Style is not fashion.

style

Bello.

Anni fa una cliente mi fece questa domanda: -Come si fa ad avere stile?-.  Aggiunse poi qualcosa che mi lasciò interdetta: -Vorrei frequentare una scuola che insegni ad avere stile-.

Lì per lì non riuscii a rispondere altro che: – Non credo che ne esistano…-.  Rimasi sconcertata da quella domanda, tanto più che la cliente non era nemmeno giovanissima (sulla trentina circa). Sulla mia testa si materializzò quasi immediatamente un fumetto che diceva più o meno: -E’ molto probabile che tu non abbia capito affatto che cosa sia lo stile-.  Forse avrei dovuto essere più paziente e spiegarle che per acquisire uno stile personale bisogna aver cercato, provato e magari sbagliato e poi riprovato. Bisogna, insomma, aver vissuto. Ma non basta, perchè lo stile personale arriva a volte in modo misterioso, come un’illuminazione. Qualcuno ce l’ha innato, altri impiegano tutta una vita per trovarlo. Altri ancora non lo troveranno mai.

Eppure ogni tanto ripenso a quella breve conversazione avvenuta più di quindici anni fa e ultimamente mi chiedo se non fosse già un segnale dei tempi che stavano cambiando. Leggo ultimamente di scuole per influencer. Scuole, cioè, che insegnerebbero a qualcuno come fare ad influenzare più gente possibile nella scelta di cosa indossare, cosa mangiare, che luoghi frequentare, ecc.  Insomma la “scuola di stile” di cui parlava proprio quella signora.

Ma, come allora, il grande equivoco riguarda proprio la parola stile. Cosa si è perso per strada, per arrivare al punto che stile abbia perso quell’aggiunta, ossia personale?

Eppure a me sembrava che non potesse esistere stile che non fosse il prolungamento di caratteristiche e scelte assolutamente individuali. Si può acquisire lo stile di un altro? E’ credibile? O piuttosto la domanda sarebbe, è ancora appetibile l’idea che lo stile debba essere unico e non condiviso?

 

Carbone a volontà.

flower

Bello.

Le chiamano befane, streghe o puttane.
Loro non sono definibili, nemmeno un po’: nessuno è un’etichetta.

Ma le signore vi ricambiano allegramente e travestendosi da brutte vi regalano carbone mentre scorazzano per il cielo come centauri.
Gli avevano dato una scopa per spazzare e tacere e loro ne hanno fatto un cavallo, un tappeto magico.

W le befane.

L’insostenibile arte di stare al mondo.

fashion

Brutto.

L’ingratitudine è una delle cose che più mi fanno soffrire.  Certo, con il tempo ho imparato che rappresenta una fetta considerevole delle manifestazioni umane in fatto di scambi reciproci, ciononostante ancora rimango sconcertata.

La moda è un sistema complesso (come tutti i sistemi d’altronde), non sfugge alle regole e alle consuetudini che valgono per ogni settore umano e poichè di persone si tratta, sarebbe bene concentrarsi ogni tanto su quello che io chiamo l’arte di stare nel mondo.

Sarà bene ogni tanto ribadire che anche nella moda valgono parole e fatti che si chiamano etica, lealtà, buona educazione, gentilezza, sensibilità, riconoscenza, umiltà, intelligenza.  Sembra scontato, ma non lo è affatto.  Lo constato ogni giorno, scontrandomi con episodi di “normale” smemoratezza verso ognuno di questi termini.

la moda, anche quando non sembra, possiede in sè questo impulso verso la bellezza che è il motore che la alimenta, e automaticamente chi la frequenta dovrebbe essersi fatto più volte domande in merito. Cosa è bellezza? Sono solo gli abiti o piuttosto un’attitudine? E’ relativa a un modo di essere, di muoversi nel mondo che in questo caso si esplicitano nel disegnare vestiti? Si possono fare abiti belli pur essendo delle brutte persone?

Nei miei corsi tento continuamente di far passare alcuni di questi concetti. Provo a piantare semi, sperando che prima o poi diventino piantine. Immagino che la presenza di un maestro sia pur sempre necessaria e, con i miei limiti, provo ad esserlo.  Cerco di insegnare che la bellezza risiede anche nei gesti piccoli che riguardano solidarietà e rispetto per chi ci vive intorno. Che la moda può a volte offuscare il senso critico ed è perciò necessario rimanere centrati su di un nucleo di autenticità.

Ma la bellezza a volte fugge lontana, mentre il mondo fatto di parole come successo, fama, soldi, notorietà… Prende il sopravvento.

Ed è ogni volta una piccola/grande delusione.

 

 

NO

no

Brutto.

Schifano l’aveva dipinto a chiare e massicce lettere, il suo rifiuto.  Sembra che gli italiani siano maestri del no, a parole almeno.

