci tocca ora. Ci sembra che ridere sia un affronto a tutte le tragedie a cui assistiamo da semplici spettatori del mondo, ci censuriamo, stiamo attenti a non strafare.  Invece ridere ci servirebbe da antidoto, perchè il mondo probabilmente ha da sempre la stessa percentuale di infelicità. Semplicemente adesso è più facile che ci venga mostrata.

Allora l’euforia salvifica è come un vento che spazza via la nube. Per questo ho amato le frange, che si muovono con il vento o con il movimento del corpo. Qualcosa che vive, che muta e respira.  Qualcosa che assomiglia a una risata.

 

Jewels: Adriana Delfino (info@adrianadelfino.com)

Model: Sara Capello

Ph.:   A.d.A. photo

Not for sale.

La sfilata di Gucci

Bello.

La sfilata sull’Acropoli non ci sarà. Nonostante i milioni di euro che sembra aver offerto la casa Gucci, il Kas (Consiglio centrale archeologico greco) ha risposto con un no categorico.

E, devo ammetterlo, la cosa di istinto mi fa sorridere non poco. Si è discusso sull’opportunità di rifiutare, vista la disastrosa situazione finanziaria della Grecia, poi sul fatto che in passato era stata concessa già ad altri brand (vedi Coca Cola, ma anche Dior in un lontano 1951) la possibilità di sfruttare questo scenario eccezionale, ma nonostante questo io continuo a sorridere.

Sarà perchè apprezzo quel pizzico di sana follia che predilige l’orgoglio alla logica degli affari, sarà perchè mi piace pensare che davvero ancora esista qualcosa che non si possa comprare, in ogni caso credo che la possibilità di dire no a dispetto di tutto, sia ancora una delle pochissime autentiche libertà che ci appartengono e che vadano saldamente difese.

Sui dettagli dell’offerta e del rifiuto in realtà sappiamo ben poco, quindi possiamo solo fare congetture. Però immagino che quel no sia stato mal digerito dai ricchissimi proprietari della casa di moda, che prontamente si sono affrettati a smentire notizie su offerte in denaro trapelate sui giornali. Certo bisognerà pur rendersi conto che qui la moda non c’entra nulla, creativamente parlando. E’ in atto semplicemente un gioco al rialzo tra le case di moda che se lo possono permettere: se Chanel ha sfilato a Cuba e Fendi sulla Fontana di Trevi e via dicendo, allora vince chi fa il botto più rumoroso.

E’ il business che ingloba tutto, riducendo tutto a semplice accessorio, anche l’Acropoli. Contro questa logica io trovo che quel no sia stato assolutamente appropriato.

Non mi piace questa modalità di usare luoghi, storie, simboli per arricchire il proprio universo; non è tanto un modo per rafforzare un’idea, quanto piuttosto la sola spettacolarizzazione di quel concetto, che poi diventa fine a se stessa. Mi resta il dubbio di quanto debole sia in realtà quell’idea.

La logica è quella per cui non vincono le idee proprie, vince piuttosto la potenza di un progetto collaudato e indiscutibile, prodotto da altri. Un’immagine che basta da sola a illuminare qualsiasi cosa si presenti o quasi. Costi quel che costi.

Il successo dell’incoscienza.

 

02Bello??

Ci sono stagioni diverse nella vita di ognuno e persino un designer, pur non volendo affatto paragonarsi ad un artista, hai i suoi vari periodi.

Diciamo che normalmente nei suoi anni giovanili egli si muove e produce con una certa spensieratezza: quella necessaria incoscienza che gli deriva in parte dall’ingenuità e in parte dalla sensazione che il mondo sia in attesa di un segno. E quel segno potrebbe essere il suo.

Riguardando i miei vecchi lavori, in un luminoso giorno di gennaio, mi sono ricordata di quella sensazione felice. C’è in quegli oggetti una magnifica impressione di tempo inesauribile e la possibilità che tutto si potesse fare e disfare. Ma per natura non sono una che si dilunga in rimpianti e nostalgie, e allora, cosa ne facciamo di questo viaggio nel tempo?

Forse ogni tanto ci serve recuperare qualche pezzo che si è perso per strada, metterlo insieme agli altri per dare più senso al puzzle.  Vedo intorno a me molto affanno per numeri e risultati concreti, gente che si svende volentieri per una briciola di notorietà, come se l’unico obiettivo sia davvero quello di essere in prima fila ogni volta. Eppure conosco persone cariche di denaro e possibilità, che vivono in case enormi ma deserte.

Allora ripenso a quel guizzo iniziale. Può darsi che l’intero sistema moda abbia bisogno di ripensarlo, di ritrovare una dose di sana e liberatoria incoscienza. Quella che permette di compiere anche qualche scivolone, ma con allegria. Quella che tolga dalla faccia di finanziatori, redattori, buyer, blogger, influencer e compagnia bella, quell’espressione di tronfio auto-compiacimento e che regali alla faccia di designer una reale leggerezza.

Per quanto mi riguarda la direzione è già quella, altrimenti a cosa servono gli scivoloni e l’esperienza? Se la parola successo ha un reale collegamento con ciò che è già successo, allora questo potrebbe essere il senso.