Una assoluta leggerezza.

Bello.

Si è appena concluso il festival della canzone italiana, che io guardo da sempre con attenzione e rispetto, essendo un fatto di costume importante.

Le impressioni sulla musica e i look dei protagonisti le tengo per me (già troppi ne hanno disquisito), vorrei soffermarmi soltanto su un dettaglio che mi ha incantato e che mi dà lo spunto per qualche piccola riflessione.

Due tra i musicisti che ho più apprezzato portavano al bavero delle spille che non passavano affatto inosservate. Elementi sicuramente scelti con intenzione e usati per trasmettere un messaggio. Una scelta che ho trovato delicata, che mi ha comunicato eleganza e persino  speranza. Sembra strano, lo so, ma la moda può anche questo.

Portare tutto con nonchalance, senza forzare la mano, questo poi è il segreto.

L’idea che il rigore di una giacca maschile possa essere alleggerito da un elemento volutamente decorativo mi sembra tanto semplice quanto significativa.  Abbiamo tutti bisogno di alleggerire il carico di questi anni anche attraverso piccole operazioni di stile, puntando su dettagli che sembrino giochi, frivolezze o anche simboli di assoluta leggerezza.

Le fatiche di Ercolino.

Brutto.

Siete stati al Pitti Uomo e ne avete tratto grande godimento: improvvisamente la visione dell’ultimissimo dandy si è palesata splendente davanti ai vostri occhi. Vi siete fatti in quattro per mostrare il meglio del vostro anticonformismo, mettendo insieme pezzi che mai avreste abbinato altrimenti. Avete sperato fino all’ultimo di entrare nel gotha dello stile grazie a uno scatto dell’immancabile Schuman.

Avete postato e scattato e poi ancora postato, fingendo di prendere un po’ in giro e ammiccando di quando in quando, dimostrando così che nulla vi sfugge e nulla vi stupisce più. Siete, insomma, stati leggeri e seri quanto basta. D’altra parte già il fatto di esserci era garanzia di quanto ci siete.

In realtà le immagini che avete condiviso, diciamolo pure, fanno un po’ cagare. Perchè non è poi che il presunto innato senso artistico vi esca da ogni poro. E di solito fotografate un po’ a casaccio, immaginando di aver colto l’attimo perfetto. Lo stesso che hanno colto anche tutti gli altri visitatori.

Si presume che le fiere e le varie settimane della moda siano il palcoscenico perfetto per chi, come voi, è alla ricerca di qualche innocente shock visivo, dimostrando tutto e il contrario di tutto. Vedi il calzino bianco con il sandalo foderato di pelliccia o il borsello trasformato in clutch o persino il mutandone di lana che diventa il pantalone da abbinare al frac.  In realtà ci sarebbe ben altro e non sarebbe necessario nemmeno muovere un passo fuori di casa. Prendi le immagini che ho trovato senza nemmeno un briciolo di fatica.

Io ve le regalo, chissà, potrebbero farvi comodo per la prossima mise, magari questa volta ci finite davvero su The Sartorialist.

The real, new Dandies.

Bello.

Giorni fa, a scuola, un allievo mi ha chiesto chi fossero oggi i discendenti dei dandies ottocenteschi. Ho dovuto ammettere in quel momento che non me ne veniva in mente nessuno. Leggendo le gesta di Beau Brummel che era maniacalmente attento a ogni singolo, minuscolo dettaglio e allo stesso tempo considerava il suo agire come una filosofia di vita, oltre che una scelta estetica, riflettevo sul fatto che in confronto i pavoni contemporanei mi paiono ben poca cosa.

Ma non avevo preso in considerazioni i Sapeurs  (adepti della SAPE, Société des Ambienceurs et des Personnes Elégantes).

Eccoli i nuovi, veri dandies. Che sfidano il tempo, il luogo, le circostanze, tutto in nome della bellezza. E possiamo facilmente immaginare che non sia una cosa affatto facile, né priva di conseguenze (e credo non sia un caso se dal francese sapeurs si può tradurre anche come “guastatori”).  D’altra parte il movimento nacque come atto di disobbedienza civile durante il regime di Mobutu Sese Seko.

Basta ascoltare le loro parole.

Quei dinosauri della moda.

gay 1 Brutto?

Una delle ultime interviste a Giorgio Armani ha destato l’interesse del web, mettendo in contrapposizione schiere di detrattori e seguaci di quel grande sconosciuto che circola sotto il nome di buon gusto.

In sintesi il Sunday Times ha pubblicato il pensiero di Armani a proposito di molti omosessuali che commettono l’errore di “vestirsi da gay” e l’opportunità, a suo dire, che “un uomo si vesta da uomo”.

Le esternazioni di Armani a me non paiono né offensive, né tantomeno particolarmente illuminanti, piuttosto mi sembrano fuori dal tempo.  Il tempo che, per un creativo che si occupi di costume, è fondamentale sia quello presente, se non addirittura quello futuro.

Credo che Armani abbia inteso riferirsi a quella schiera di designer che hanno fatto del no-gender la propria bandiera di stile ( e l’ultimo Gucci ne è solo l’esempio più visibile e nemmeno il più interessante). Capisco il suo scarso entusiasmo per la tendenza, ma proprio il tempo in cui si smette di osservare e analizzare con curiosità e apertura il presente, quello in cui il giudizio prende il posto dell’interesse, quello è per me il tempo in cui si finisce fuori dal tempo.  In parole povere è quando si diventa vecchi.

Le sue parole mi ricordano quelle di molti vecchi che iniziano i loro discorsi con la fatidica frase “Ai miei tempi..” Frase che fa immancabilmente stizzire giovani di ogni generazione, giustamente impegnati a vivere e godere il proprio tempo.