Poi, nei fatti, quel no si trasforma in un non detto, non pervenuto.

Cosa c’entra con la moda?  Domanda retorica: la moda c’entra sempre con tutto, visto che tutte le sante mattine ci svegliamo e ci vestiamo. Ma soprattutto la riflessione nasce, per me, dalla sensazione che ci siano in giro troppi finti NO.  Gente che pare dare un calcio al sistema moda, con operazioni di rottura o, come si dice, di contestazione.

Basta grattare (pochissimo) la superficie poi, e scopri che si tratta del sistema stesso, sotto falso nome.  E mentre si plaude a tanta finta ribellione, va in scena a Parigi la prima collezione di Dior firmata da Maria Grazia Chiuri.  Ed è subito una ola di gente che si rammarica, perchè lì si che ci andava quel pizzico di immancabile rivoluzione..!

Uno dei commenti recitava proprio così:  -La Chiuri ha ucciso  Dior!-

Non me la son sentita di tacere e le ho risposto: – Christian Dior è morto 59 anni fa -.

Il “buon gusto” secondo Diana.

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Bello?

“Elsie, naturalmente, aveva un gusto meraviglioso, come tutti quelli che ho conosciuto in Europa. Di certo si nasce con il buon gusto perché è davvero difficile acquisirlo. Si può acquisire la patina del gusto. Ma ciò che Elsie Mendl possedeva era qualcos’altro, che è tipicamente americano: apprezzava la volgarità.  La volgarità è un ingrediente importantissimo nella vita. Credo molto nella volgarità…se esprime vitalità.  Un pizzico di cattivo gusto è come una bella spruzzata di paprika. Abbiamo tutti bisogno di una spruzzata di cattivo gusto; rinvigorisce anima e corpo. Credo che dovremmo usarne di più. E’ alla mancanza assoluta di gusto che sono contraria.

Ciò che attira la mia attenzione in una finestra sono le cose orribili… la robaccia. Anatre di plastica!”

(cit. Diana Vreeland, da D.V.)

 

L’accostamento che fa la Vreeland tra cattivo gusto e volgarità mi sembra interessante. Trovo in lei quel coraggio di osare, anche a costo di sbandare, che manca alla maggior parte dei costruttori o divulgatori di moda odierni.  Tutti presi a rimanere in bilico tra manierismo e audacia (ma controllata).

La volgarità di cui parla Vreeland è vivace, ossia qualcosa di vivo, che trasmette una emozione, un movimento.  Può anche non piacere, ma desta comunque interesse. Si prende il rischio di non piacere, e in effetti a molti non piaceva.

Mi salta subito all’occhio una somiglianza: il termine volgare deriva dal latino vulgaris, derivato di vulgus: volgo, popolo. Ossia popolare. Stessa etimologia di pop (popular).

Vreeland capiva benissimo che quel pizzico di paprika di cui parlava era indispensabile non solo per attrarre l’occhio, ma anche per arrivare dovunque e a chiunque. Non era un discorso elitario il suo.

Provate oggi a dire a qualcuno che i suoi abiti, le sue idee, la sua persona sono volgari..

 

A volte ritornano. (I bigotti).

daria-bignardi

Brutto.

La notizia oramai è risaputa: la Rai, Radiotelevisione Italiana stabilisce il nuovo dress-code per i giornalisti che appaiono in video, con un’attenzione particolare per quelli di sesso femminile.  E la direttrice di Rai 3, Daria Bignardi, convoca immediatamente gli addetti ai lavori per puntualizzare che non saranno ammesse scollature, tacco 12, trucco, parrucco e accessori vistosi, nonché i tubini neri, giudicati troppo sexy.  Sobrietà è il nuovo diktat.

In questa frenesia neo-talebana sono ritenute sconvenienti anche le braccia scoperte, che notoriamente veicolano un’immagine altamente peccaminosa.

Sono molte le considerazioni che si potrebbero fare (e che sono state fatte già da altri), a me interessa piuttosto riflettere sul significato che questo restyling assume in termini di stile, appunto.

Su tutto questo nuovo corso aleggia una parola chiave, che non viene però mai menzionata, ma si intuisce immediatamente: buon gusto.

Che cosa significhi buon gusto, ce lo siamo chiesti fino allo sfinimento. Inutilmente, perché, a parte la retorica che si trascina dietro, il buon gusto semplicemente non esiste. Esiste quello che ognuno definisce come gusto personale. E infatti non faccio fatica a riconoscere dietro queste regolette appena emanate, il gusto personale della signora Bignardi e il suo radicalismo chic.

Il problema, da sempre, nasce quando una opinione personale diventa talmente invasiva e perentoria da venire confusa come una esigenza generale. E chi se ne fa portavoce, come il detentore di una verità diffusa.

