La fretta (1).

gucci 2

Brutto.

Leggo da un trafiletto su D-La Repubblica a cura di Serena Tibaldi:

“Gucci, nell’occhio del ciclone per aver minacciato azioni legali contro alcuni negozi di Hong Kong colpevoli di vendere micro sculture di carta con le fattezze dei suoi accessori. Peccato che si trattasse di offerte votive: in Estremo Oriente durante i funerali si è soliti bruciare repliche cartacee degli status symbol più ricercati come gesto di buon augurio, senza intento commerciale. Il brand si è scusato per la svista (..)”

Da questo episodio, che si potrebbe riassumere con una colorita frase (che potete immaginare), colgo l’occasione per riflettere ancora una volta sulla velocità turbo che è diventata regola suprema per la moda e non solo.

Da quando le persone hanno smesso di riflettere prima di agire, di chiedere prima di rispondere, di informarsi prima di giudicare.. Da quando insomma hanno smesso di pensare, succede che il tempo, come un frullatore, restituisce loro una poltiglia che non è più un’idea, ma solo l’ennesima figura di merda (ora si, lo dico).

Bagarini alle sfilate.

Horozontal old fashioned elegant theater stage

 

Bello??

Ecco trovata la soluzione al dilemma.

Che ce ne facciamo delle sfilate che, da più parti, ci dicono essere diventate obsolete?  Semplice, le facciamo diventare uno spettacolo a pagamento.

Leggo da Pambianco News che la novità è già in atto, perlomeno in quel di New York. I biglietti vanno via come il pane, tanto che si stanno già mettendo in prevendita gli show di settembre.  E non pensate che i ricavi siano di poco conto, visto che si parla di cifre che arrivano anche a 3.500 euro a persona (comprensivi di visita nel backstage e stretta di mano allo stilista).

Pensare che la soluzione era così lampante, con tutti quei parvenue pronti a dar via un rene pur di presenziare alla sfilata dello stilista di grido. E d’altra parte si può supporre che gli anglosassoni ci siano arrivati per primi grazie anche al fatto che un aiutino per loro era già nel nome: show.

Presumo però che il business renderà meno appetibili gli agognati inviti. Immaginate la Wintour attorniata da una folla di fan paganti e così poco professionali..

 

God save fashion!

fashion is dead

Brutto.

Li Edelkoort è annoverata tra le 25 persone più influenti nel comparto moda – continuo a chiedermi come e perché riescano a fare queste stime- in ogni caso è innegabile che sia una attenta e puntuale osservatrice di tendenze.

Al Design Indaba 2015 ha annunciato senza mezzi termini la dipartita della moda, così come noi la conosciamo. E ha elencato uno dietro l’altro i motivi che hanno portato a questo decesso:

-Educazione, o meglio mancanza di educazione vera per le nuove leve di designer.

-Perdita di competenze nel tessile.

-Incapacità del sistema e degli operatori di prendersi carico del problema dello   sfruttamento delle persone addette alla produzione.

-Rapporti, fin troppo compiacenti, tra case di moda, riviste e blogger (ossia una totale mancanza di pensiero critico).

-Marketing avido e cieco.

Quello che soprattutto denuncia la Edelkoort, è che la moda ha smesso di essere in comunicazione con ciò che succede nel mondo e con ciò che vogliono le persone. Non era mai successo prima: la moda è sempre stata lo specchio della storia e dei cambiamenti di costume e questa capacità le restituiva una funzione necessaria; direi che alimentava la parte sana del sistema.

C’è un passo dell’intervista che mi pare illuminante:

“Fashion shows are becoming ridiculous: 12 minutes long, 45 minutes driving, 25 minutes waiting. Nobody watches them any more. The editors are just on their phones; nobody gets carried away by it.”

Le sfilate sono diventate obsolete da molto tempo, eppure gli addetti ai lavori continuano a presentarle nello stesso modo, con le stesse noiose abitudini. Persino gli stessi sciocchi inconvenienti dell’ultimo minuto. Sorge il dubbio, che è una quasi certezza, che tutto serva ormai a deliziare solo la folla di appassionati che farebbero carte false pur di possedere quegli imperdibili inviti. Un sistema che si alimenta solo più grazie alla egocentrica visione di se stesso.

Un sistema ipocrita fino in fondo, visto che ormai la messa in onda in streaming cancella persino l’utilità reale della presenza in loco. Eppure ci sono fior di giornalisti che difendono il loro diritto ad esserci, aggrappandosi alla necessità di godere dal vivo il phatos di quei 12 minuti. Come se ogni sfilata fosse uno spettacolo, cosa che non è ormai, se non in rarissimi casi.

Li Edelkoort rincara ancora la dose quando dice che la moda è diventata solo una ridicola e patetica parodia di ciò che è stata e che l’unica strada è quella di concentrarsi finalmente solo sugli abiti.

Aggiungo io che la moda è morta perché non solo sono scomparsi i couturiers e i designer, ma latitano persino i direttori creativi.  Abbondano invece gli stylist, buoni a mettere insieme pezzi di qualcun altro.

Concentrarsi finalmente solo sugli abiti sarebbe una dieta necessaria. Dal canto mio non potrei essere più d’accordo: credo che la sua anti-fashion faccia il pari con il mio against-fashion; anche se penso che questo grido di dolore arrivi con un certo ritardo, in un sistema ormai talmente compatto che solo una deflagrazione interna potrebbe scalfire.

