Delle Muse e della Moda.

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Muse 6 Babe Paley

Mario Vespasiani

Bello.

L’artista Mario Vespasiani qualche tempo fa mi ha inviato il materiale relativo al suo ultimo, interessante progetto: Mara as Muse, che comprende, oltre alle opere, un cortometraggio e un videoclip ispirato a questa figura, la musa per l’appunto. Dopo uno scambio di opinioni è nata la voglia di partecipare alla discussione con un contributo che riguarda la moda. E’ naturalmente una riflessione parziale, che conto di riprendere in futuro, dato che il tema mi appassiona.

Le Muse e la Moda

Nella descrizione delle nove Muse, figlie di Zeus, nessuna sembra dedicarsi al campo dell’abbigliamento, eppure la moda da sempre non ha saputo fare a meno di queste figure mitiche quanto modernissime.

Nella moda il termine assume un significato specifico, che Quirino Conti ha sapientemente descritto nel suo libro “Mai il mondo saprà. Conversazione sulla moda”:

Lei sola, con sprezzo e indifferenza, oserà indossare ciò che, unicamente per lei e per la sua audace, sperimentale temerarietà, il couturier aveva azzardato. Ne diverrà l’amico, il confidente, e da un solo sguardo veloce e saettante, da un silenzio, da un diniego o da un troppo sonoro entusiasmo egli saprà trarre conclusioni preziose ed essenziali, per poi redigere e ridisegnare in forme, colori e materie quel particolarissimo e inconfondibile stile.

Qualcuno l’ha definita addirittura “la creatura che genera il suo autore”, il che ci fa intuire quale rapporto di reciproco scambio, spesso essenziale, si instaura tra i due in un determinato periodo o a volte per tutta la vita. E’ il caso di Isabella Blow, scopritrice di un giovanissimo e immenso talento come quello di Alexander McQueen e poi divenuta sua musa imprescindibile; due personalità talmente in simbiosi da condividere persino la stessa morte suicida.  Sembrano confondersi così anche i confini tra genio ispirato e musa ispiratrice: quale dei due crea per primo? Ma in questo caso appare forse qualcosa di più estremo: l’incapacità di continuare a creare in assenza di colei che aveva rappresentato l’ideale in carne ed ossa.

La musa per un couturier era ed è spesso anche modella, così che Yves Saint Laurent arrivò a dire che una vera modella può anticipare la moda di dieci anni. Giusto per rimarcare ancora l’importanza in termini di ispirazione della musa, che può rappresentare il punto di arrivo di un percorso creativo, mentre ancora si sta svolgendo; come dire la sintesi in immagine di un ideale.

Chi sono state le muse dei padri della moda? Charles Friederick Worth, l’inventore della haute couture, fu il primo ad utilizzare una modella per presentare le sue invenzioni. Quella prima modella (una commessa del grande magazzino in cui lavorava all’inizio della sua carriera) divenne poi sua moglie e musa ispiratrice, colei che indossava le sue creazioni più innovative e le pubblicizzava con la sua persona nei luoghi in cui si andava “per farsi vedere”. Lo stesso fece Paul Poiret, il re della Belle Époque, sposando Denise Boulet, donna di una bellezza moderna, per cui era considerata una delle signore più eleganti ed estrose di Parigi. Dopo di lui arrivarono le grandi donne della moda: Coco Chanel, Madeleine Vionnet ed Elsa Schiaparelli.  La prima, Coco, cambiò le carte in tavola divenendo musa di se stessa, esemplificazione vivente della sua moda che era definita “la povertà di lusso”. Lei, con il suo taglio alla garçonne, gli abiti maschili e la cascata di gioielli falsi. In realtà anche lei ebbe bisogno di una figura ispiratrice, Misia Sert, che la introdusse negli ambienti artistici della Parigi effervescente delle avanguardie. Misia era colta, ricca ed eccentrica, tutto ciò che Coco avrebbe desiderato essere. Tutto ciò che la sua moda avrebbe dovuto rivestire.