Personalmente troverei adorabili, in televisione o altrove, acconciature vistose appoggiate sopra teste pensanti. Ma allora non si tratterebbe più di una operazione di restyling, che riguarda, si sa, solo una facciata. Allora si, potremmo parlare di un cambiamento; ma i cambiamenti costano fatica, richiedono coraggio, prevedono assunzione di responsabilità.

Molto meglio accontentare il parterre dei benpensanti, e in un sol colpo azzerare il tentativo di andare avanti anziché quello di tornare indietro.

Lo zen e la cruna dell’ago. (Part I).

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(Coll. Deep Blue, Adriana Delfino)

Bello?

Buongiorno,

sono una sarta e adoro cucire.  Qualcuno dice che fa più chic dire fashion designer, ma è evidente che non conosce ciò di cui parla e non sa che i primi furono i sarti e che la parola contiene più mondi di quanti lui possa immaginare.

L’ho già detto più volte, un sarto compie gesti pieni di grazia: quando si accomoda il metro morbido intorno al collo, quando accarezza il tessuto per lisciarlo e valutarne la superficie. Quando traccia segni con il gesso, come fossero coordinate o geroglifici di una lingua che lui solo sa decifrare; quando imbastisce linee di filo bianco che sembrano strade (mi sono chiesta più volte, quanti chilometri e chilometri ho imbastito nella mia vita?).

Poi c’è il suono delle forbici che cambia per ogni tessuto tagliato: secco per il taffetà, cupo come un tuono per la lana spessa, appiccicoso e acuto per la seta, asciutto per il cotone… Tagliare un tessuto sintetico è una delle cose più sgradevoli che mi possa capitare, ci sono forbici che si rifiutano di farlo e posso capirle.

Cosa dire poi degli odori?  Avete mai associato ad ogni tessuto il suo odore?  Io li annuso prima di toccarli e poi tagliarli. L’odore poi cambia con il calore del ferro da stiro e cambia ancora quando l’abito viene indossato durante le prove. Ci sono tessuti che hanno odori indimenticabili, come le persone in fondo.

Una delle tecniche più infallibili per conoscere la composizione di un tessuto è quella della bruciatura. Con il fuoco non si scherza, nessun tessuto può mentire e in quel caso gli odori sono prove inoppugnabili. Avete presente l’odore di corno bruciato? No?  Peggio per voi, perché non saprete mai riconoscere una pura lana da una finta lana.

Bisogna ora parlare della macchina più importante che usa un sarto: l’ago. Un vero paradosso, pensateci: una linea che contiene un cerchio. E attraverso quel cerchio passano poi altre infinite linee.  Una cosa che a rifletterci sarebbe un indovinello ideale, un rompicapo.  Geometria e design.  Un ago non si può migliorare perché è perfetto ed è uno strumento tra i più antichi (ricordo gli aghi in mostra al Museo Egizio).  A qualcuno potrebbe venire in mente persino qualche associazione magica, simbolica. Potrebbe essere il dono di una civiltà aliena..

Io continuo a stupirmi di quello che un ago, del filo e una mano possono realizzare.

Mia nonna diceva l’ago è fine ma pesante, intendeva riferirsi alla fatica di un mestiere che ai suoi tempi consumava gli occhi e incurvava la schiena. In parte è ancora così, ma oggi è una fatica che è frutto perlopiù di una scelta.  Per le ragazzine del tempo di mia nonna era una dotazione necessaria e praticamente obbligatoria, come saper cucinare o rassettare casa.

In vita mia mi è capitato di piegare aghi, ma difficilmente di spezzarne. Nel mio immaginario, quindi, l’ago è  strumento di una ribellione silenziosa, come un punto fermo attorno a cui ruotano infiniti giorni e incontri e poi storie e emozioni e su cui si può sempre fare affidamento.

..(continua)..

Againstfashion.

against

Bello?

Mi chiedono spesso perché questo blog già dal nome si schieri contro qualcosa che in apparenza sembra invece alimentarlo. E poiché io gli abiti li faccio, la posizione appare oltretutto poco coerente.  Ora io cercherò di spiegare perché sono contro il Fashion però del tutto in favore della Moda, attraverso poche e semplici parole.

Fashion è Fast & Furious, Fugace e Falso.  E’ pura Fisica: Fisso e Finito (ma potrebbe essere anche una questione di Fisico..). Fashion è una Fissazione che spesso Finisce in un Flop, è come un Fuoco Fatuo.  Fashion è Fantasmagorico, tanto da apparire Furbo, Fastidioso.  Fare Fashion è come Fare Footing; è dove Finisce la Favola.  Fashion è il Fenomeno della Fiera, inFiocchettato a dovere, per i Fischi della Folla.

