Uno contro tutti.

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Bello.

“I plonked myself in my studio, and I draped every single piece myself… In this day and age, that’s not easy, and so that’s something positive that I can offer. It’s maybe as far away from fast fashion as I can do” – Rick Owens

Rick Owens, autunno inverno 2016/17.

Si, lo so che molti storceranno il naso davanti ai suoi drappeggi elementari come quelli che da bambini facevamo sulle bambole. D’altra parte è indubbio che non ci troviamo certo di fronte ad un sarto.  Non è questo il senso del mio plauso.

A dirla tutta il suo gesto vagamente naive me lo fa assomigliare un po’ come a un Don Chisciotte che combatte contro i mulini a vento.

 

 

 

 

Hands maker.

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Bello.

“La camminata eretta ha reso possibile lo sviluppo della mano e quindi la fabbricazione di oggetti, ciò che ha portato nella nostra specie a un’espansione del cervello”. (da Che ci faccio qui? di B. Chatwin).

Sono convinta che nelle nostre mani risieda una specie di secondo cervello che se stimolato a sufficienza, se “praticato”, può realizzare molto, addirittura a volte cose stupefacenti.  Anatomicamente parlando si tratta dello strumento più sofisticato che si conosca: capace di operazioni minuziose, dotato di una grande quantità di ossa, muscoli, terminazioni nervose.

Eppure questo magnifico strumento pare non essere tenuto nella giusta considerazione oggi. Leggo da una recente intervista a Mark Zuckerberg, l’inventore di Facebook:

“Uno dei nostri obiettivi per i prossimi 5-10 anni è spostare in avanti le capacità dell’uomo nell’apprendimento, nel linguaggio e nei principali sensi: vista e udito. Di gusto e olfatto invece, per ora ci occupiamo meno”.

Il tatto non è nemmeno menzionato.

Peccato, perché chiunque abbia osservato le fasi di crescita e quindi di apprendimento di un cucciolo di uomo, si sarà accorto che proprio il tatto, il gusto e l’olfatto sono i sensi predominanti attraverso i quali lui impara il mondo.

Mi accorgo di quanto poco il tatto venga tenuto in considerazione, e quindi l’utilizzo delle mani, durante i miei laboratori per i bambini. Molti di loro hanno difficoltà nell’uso delle forbici e di tutti gli strumenti che richiedono manualità fine.  Li invito a toccare i materiali e questo dapprima li stupisce un po’, poi, una volta scoperto il piacere di distinguere con le mani, quasi non vorrebbero smettere. Ma è significativo il fatto che il gesto di toccare sia sempre meno spontaneo.

Mi sono immedesimata in quella difficoltà quando, poco tempo fa, ho tenuto la mano destra inattiva a causa di un piccolo incidente. Ho realizzato quanto fosse idiota l’altra mano, non abituata, non stimolata a fare quotidianamente tutto quello che di norma faccio con la destra.

Nel mestiere di chi fa abiti, le mani sono naturalmente strumenti imprescindibili e credo sia possibile osservare il tipo di approccio tattile verso la moda anche attraverso i risultati ottenuti. E’ una cosa che ho preso in considerazione leggendo un passo delle “Lettres à un jeune couturier” di Gianfranco Ferrè, dove lui racconta di Christian Dior che, durante le prove degli abiti, non li toccava mai con le mani, bensì li tastava da lontano con la sua  bacchetta. Ferrè, al contrario, afferma: “Io amo manipolare i tessuti, amo toccarli, affondare le mani nei vestiti”.

La mia personalissima opinione al riguardo è che i vestiti di Monsieur Dior mi appaiono statici e distaccati, mentre la potenza architettonica degli abiti di Ferrè è materia in movimento.

 

Investire in un abito.

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Bello.

Bisognerà ripensare al concetto di slow fashion, visto non più dalla parte di ideatori e produttori, quanto piuttosto da quella dei consumatori. Che poi è molto più rilevante dato che ne facciamo parte tutti.

Un consumo avveduto è quello che a parole vanno auspicando in molti, in realtà molti di più preferirebbero tutt’altro. Ciechi anche davanti all’evidenza che dimostra che c’è un punto oltre il quale non è possibile andare.  In questi casi la storia dimostra che è necessario fare un passo indietro per non andare a sbattere il naso.

Chi considera ancora un capo di abbigliamento come un investimento?

Basta entrare in uno dei punti vendita di una qualsiasi catena low cost, in un outlet, o anche in un supermercato o mercato rionale, per rendersi conto di quanto poco si investa in un abito o accessorio. Poco tempo, poco denaro, poca cura nei materiali e nella confezione, poco desiderio (da soddisfare al più presto, magari con un solo clic) e quindi anche poca gratificazione.