Per Christian Dior la musa ispiratrice era Mitzah Bricard, al suo fianco sin dagli esordi e che lui definì: una di quelle rare persone di oggi la cui unica ragione di vita è l’eleganza. Una donna con l’allure di una diva e lo stile innato di un’eroina chic. Qualcuno potrebbe erroneamente immaginare una fashion-victim dei nostri giorni, ma si sbaglierebbe. In qualche modo Dior descriveva un vero, autentico dandy al femminile, in un’epoca in cui questa figura aveva ancora una possibilità di esistere.

Per Christobal Balenciaga le cose andarono un po’ diversamente: tanto fu tardivo Dior con il suo ingresso nella couture, tanto invece fu precoce Balenciaga, che si racconta ebbe la sua prima, indimenticabile musa nella marchesa Blanca Carrillo de Albornoz y Elio. La leggenda racconta che, ancora adolescente, rimase folgorato dalla sua eleganza mentre usciva da una chiesa. Audacemente le rivolse la parola, promettendole di confezionarle un abito simile a quello che indossava. Evidentemente la sua audacia era pari alla sua bravura, perché la marchesa divenne poi la sua protettrice e mecenate, oltre che prima ispiratrice di uno stile sontuoso e senza sbavature.

Un capitolo a parte merita la Marchesa Luisa Casati, musa di artisti ma anche di couturier come Fortuny, Poiret ed Ertè. Figura eccentrica ed eccessiva per eccellenza, con i suoi occhi bistrati, il viso bianchissimo e i capelli fiammeggianti, colei che a tutti i costi voleva essere un’opera d’arte.

Da queste poche figure si evince che le muse nella moda sono state sempre anticipatrici di un tempo ancora da venire. Eroine di una avanguardia difficile, a volte impossibile da capire per i loro contemporanei. Una boccata di futuro per i creatori di moda, che hanno attinto alla loro modernità per immaginare la donna che le altre donne avrebbero desiderato essere, prima ancora di saperlo.

Per Yves Saint Laurent, protagonista eccellente della moda del ‘900, nonché personalità sfaccettata, una sola musa non era sufficiente. La sua complessità fu rappresentata da due figure agli antipodi e complementari: Loulou de la Falaise e Betty Catroux. La prima il lato gioioso e solare, la frenesia della creazione in atelier, la seconda il lato oscuro del genio, notturna e destabilizzante. Entrambe indispensabili e rappresentative di una moda che poteva vestire donne così diverse, ma sempre uniche. Alla morte di Loulou de la Falaise, nel 2011, i giornali titolarono: L’ultima grande musa, intendendo in questo modo sottolineare la fine di un’epoca, di un modo di intendere la moda. Quella che finiva era l’epoca dei couturier, sostituiti prima dagli stilisti e poi dai direttori artistici; la couture sostituita dalle logiche dell’industria.

Che ne è stato delle muse?

Nel secondo dopoguerra i grandi fotografi come Irving Penn, Richard Avedon e Cecil Beaton hanno ritratto donne dalla personalità spiccata che frequentavano abitualmente ancora quell’ambiente inconfondibile dell’haute couture: Marella Caracciolo di Castagneto, Bettina Ballard,  Millicent Rogers, Babe Paley, Gloria Guiness…  Negli anni ’60 e ’70 iniziò l’epoca delle grandi modelle-muse, che rappresentavano perlopiù un ideale giovanile (Twiggy, Veruschka) per proseguire poi negli anni ’80 con le top-model, camaleontiche e protagoniste assolute, tanto da prevalere sugli abiti. Gli anni ’90 con il minimalismo nella moda riportarono l’attenzione sugli abiti e per un breve periodo sembrò che le muse non avessero più grande appeal. Ma l’illusione ha avuto vita breve se personaggi come Kate Moss da più di vent’anni continuano a ispirare e dirigere le fantasie dei creatori di moda. Non a caso nel 2009 il Costume Institute del Metropolitan Museum a New York ha dedicato al tema una mostra dal titolo esemplificativo: The model as Muse: Embodying Fashion.