Moda è un Mondo, il Modo di Manifestarsi della Modernità, senza Mezze Misure. La Moda si Materializza Mentre il Mondo Muta.  Mettersi nella Moda significa Modulare le Mani insieme alla Mente.  Significa Meditare e poi Mandare Messaggi in Musica (una Melodia Misteriosa o un Mantra).  Moda è un Mestiere Mutevole, Ma Moda è anche il Mezzo per Mostrare il Mio Modo di stare al Mondo.

 

Avanguardia non è solo una parola.

A model presents a creation from the Prada Autumn/Winter 2016 woman collection during Milan Fashion Week

Brutto.

Prada, come già altri, si accoda alla nuova onda dei prontisti e annuncia che la sua collezione di borse sarà in vendita subito dopo la sfilata.  Ma dirlo così, semplicemente,  non sembra fare il giusto effetto.

Allora la macchina da guerra della comunicazione più all’avanguardia si mette all’opera per coniare questa perla di slogan: See Now Buy Now.

Altri tempi quando Madeleine Vionnet (era il 1924!) con i suoi abiti in sbieco, perfetti per vestire più taglie, a parte l’orlo che veniva sistemato mentre la cliente sorseggiava un tè, creava la collezione Made While You Wait.

La collezione era per il mercato americano e lei fu tra le prime ad aprire una boutique a New York e certamente con quella collezione fu la prima a sperimentare qualcosa che molti anni dopo si sarebbe chiamato pret-à-porter. Quel titolo, quelle parole significavano una presa di posizione in fatto di innovazione, proposta, novità e conseguente rischio.  Oggi le parole nella moda mi sembrano svuotate di tutto questo, sono spesso utili per riempire vuoti di idee. Sono buone per spacciare per sostanza ciò che è solo apparenza.

Altri tempi quelli di Vionnet, ma soprattutto un altro uso del linguaggio, che seguiva i fatti, concreti, sostanziosi, e non viceversa.

 

Al Louvre non espongono borsette 2.

christophe-coppens

Brutto.

Il mio ultimo articolo sull’artigianato ha fatto nascere (fortunatamente) alcune discussioni, qualche polemica e molto interesse. Di questo sono grata a tutti quelli che hanno dedicato un po’ del loro tempo a leggermi.

Una delle discussioni più accese verteva sulla classica dicotomia artigiano/artista, nonostante io non avessi mai menzionato la parola arte nell’articolo (artigianato artistico non vale, e sarebbe troppo lungo, forse inutile da spiegare).

Sull’argomento in questione ho già scritto.

Ma tanto per fare di nuovo e subito chiarezza, degli stilisti che si sentono però anche artisti io ne ho le tasche piene.  Anche di quelli che guardando l’ennesima prova di perizia tecnica, esclamano estasiati: -Un vero artista!-.

Si, va bene, qualcuno mi dirà che può essere un modo di dire, ma io non ne sono poi così convinta. La confusione è diventata una tale abitudine, che per ogni termine usato spunta subito qualcuno a ricordarti il suo punto di vista in proposito, o meglio, la sua interpretazione.

Allora ribadisco il mio punto di vista. Che è parziale, soggettivo, non assoluto*, confutabile e anche detestabile.  Per me la moda non è arte.

Ecco, ora aspetto rappresaglie sotto forma di distinguo ed eccezioni, oltre a qualche commento stizzito che mi ricorda: -Chi sei tu per deciderlo?-  *(Pregasi ritornare al paragrafo precedente).

Dirò di più, quando un mio collega annunciava pomposamente di volersi dedicare anche a lavori artistici, il più delle volte si rivelavano opere scadenti che nascondevano la frustrazione di non riuscire a produrre design convincente. E l’asino cascava immancabilmente quando al tuo appunto sull’irrazionalità di quel capo, ti veniva prontamente risposto: -Si, ma è voluto: è artistico.-.  Eppure basterebbe non dimenticare MAI che gli abiti sono macchine per vestire.

Forse l’arte, come la beneficienza, in alcuni casi andrebbe fatta in silenzio, per pura necessità personale, lasciando poi ai posteri (o anche solo agli occasionali osservatori) la decisione se si tratti o meno di una espressione veramente artistica.

D’altra parte la professione di designer richiede già un così grande dispendio di tempo e di energie, che mi chiedo davvero come facciate a dedicarvi anche a un impegno così totalizzante come è l’arte.  O forse siete dei geni.

Di questa tempra, nella storia, io ne conosco uno solo. Uno che riusciva ad inventare macchine così complesse e visionarie, oltre che tecnicamente e scientificamente accurate da avere anticipato, e di molto, i tempi. E contemporaneamente ci ha lasciato un’arte che non ammette discussioni se sia o meno arte.

Leonardo da Vinci.

 

(Immagine di Christophe Coppens)

P.s.  Le eccezioni sono sempre possibili.