Il diavolo non veste Gucci.

frida giannini

Bello.

Leggendo su D la lunga intervista a Frida Giannini (dal 2005 direttore creativo di Gucci), ho sottolineato alcune frasi. Sono andata a rileggerle, perché da subito non mi sembrava vero di poter sentire concetti così semplici e veri, espressi da chi respira tutti i giorni l’aria da opera buffa che soffia nella moda.

Frida Giannini sembra una a cui la vita ha dato molto, ma senza regalarglielo.  Studi e carriera costruiti con rigore certosino, un divorzio alle spalle, una lunga malattia (un carcinoma); neppure la maternità è stata gratis, visto che è arrivata a 41 anni dopo vari tentativi falliti di fecondazione assistita.  Ma il dolore, quando non ti incattivisce, può solo aprirti gli occhi e portarti giusto al centro delle cose.

Si capisce che lei ha fatto tesoro di ogni esperienza, e lo spiega con poche parole precise: la sintesi di chi sa che il tempo che la vita ci concede è prezioso.

Non esiste contrasto tra il bello e il buono, al giorno d’oggi il bello deve andare verso il buono, altrimenti la bellezza diventa superflua.

Non si perde dietro paroloni, non si fa illusioni o sconti.

La rivoluzione l’hanno fatta altri. Gucci è sempre stato poco sperimentale. L’archivio è il punto di partenza e d’arrivo, è la storia e il patrimonio dell’azienda. Il mio compito è proiettarlo verso il futuro.

Cita Tatiana Tolstoj: “L’eleganza è una cosa fredda, non si consuma, si contempla”.

E infine parla del suo futuro, e ne parla così:

Non penso che starò ancora molto in circolazione, credo nel ricambio generazionale, presto arriverà qualcuno più bravo di me. Nei prossimi dieci anni voglio rallentare la corsa, togliere la faccia, andarmene dalle abitudini, smettere di stare attenta. Tornerò in tutti i Paesi in cui sono stata con gli occhi chiusi. accecata dalle luci del circo. Quando uscirò da Gucci smetterò di fare questo lavoro.

Parole talmente normali. Il guaio è che la normalità sembra sia diventata la vera rivoluzione, e questo non è un bene.

Lucien Lelong: la Storia.

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Bello.

Lucien Lelong è uno dei nomi più o meno dimenticati che fanno parte della storia della moda.  Eppure negli anni ’20 faceva concorrenza  a Chanel a suon di sconti, elargiti alle sue clienti, per farsi fotografare con i suoi abiti. A quanto pare di marketing doveva saperne già qualcosa e persino a Madamoiselle toccava ammetterlo..

Era un tipo tanto lungimirante che già nel 1934 aveva creato una linea di pret-à-porter, intuendo che l’alta moda non era più il futuro. E doveva vederci lungo anche con le persone, tanto da essersi scelto come assistenti niente-popò-di-meno che personaggi come Dior, Balmain e Hubert de Givenchy..

Ma a me piace ricordarlo per un altro momento della sua storia, anzi della Storia.  Dal 1937 e fino al 1945 Lelong fu presidente della Chambre Syndicale de la Couture Parisienne ed è in questa veste che intraprese e portò a termine la lunga e coraggiosa trattativa con il governo di occupazione nazista, che aveva requisito buona parte degli archivi di moda della città, con l’intento di trasferire a Berlino e Vienna l’intero comparto moda, patrimonio della Francia.   Certo un intento quanto mai ingenuo e direi addirittura idiota: come se bastasse trasportare dei pezzi di carta per trasferire secoli di tradizione e cultura.  Ma senza l’intervento di Lelong probabilmente quei preziosissimi pezzi di carta sarebbero andati irrimediabilmente perduti.

Nelle foto che lo ritraggono, Lucien Lelong ha un viso fiero e aperto con uno sguardo chiaro. Come al solito, io provo ad immaginare la persona che c’è dietro a quelle immagini. Perchè la moda la fanno le persone, e non solo i vestiti.