Un’aragosta riscaldata.

Bello?

La prima foto in alto a sinistra si riferisce a un capo dell’attuale collezione alta moda primavera estate Schiaparelli, la foto in alto a destra documenta l’abito che Elsa Schiaparelli realizzò insieme a Salvador Dalì nel 1937. Mentre la foto in basso ritrae Wallis Simpson che lo acquistò nello stesso anno per il suo guardaroba di nozze con il duca di Windsor.

La forma dell’abito è cambiata naturalmente, adeguandosi alla moda attuale, ma … trasportare pari pari ad oggi quel simbolo, quel feticcio erotico nato in un contesto lontano e diversissimo, che senso ha?  (Notare la posizione del crostaceo che prima partiva dal centro dell’abito ed esattamente dalla zona degli organi genitali, mentre ora è messo di lato su una gamba, come semplice decorazione).

Nel 1937 dipingere quell’aragosta enorme e minacciosa su di un candido vestito da sera era un gesto provocatorio, che metteva in piazza pulsioni e desideri nascosti quanto spiazzanti se riferiti all’inconscio femminile. E’ probabile che neppure la Simpson fosse ben cosciente della valenza di quell’operazione, se aveva scelto quell’abito per un viaggio di nozze (o forse, al contrario, l’aveva scelto proprio per quello?).

Oggi il compito di un direttore creativo non è quello di prendere un abito così pieno di significati, storia e segni e rifarne semplicemente la forma. Un bravo direttore creativo dovrebbe avere il talento e la forza di cercare simboli e significati attuali, con una uguale o perlomeno simile potenza. Dovrebbe, con uno sguardo nuovo, provare a ricreare quello scandalo,  mantenendo in vita non il gusto e lo stile di Elsa Schiaparelli (che sarebbe impossibile e anacronistico), bensì il nucleo che corrisponde all’origine del marchio.

Non dico che sia facile, ma un bravo direttore creativo non dovrebbe limitarsi a svolgere il compito come se fosse ancora uno scolaro. E, soprattutto, un bravo direttore creativo dovrebbe avere ben presente i limiti del suo talento e magari imparare a non misurarsi con un compito per lui troppo arduo.  Poi, nel dubbio, astenersi.

Altri pensieri sparsi sulla griffe odierna qui e qui.

Il brutto che piace.

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Brutto.

Sorrido leggendo uno degli ultimi articoli su La Repubblica, che sdogana clamorosamente i due termini che sono l’anima di questo blog: bello e brutto.

Sorrido perchè meno di due anni fa, da un altro titolato giornalista, questa scelta era stata definita tranchant (!).

Ma si sa, la moda è terreno fertile per improvvise sterzate o persino inversioni ad U. Possiamo dire tranquillamente che la coerenza non è mai stata di moda, per un settore che fa del cambiamento la propria parola d’ordine.

Sorrido anche per quel modo tutto speciale di trovare un senso storico e plausibile ad abiti che fanno francamente schifo: “stop al perbenismo”,  “immagine dura e cruda”,  “risposta urlata all’omologazione”..  Tutte descrizioni scovate con certosina pazienza per evitare quella domanda che rimane perennemente in sospeso: ma chi se li metterà mai questi abiti??

Domanda pertinente quanto mai, visto che sembra che questi abiti si vendano pure. Allora chiediamoci se non sia forse il risultato di quella miriade di commenti edulcorati, alla perenne ricerca dell’ultima pseudo-provocazione.  Siamo sicuri che chi compra questi abiti lo faccia per opporsi?

Piuttosto (come sempre) per distinguersi. Una provocazione vale l’altra e ostentare abiti brutti ha il vantaggio di lasciare immaginare un aplomb intellettuale che dovrebbe fugare ogni dubbio (quale furbizia!).  Oltre al fatto che una moda brutta appare a molti come il capolinea dell’estetica e nel gioco dei contrari questo risulta essere il massimo della distinzione.

Ma allora è il solito gioco della moda, che nel ‘700 imponeva gonne larghe svariati metri e oggi impone vestiti da stracciona.  In tutto questo la Moda non ci fa una gran bella figura (per buona pace di chi la considera un frivolo passatempo), rivelando quel suo lato oscuro fatto di teste non-pensanti.

P.s. Copio qui un commento esemplare ricevuto su questo post:  Guy Laroche diceva: “Mai fare un abito brutto; c’è sempre il rischio che qualcuno se lo metta…”

 

Il lusso della povertà.

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Bello:

“Povertà è assaporare (non semplicemente ingurgitare in modo nevroticamente obbediente) un cibo: il pane, l’olio, il pomodoro, la pasta, il vino, che sono i prodotti del nostro paese; imparando a conoscere questi prodotti si impara anche a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare. Povertà significa, insomma, educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. Moltissime persone non sanno più distinguere la lana dal nylon, il lino dal cotone, il vitello dal manzo, un cretino da un intelligente, un simpatico da un antipatico perché la nostra sola cultura è l’uniformità piatta e fantomatica dei volti e delle voci e del linguaggio televisivi. Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artigiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà.