E’ probabile che il fondo del barile non sia stato ancora raschiato.

 

I dolori della donna romantica.

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Bello?

A l’Aia, in Olanda, presso il Gemeente Museum Den Haag è in corso una mostra che conferma il clima reazionario che si respira di questi tempi nella moda di tendenza: “Romantische Mode”.

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Certo tornerebbe utile approfondire i motivi e le ispirazioni di molta moda contemporanea e a questo scopo sarebbe necessario ad alcuni frequentatori di sfilate e dintorni un viaggetto in quel di Den Haag. Giusto per comprendere che le ragioni di tanti vitini di vespa e gonne gonfie non sono puramente estetiche e nemmeno tanto condivisibili.

Nell’800 alle donne (e alle case) spettava il compito di esternare la ricchezza degli uomini. Quegli stessi uomini che per se stessi avevano scelto una divisa sobria e puritana. Le signore del bel mondo presero alla lettera questa missione, tanto da apparire in molti casi come bambole decorative, in un tripudio di fiocchi, fiori e merletti.

E’ a quel periodo storico che si ispirò Christian Dior, rimettendo in discussione tutte le conquiste che le donne avevano faticosamente realizzato tra le due guerre mondiali.

Sembra che quel periodo sia nuovamente di gran moda. Complice la crisi, e sappiamo che ad ogni crisi si accompagna un ritorno alle vecchie certezze; forse complice anche un sistema della moda particolarmente ingessato che ricorre al passato per acchiappare consensi.

E’ un escamotage che non mi è mai piaciuto e combatto ogni giorno contro i classici abiti da principessa, spiegando alle mie allieve quanto scomodi e invalidanti fossero.

Tutto fuorché romantici.

Luci ed ombre.

Givenchy by Alexander McQueen

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Givenchy by Alexander McQueen3

 

Bello?

Givenchy by Alexander McQueen, Autunno Inverno 1999 (ph. Thierry Orban).

Sarah Burton: “Ricordo una collezione – il prêt-à-porter autunno/inverno 1999-2000- che presentava un modello di un corpo robotico in Perspex. Il ragazzo che aveva realizzato il lavoro ci disse 10 minuti prima che il modello uscisse: “Se lei suda nell’abito, muore fulminata. Quindi dille di non sudare”.

 

Givenchy by Alexander McQueen, Fall Winter 1999 | Photographed by Thierry Orban | Sarah Burton: ‘I remember one collection – the prêt-à-porter autumn/winter 1999-2000 collection – which involved a model in a Perspex robotic body. The guy who made the robot told us ten minutes before the model walked out, “If she sweats in the suit, she’s going to electrocute herself. So tell her not to sweat”.

Un altro buco nell’acqua.

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Brutto.

Ennesima operazione di rivitalizzazione del marchio Louis Vuitton; questa volta a infondere ossigeno sono stati chiamati Christian Louboutin, Cindy Sherman, Frank Gehry, Karl Lagerfeld, Marc Newson e Rei Kawakubo.

Si è inteso così non escludere alcun settore della cultura che fa tendenza: design, architettura, arte e moda naturalmente. Tanto per non farsi mancare nulla, tanto per pescare a piene mani nel calderone della cosiddetta coolness.

Persino l’inossidabile e concettuale Kawakubo si è fatta assoldare in un’operazione che stride con il suo curriculum come il gesso sulla lavagna.  Immagino che il compenso valesse tanto sforzo, se di sforzo si può parlare, visto il risultato: una borsa con i buchi.

A questo punto possiamo ben dire che le borse di Vuitton fanno acqua da tutte le parti.

New York Fashion Lies

jimmy kimmel

 

Brutto.

Jimmy Kimmel è un comico americano che si diverte a fare scherzi interessanti. L’ultimo l’ha fatto durante la settimana della moda di New York che si è appena conclusa. Inevitabilmente i malcapitati presi di mira sono i cosiddetti fashionistas, che si arrampicano sugli specchi per descrivere inesistenti stili di altrettanto inesistenti marchi, giusto per non fare la figura di quelli fuori dal giro.

Interessanti sono le facce degli intervistati: gli ammiccamenti, le strizzate di occhi per lo sforzo di dire senza dire a sproposito, le risatine soffocate e tutti quegli  yeah e well.

Chiaramente i personaggi intervistati da Kimmel fanno parte di un reparto a sè stante del comparto moda: quello dei consumatori acritici e compulsivi. Reparto da cui non sono esclusi anche professionisti del settore. Gente così poco avezza a dire non lo so e altrettanto abituata a commentare con un great!

Mi sorge il dubbio che possa trattarsi di un prezzo accettabile per loro (la presa per il chiulo), pur di accedere ai fatidici cinque minuti di popolarità.

 

 

Cloni di Donatella.

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Brutto.

Per un marchio la riconoscibilità è fondamentale, ma da Versace sembra che la questione si sposti su chi lo indossa.

Mercificazione del soggetto.

Uno spunto interessante per ragionare sugli interlocutori della moda, o alla moda.

Donatella Versace ambirebbe presumibilmente ad assomigliare a una specie di Re Mida, che con il solo tocco trasforma ogni cosa in materiale desiderabile. Ma indossare un abito Versace evidentemente non basta più per completare questa operazione, bisogna che anche l’aspetto fisico sia in sintonia con la creatrice. Identificazione.

La domanda è: quanto è desiderabile oggi assomigliare a Donatella?