I lusso non costa poco.

Dolce e Gabbana alta moda 15. 2

Dolce e Gabbana alta moda 15. 1

Brutto.

Dolce&Gabbana alta moda autunno inverno 2015-16.

Personalmente trovo che scontato sia peggio che brutto.

Ciò che è brutto non necessariamente è prevedibile, mentre scontato è, come dice la parola stessa, quello che si può ottenere al minor prezzo.

Ha senso metter mano ad un prodotto che è in partenza già scontato?  E, ancora di più, mi chiedo se questo ha senso trattandosi di alta moda, ossia il lusso per antonomasia.

Il lusso scontato non è più lusso, allora si deduce che questa non è più alta moda.

Lieve come un velo, forte come una donna.

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Bello.

“Da film come ‘Hiroshima mon amour’ e ‘In the mood for love’ l’immagine bella e vagamente malinconica di una donna disegnata dall’amore struggente, da un’atmosfera di luci come lanterne che illuminano creando tanto chiaroscuro”.

Questo racconta Luigi Borbone della sua ultima collezione di alta moda per l’autunno inverno 2015-16.  Come sua abitudine, le ispirazioni sono varie: se da una parte c’è l’Oriente, dall’altra ci sono gli anni ’50 di Dior. Ma a dispetto di ciò che si potrebbe immaginare, regna su tutto una pulizia formale che si sbarazza di ornamenti retrò e facili orientalismi.

Ricordate quando in un precedente post a proposito di Margiela parlavo di scheletro portante riferito alla moda? Ecco, chi parla con scioltezza la lingua della couture sa bene cosa significhi: non è con il superfluo che si costruisce un’idea chiara.

Mi piace sempre più la donna immaginata da LuigiMaria, così tranquilla da concedersi abiti che non la nascondono; privi di impalcature difensive, privi di formalità inutili.

Una grande iniezione di leggerezza (finalmente).

 

Moda in 3D.

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Bello.

Ho già scritto in termini positivi di Iris van Herpen, perché penso che sia un esempio di quanto sia possibile ancora rinnovare nella moda, nonostante molti dicano che tutto sia già stato inventato.

Questa sua ultima collezione, a mio avviso, non è delle sue migliori, a parte alcuni outfit, come quelli che ho postato. Peccato, perché il tema di quella nuvola fittamente plissettata poteva essere sviluppato ampiamente, così come l’utilizzo dei materiali realizzati con stampanti 3D.  Intuisco una certa carenza dal punto di vista sartoriale.

In ogni caso è una collezione abbastanza coraggiosa in un panorama statico o perlopiù rivolto al passato.

La scatola vuota.

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Brutto.

Nonostante i proclami di Anna Wintour e i suoi  inossidabili tentativi di portare la settimana della moda newyorkese ai livelli di quelle europee, i risultati -a parte qualche rara eccezione- appaiono alquanto scarsi.

Ne è la dimostrazione proprio l’ultima fashion week, poverissima di idee e avara persino di glamour.  Almeno così mi appare.

Un esempio lampante è questa collezione di A Détacher, con outfit che gridano vendetta dalla testa ai piedi, a cominciare da quelle cofane inguardabili.

Eppure su http://www.vogue.it le definizioni positive si sprecano, eccone alcuni stralci:  “..estetica intellettuale..”,  “..fascino intrigante..”,  “..naturale eclettismo della stilista che suggerisce un glamour eccentrico e velato”.  E che dire di  “A Détacher lancia una sfida alla tradizionale percezione di cosa è attraente e femminile” ?

Nella moda sembra sempre più che parole e definizioni siano diventate un brusio di sottofondo a cui nessuno fa più caso. Apprezzamenti distribuiti a pioggia per non scontentare nessuno, per non rischiare nulla.  A parte una pessima figura.

Il doppio-senso.

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Brutto?

Ha sfilato da poco a Parigi l’ultima collezione del marchio Jaquemus, disegnato da Simone Porte Jaquemus.

Da quando Martin Margiela si è ritirato, sembra, a vita privata, mancava proprio chi potesse soddisfare le fantasie degli estremisti del concetto.  Eccolo qui questo talento nuovo nuovo, che però ha fatto breccia non tanto per gli abiti (strano, vero?), quanto piuttosto per il trucco delle mannequin, ispirato al lavoro di un artista, Sabastian Bieniek, chiamato Doubleface.

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Un modo come un altro per sviare l’attenzione, per confondere un po’ le idee. Forse un sincero interesse per il mondo dell’arte, o per lanciare il messaggio che nella moda quello che appare non è mai da prendere alla lettera.  Così come i vestiti della sua collezione, che contengono, a ben vedere, qualche spunto interessante.

L’abuso del termine inter-disciplinare ha prodotto schiere di professionisti che si credono dotati del dono dell’ubiquità, oltre che di quello della genialità profusa. La verità è che i geni, capaci di brillare in più campi, sono rari come le stelle comete visibili.  A un certo punto tocca fare una scelta.

Questo non significa smettere di farsi suggestionare o non tentare impossibili collaborazioni; in fondo, da che mondo e mondo arte e moda si sono influenzate a vicenda.

Se solo gli artisti facessero gli artisti e gli stilisti facessero gli stilisti.

 

 

Se un cappotto è un cappotto.

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Bello.

Max Mara, collezione autunno inverno 2015-16, ovvero la filosofia del realismo coerente.

Senza andare tanto a girarci intorno, vi dico che io di questa collezione indosserei ogni singolo capo. Non tanto, credo, perché io rappresenti il prototipo del cliente-tipo, quanto piuttosto perché è evidente che quando si parla di design applicato alla moda, questo marchio sa bene di cosa si tratta.

Non pensate che sia qualcosa di scontato, visto che ormai tutti si definiscono fashion designer. Non pensate nemmeno che sia compito facile: lo sanno bene tutti quei pseudo-designer che negli anni hanno prodotto semplice merde (parola di Starck).

Non è un caso se nonostante l’avanzata dei piumini, da Max Mara continuano imperterriti a fare cappotti. E a venderli a quanto pare.

 

Free like a bird.

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Bello.

Dell’ultima collezione di Fendi per l’autunno inverno 2015-16, disegnata dall’eterno Karl Lagerfeld, si possono apprezzare la coerenza nel tempo, la chiarezza del concetto, la pulizia tecnica, immagino anche la vestibilità (almeno così mi sembra).

Tutte cose non geniali, si dirà, ma in ogni caso che contano.

Ma il particolare che ha attratto la mia attenzione, e non poco, è quel punto di arancio, sottolineato dalle sterlizie che spuntavano dalle borse. Non è il mio fiore preferito, quindi non è questo il motivo.

Il vero motivo sono le parole di Lagerfeld per spiegare questa scelta:

“To be free in a dangerous world”.

Improvvisamente ho capito il senso dell’intera collezione e ora per me quel colore ha assunto un significato nuovo, così come la forma di quel fiore, che assomiglia tanto ad un uccello dalle piume colorate con colori aggressivi.

Questo è il lato della moda che mi fa sognare.