I giovani “comprano” ideologia al mercato degli stracci ideologici così come comprano blue jeans al mercato degli stracci sociologici (cioè per obbligo, per dittatura sociale). I ragazzi non conoscono più niente, non conoscono la qualità delle cose necessarie alla vita perché i loro padri l’hanno voluta disprezzare nell’euforia del benessere. I ragazzi sanno che a una certa età (la loro) esistono obblighi sociali e ideologici a cui, naturalmente, è obbligo obbedire, non importa quale sia la loro “qualità”, la loro necessità reale, importa la loro diffusione. Ha ragione Pasolini quando parla di nuovo fascismo senza storia. Esiste, nel nauseante mercato del superfluo, anche lo snobismo ideologico e politico (c’è di tutto, vedi l’estremismo) che viene servito e pubblicizzato come l’élite, come la differenza e differenziazione dal mercato ideologico di massa rappresentato dai partiti tradizionali al governo e all’opposizione. L’obbligo mondano impone la boutique ideologica e politica, i gruppuscoli, queste cretinerie da Francia 1968, data di nascita del grand marché aux puces ideologico e politico di questi anni. Oggi, i più snob tra questi, sono dei criminali indifferenziati, poveri e disperati figli del consumo.

La povertà è il contrario di tutto questo: è conoscere le cose per necessità. So di cadere in eresia per la massa ovina dei consumatori di tutto dicendo che povertà è anche salute fisica ed espressione di se stessi e libertà e, in una parola, piacere estetico. Comprare un un oggetto perché la qualità della sua materia, la sua forma nello spazio, ci emoziona.”

(Goffredo Parise1974)

New York Fashion Lies

jimmy kimmel

 

Brutto.

Jimmy Kimmel è un comico americano che si diverte a fare scherzi interessanti. L’ultimo l’ha fatto durante la settimana della moda di New York che si è appena conclusa. Inevitabilmente i malcapitati presi di mira sono i cosiddetti fashionistas, che si arrampicano sugli specchi per descrivere inesistenti stili di altrettanto inesistenti marchi, giusto per non fare la figura di quelli fuori dal giro.

Interessanti sono le facce degli intervistati: gli ammiccamenti, le strizzate di occhi per lo sforzo di dire senza dire a sproposito, le risatine soffocate e tutti quegli  yeah e well.

Chiaramente i personaggi intervistati da Kimmel fanno parte di un reparto a sè stante del comparto moda: quello dei consumatori acritici e compulsivi. Reparto da cui non sono esclusi anche professionisti del settore. Gente così poco avezza a dire non lo so e altrettanto abituata a commentare con un great!

Mi sorge il dubbio che possa trattarsi di un prezzo accettabile per loro (la presa per il chiulo), pur di accedere ai fatidici cinque minuti di popolarità.

 

 

Le sfilate non finiscono mai..

rick owens 2014-15Bello?

Credo che l’intento ultimo di Rick Owens sia quello di portare allo sfinimento il pubblico delle sfilate. Guardare per credere:

https://www.youtube.com/watch?v=J2qiELvT3Lk

Già solo per questo lo ammiro.

Confessioni di una sarta (ex-stilista).

DSC08878

Brutto.

Un anno fa aprivo questo blog. Non mi aspettavo niente di speciale, a dire il vero ero molto delusa e anche vagamente arrabbiata: leggevo e vedevo molte cose che non mi tornavano. Soprattutto non mi sembrava di udire voci autonome che parlassero di moda, come se il settore soffrisse i postumi di una anestesia. Non ho mai pensato di risolvere la questione o di apportare un contributo decisivo, solo mi premeva di non restare a guardare. Ho sempre immaginato che la mia voce, in fondo, si sarebbe persa nel mare della rete, però anche il mare è pur sempre fatto di gocce..

Devo anche dire che la mia scelta di bollare i miei interventi con il bello/brutto è stata spesso contestata, mentre qualcuno mi ha addirittura scritto apprezzamenti sicuramente esagerati, definendo questo blog come l’unico avamposto di critica di moda.

Al di là di risultati belli o brutti, i motivi che mi rendevano delusa e un po’ arrabbiata non sono scomparsi e a distanza di un anno mi ritrovo a pensare ancora le stesse cose di allora. E’ per questo che voglio riproporre quel primo post e lo farò allo scadere di ogni anno (ammesso che io o la voglia di continuare duriamo). A meno che le cose non cambino davvero, per me o in generale:

Adieu

“Mi sento come Paul Poiret quando, al termine della sua carriera, disse: – Mi sento molti abiti sotto la pelle..-.

Ma poi quegli abiti rimasero sottopelle e inespressi.

O forse mi sento come Elsa Schiaparelli quando nella sua autobiografia, poco prima di lasciare le scene, scrisse: – Quando il vento ti prende il cappello e te lo porta via, sfidandoti a inseguirlo sempre più lontano, tu devi correre più veloce del vento se vuoi recuperarlo..-.

Ma poi lei si fermò e lasciò che il suo cappello se ne andasse dove lei non poteva, non voleva andare.

Stamattina ho riletto un brano di uno spettacolo di danza di dieci anni fa. Lo ricordo bene e ancora mi emoziona:

Ho trent’anni e sono in pensione / voglio dire ballerino in pensione / non ho trovato altro che rabbia / che delle mezze soluzioni / non ho più piacere a danzare / nè davanti ai borghesi / nè davanti a nessun altro / non ho più niente da dire sulla scena / allora faccio capolino / questa sera è una confessione / è uno spettacolo che si suicida davanti a voi / per soffocamento.

E il ballerino rimase immobile, per tutto lo spettacolo, oltre un’ora, mentre rivoli di sangue blu gli colavano sul corpo.”