C’è un momento per lasciare, e credo sia proprio quello in cui la contemporaneità ci sfugge e ci appare come un nemico (ho già scritto di questo momento e di grandi di nome e di fatto che l’hanno saputo cogliere).  Capisco che sia spiacevole e desti nostalgia riconoscere di non essere più in grado di incidere nel presente, d’altra parte Armani ha però ricevuto riconoscimenti e gratificazioni che basterebbero per più vite e questo non a tutti è concesso.

Non è detto, poi, che lasciare voglia dire necessariamente ritirarsi.  Piuttosto potrebbe voler dire approfittare della propria esperienza per trasmettere conoscenze.

E per dosare parole e presenza.

E il settimo giorno lui si riposò.

gucci uomo 2015 1

gucci uomo 2015 2

gucci uomo 2015 3Brutto.

Non potevo crederci: ho letto giudizi estremamente positivi su questa ultima sfilata Gucci per l’autunno/inverno 2015-16.

Invece è proprio così, sembra che il nuovo corso del marchio, plasmato in 7 giorni 7, dal team che in tutta fretta ha sostituito Frida Giannini, sia la novità che tutti stavamo aspettando: il no-gender.

Io dico che sette giorni sono pochini pure per fare le prove generali, figuriamoci poi per dare corpo e sostanza a una collezione. E infatti si vede.

Poi c’è chi dice che di giorni ce ne sono voluti ben 15, altri sostengono che la collezione fosse già pronta prima che la Giannini lasciasse.. Insomma il solito teatrino perfetto per attirare l’attenzione sull’inutile.

Ciò che conta è vedere il risultato: un mercatino del bric-à-brac a cui è maledettamente facile attribuire intenti e sottintesi di tipo concettuale, e persino filosofici se proprio vogliamo esagerare. Abiti talmente destrutturati, talmente dismessi.. che in realtà a me sembrano semplicemente fatti male (o fatti in tutta fretta, che è lo stesso). Il no-gender tanto sbandierato risulta tutt’altro che neutro: rifiuta nettamente il genere maschile, fiondandosi tout court verso quello femminile. Niente di male, se non fosse che il mercato non è composto in maggioranza da efebici ragazzini, che assomigliano piuttosto a ragazzine.  Anche se capisco la claque del versante omosessuale, giustamente deliziato.

Insomma, guardando il risultato, mi viene il sospetto che Frida Giannini abbia volutamente anticipato la partenza. Nessuno potrà dire con certezza che questa è una sua collezione.

Come darle torto?

Un borghese piccolo piccolo.

prada uomo 2015

Brutto?

Prendendo spunto dalle sfilate della moda uomo di questo periodo, un amico si lamentava di quanta poca varietà ci fosse nel guardaroba maschile rispetto a quello femminile.  In realtà gli facevo notare che, a guardare bene quello che viene proposto sulle passerelle, spunti per spezzare la monotonia ce ne sarebbero..

E’ pur vero però che sono pochi gli uomini che osano, a parte i vari dandy veri o fasulli, gli addetti ai lavori e qualche spirito libero. La massa degli acquirenti di moda maschile tende ad andare sul sicuro con tinte sobrie, possibilmente neutre e uno stile che spazia dal classico allo sportivo con qualche concessione al casual.

Non è stato sempre così: nel ‘600 era la moda maschile che riceveva l’attenzione maggiore, con guarnizioni, decorazioni e ricami preziosissimi, gioielli a profusione e tessuti sontuosi. Le testimonianze sono ben visibili nei dipinti dell’epoca, che ritraggono re e aristocratici “iper-addobbati”.  Non fu da meno il 1700, secolo in cui i canoni di bellezza esigevano la vita sottile sia per le donne che per gli uomini e quindi l’uso del corsetto in entrambi i casi. Sia uomini che donne poi a corte indossavano parrucche incipriare, un trucco pesante e abiti coperti di ricami coloratissimi, maniche di impalpabile pizzo, calze di seta e scarpine col tacco.  Insomma non proprio un abbigliamento sobrio, e tutt’altro che noioso.

Il cambio di rotta avvenne a partire dalla fine del ‘700 e ancora di più nel 1800, subito dopo le due grandi rivoluzioni: quella francese e quella industriale.

E’ allora che ha origine quella che fu chiamata la grande rinuncia alla moda da parte degli uomini, con l’adozione del completo in tre pezzi: giacca/gilet/pantalone.  Il perfetto abito borghese.

Improvvisamente, per l’uomo borghese, tutto dedito ad accumulare capitali, la moda divenne materia poco seria, tanto da lasciarne totalmente la gestione all’universo femminile:

“Le donne di mondo vivono una vita da martiri. Per provare a valorizzare le toilettes di fata che le couturières si uccidono ad imbastire dalla sera al mattino, fanno la spola da un vestito all’altro, per ore affidano la loro testa vuota agli artisti del capello (..). Imbustate nei loro corsetti, strette nei loro stivaletti, esse volteggiano per notti intere nei loro balli di beneficienza..”.

Ecco, la descrizione poco lusinghiera di un cronista dell’epoca. Nel frattempo gli uomini si aggiravano, come tanti becchini, indossando completi scuri, cilindro e bastone da passeggio. Si salvavano (si fa per dire, vista la fine di Wilde) i pochi dandy in circolazione.

Possiamo ben dire quindi che ancora oggi gli uomini scontano un paio di secoli di ignoranza in fatto di moda.

Colpa dell’uomo borghese quindi, che ha preposto la funzionalità alla fantasia, che ha altresì relegato la moda nell’ambito della superficialità, negandole di fatto il ruolo sociale e culturale, che ancora oggi facciamo fatica a restituirle.