Poco anche il tempo di utilizzo, per ragioni di usura sia fisica ( vista la scarsa qualità) che mentale (il tempo di avvistare un nuovo oggetto del desiderio) . Siamo diventati consumatori perennemente intenti a masticare e poi sputare, senza nemmeno darci il tempo di digerire. E quindi perennemente insoddisfatti.

Ci sono state generazioni precedenti di consumatori per cui la scelta dei capi da acquistare o da far confezionare era motivo di accurata riflessione e non solo per questioni economiche. Un abito doveva soddisfare esigenze diverse, tutte importanti: andava a sostituire ciò che non era più adeguato o mettibile, appagava un sentimento di vanità, corrispondeva ad uno status sociale.

Oggi chi mai può essere sicuro di identificare una persona attraverso i suoi abiti? Certo gli abiti potranno parlarci di gusti personali, ma probabilmente non ci racconteranno nulla o quasi degli ambienti che frequenta, del suo ruolo sociale. A teatro troveremo persone vestite in jeans e al supermercato signore in tacchi a spillo.

Non sono contraria a questo tipo di trasversalità, che ci ha permesso una fantastica libertà di sperimentazione, ma certo non posso negare che in tutto questo si sia perso di vista il ruolo che ogni singolo capo rivestiva all’interno di un vero e proprio vocabolario stilistico. Da qui alla svalutazione dell’idea di investire tempo e risorse nella scelta degli abiti il passo è breve. In fondo un abito vale l’altro, ma anziché rendere così il guardaroba più snello, il risultato è stato quello di creare confusione. Nel dubbio la maggior parte dei consumatori ha preferito abbondare.

Io trovo che ripensare alla questione sia utile e anche salutare. Vi rimando ad un articolo che avevo scritto tempo fa, relativo ad una pratica che a me è servita e che forse rende la questione della scelta più semplice.

Oggi, davanti ad ogni acquisto mi faccio le fatidiche tre domande:

  1. Mi serve davvero?
  2. Lo metterò tra (minimo) 3 anni?
  3. Sono disposta a sacrificare qualcosa che ho già per fargli posto?

Se anche solo una delle risposte è -no- allora non vale la pena.

E Miuccia parlò.

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http://video.d.repubblica.it/moda/miuccia-prada-il-mio-mondo-libero/3969/4106?ref=fbpd

 

Brutto?

Resto dell’idea che un’opera d’arte o di creatività, che sia espressamente visiva, se spiegata da chi l’ha ideata, perde di forza. Tanto varrebbe allora non realizzarla e pubblicare piuttosto un trattato sull’intenzione, un racconto sulla visione di qualcosa che è solo nell’immaginazione. Quello che di solito fanno gli scrittori e che è appunto il mestiere di scrivere.

Sarò sincera, a leggere l’intervista a Miuccia Prada mi sono annoiata, e ancora di più ad ascoltare dalla sua viva voce il racconto della sua vita tutt’altro che appassionante.  Al di là dei gusti personali, trovo comunque più interessante guardare i suoi abiti.

Quale epopea potrà mai suggerire il percorso di una borghese benestante il cui massimo atto di coraggio è stato quello di frequentare in età giovanile i circoli di sinistra? Credo che dovremmo tutti darci un taglio sull’interpretazione dei termini: coraggio è un’altra cosa.

Un altro termine che ricorre insistentemente nei discorsi di Prada è intellettuale e anche qui noto che l’interpretazione è soggettiva. Ma non posso evitare di sorridere ogni volta che il fare moda in un contesto commerciale è abbinato a questo termine.

Poi c’è la parola che più di tutte ultimamente merita il podio: borghesia.  A quanto pare ci si è dimenticati davvero da dove arrivi questa classe sociale. Napoleone Bonaparte fece di tutto per far si che la colta aristocrazia infondesse un minimo di buon gusto in quei parvenu che si erano arricchiti dall’oggi al domani con traffici e speculazioni durante e dopo la rivoluzione francese. Diciamo pure che borghese non era proprio sinonimo di raffinato. Poi la storia ha fatto il suo corso e dal cinema abbiamo altri rimandi: mi vengono in mente titoli come Un borghese piccolo piccolo o Il fascino discreto della borghesia, e anche in questi casi il termine non ne esce bene.

Però c’è insistentemente qualcuno che vuol farci credere che invece no, che questa attitudine borghese è ormai il massimo di quel portamento cool diventato obbligatorio negli ambienti giusti.

E poi c’è la questione del brutto che Prada si vanta di aver sdoganato nell’unico ambiente in cui ancora non era stato fatto: la moda. E c’è da chiedersi perché non fosse stato fatto?  Conoscete qualcuno il cui desiderio sia quello di comprare abiti brutti?