Ma possiamo ancora parlare di muse? In realtà il termine oggi suona un poco obsoleto ed è stato sostituito da un’altra parola: icona, che sposta l’attenzione dal contenuto all’immagine pura e semplice. Ed è evidente che in un tempo come quello presente, in cui la velocità fagocita parole e gesti, cosa c’è di più immediato di un’immagine? Le icone di stile, moderne muse, invadono di preferenza i social network, si fanno immortalare dai blogger, dettano legge in fatto di moda sulle pagine delle riviste di tendenza. Per loro parlano le immagini da sole, senza bisogno di spiegazioni o esternazioni colte.

Eppure il termine musa non smette di affascinare i creatori di moda, come dimostra l’ultima campagna pubblicitaria di Marc Jacobs per Louis Vuitton, in cui Steven Meisel immortala sei muse contemporanee, attingendo a personaggi “storici” come Catherine Deneuve, classici come Sofia Coppola e infine più moderni come le modelle Edie Cambell e Caroline Maigret.

Forse qualcuna delle Muse sopravvive, lontana dai riflettori, presente negli atelier dell’alta moda, che incredibilmente resiste ancora in questi tempi di fast and furious. Ma si sa, la vera bellezza è spesso talmente lontana dai luoghi comuni da risultare ostica. E, come in passato, le muse sono ancora quell’avanguardia che necessita di un tempo lungo per essere compresa, troppo lungo. Oggi più di ieri.

Fortuny e l’abito perfetto.

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Bello.

Mariano Fortuny y Madrazo era molte cose tutte insieme: architetto, scenografo, regista, inventore, fotografo, scultore, incisore, alchimista..  Fra le tante cose era anche un couturier, anche se lui si considerò sempre, soltanto un pittore.

In veste di couturier nel 1907 inventò un capolavoro praticamente senza tempo: il Delphos.  La tecnica di tintura e plissettatura manuale su seta è rimasta un segreto dell’autore, ma non è solo a questo che si deve l’eccezionalità di questo abito. Un abito menzionato persino nella Recherche di Proust.

Per il Delphos Fortuny usava solo finissima seta giapponese, ogni capo era unico, perchè interamente fatto a mano sotto la sua attenta supervisione. Sulle cuciture dei fianchi e sull’orlo erano applicate piccole perle di vetro di Murano che regalavano alla seta una caduta perfetta.

Il Delphos fu indossato dalle donne più visionarie del tempo, bisognava esserlo per proiettarsi così avanti nel futuro in un’epoca  che prevedeva ancora corsetto e ingombrante biancheria intima. Isadora Duncan, Dolores del Rio, Eleonora Duse, la marchesa Luisa Casati e poi Peggy Guggenheim e Martha Graham..

E’ un abito che si adatta a tutte le taglie, splendido nella sua semplicità.  E’ la sintesi perfetta di vestibilità, eleganza e funzionalità: in definitiva un grande esempio di ottimo design.

Mariano Fortuny visse e lavorò per buona parte della sua vita a Palazzo Orfei, Venezia, quello che oggi è la sede del Museo Fortuny.  Ho avuto la fortuna di visitare il museo molti anni fa, prima del restauro e da allora la mia ammirazione per il suo lavoro non ha fatto altro che aumentare. Ricordo le grandi sale impolverate e ferme nel tempo, i velluti saturi di colore e la sensazione di respirare insieme agli odori anche una grande energia.  Doveva averne da vendere per fare tutte quelle cose contemporaneamente e farle anche in modo così compiuto.  Ma in fondo tutto si spiega se si pensa che Fortuny era sostanzialmente una unica grande cosa: un artista.