Qui non si tratta di perorare necessariamente la causa della moda sexy o pretty, quanto piuttosto di considerare che quando si vestono, le persone tendono naturalmente a voler migliorare il loro aspetto fisico. A prescindere dal fatto che poi ci riescano o meno.

D’altra parte penso che Prada abbia piuttosto imparato alla lettera la lezione di Diana Vreeland, quando diceva di aggiungere un tocco kitsch al suo stile per dare più forza a tutto il resto. Tutto qui.

Insomma, io non mi sforzerei, come fanno in troppi, a vivisezionare queste perle di understatement, che a furia di essere analizzate, stanno diventando quello che non vorrebbero mai essere: dei puri e semplici clichè. Alla faccia di chi afferma che la signora ha sbaragliato tutti i cliché.

A chi serve un abito?

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Bello.

Sono anni ormai che rifletto sull’utilità del mio mestiere. Disegnare e costruire abiti è sempre stata una passione e ho investito gran parte del mio tempo e delle mie energie per potermene occupare a tempo pieno, in modo creativo e dinamico.

Ma questo non mi basta più. Mi guardo intorno e osservo un panorama fatto di schiere di abiti inutili che non hanno altra utilità se non quella di brillare per poche ore e poi cadere nell’oblio di armadi stracolmi.

Non ho intenzione di contribuire a questa idiozia, faccio meno abiti, cercando ogni volta un senso per quello che produco.  Lavoro lentamente, perché è l’unico modo che mi permette di non svilire il processo di costruzione, che è fatto di dettagli che forse non si vedono, però fanno la differenza.

Mi sono chiesta: -Esistono ancora abiti davvero utili a qualcuno?- La risposta l’ho trovata in un centro della Caritas, dove vado ad offrire il mio tempo periodicamente.  Si, ci sono persone che abitano per strada e chiedono abiti pesanti per non morire di freddo in inverno. Ci sono famiglie con tre, quattro o più figli che non hanno i soldi per permettergli di andare a scuola vestiti decorosamente. Ci sono neonati che nascono e non possiedono neanche una tutina o un bavaglino e poi ragazzi arrivati da lontano, da soli, che chiedono un paio di scarpe da ginnastica per giocare a pallone ogni tanto.

Questi sono gli abiti utili, che ognuno di noi possiede nel suo armadio e non sa o non vuole rendere tali. O magari non ci ha mai pensato.

Si tratta di una cosa davvero semplice: dare a chi non ha quello che altri hanno in eccesso. Però non sempre tutto scorre liscio: qualcuno pensa che chi non ha debba accontentarsi e accettare tutto o quasi, magari abiti sporchi o rovinati. Ma essere poveri non significa essere privi di dignità (o di gusti personali).

Questo per ora è il mio personalissimo antidoto contro gli abiti inutili, lo tengo a mente quando guardo le sfilate che mi lasciano indifferente o le riviste piene di pubblicità spesso ripetitive, o leggo le recensioni di giornalisti che si arrampicano sugli specchi per lodare collezioni banali.

Gli abiti sono ancora capaci di raccontare tante storie, ne sono convinta, ma soprattutto un abito deve servire a qualcosa.

Gli abiti inutili 1.

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Brutto.

Primavera/estate 2016. Cosa è rimasto della Barbara Casasola che avevo tanto apprezzato per quel suo raffinato punto di vista? Irriconoscibile. E’ questo quello che produce il confronto con il mercato? Omologazione, banalità, abiti francamente inutili.

Rifletto da tempo ormai sul reale valore della moda in questo tempo di consumismo stanco e annoiati e bulimici shopping tour. La moda, che troppo spesso è diventata erroneamente solo sinonimo di abiti, rischia di sprofondare sotto il peso di quintalate di abiti che in un soffio possiamo dimenticare.

Capita solo a me di avvertire questa sensazione di NOIA?

Un abito è solo un abito, per quanto innovativo o bello che sia, ma la moda è una storia, anzi, di più, è un modo di stare al mondo. Cosa se ne fa la moda di abiti che abbiamo già visto e rivisto? Andranno ad occupare altro spazio reso prezioso ormai dalla mancanza di spazio. Consumeranno altre energie sempre più scarse, riempiranno armadi o magazzini già stracolmi…

Comincia così, con Barbara Casasola, il mio reportage/elenco di abiti inutili. E sono sicura, purtroppo, che sarà lungo.

Io un antidoto ce l’avrei, ma temo che non piacerà quasi a nessuno, e comunque aspetto di sperimentarlo prima personalmente e poi, forse, ne scriverò.