There is no party.

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Brutto.

Versace, collezione autunno inverno 2015/16.  La nostalgia degli anni ’80 deve aver travolto ancora una volta Donatella Versace, che non si limita a riferimenti ma in alcuni outfit sembra proporre ripetizioni imbarazzanti.  E qua e là si immagina persino che lo spirito di Enrico Coveri sia tornato in passerella, accompagnato da una logo-mania, tanto cara in quel decennio.

Nemmeno l’uso del colore sembra molto azzeccato, un poco sparato a caso.  Una collezione svogliata, non solo priva di novità, piuttosto priva proprio di energia.

Moda in 3D.

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Bello.

Ho già scritto in termini positivi di Iris van Herpen, perché penso che sia un esempio di quanto sia possibile ancora rinnovare nella moda, nonostante molti dicano che tutto sia già stato inventato.

Questa sua ultima collezione, a mio avviso, non è delle sue migliori, a parte alcuni outfit, come quelli che ho postato. Peccato, perché il tema di quella nuvola fittamente plissettata poteva essere sviluppato ampiamente, così come l’utilizzo dei materiali realizzati con stampanti 3D.  Intuisco una certa carenza dal punto di vista sartoriale.

In ogni caso è una collezione abbastanza coraggiosa in un panorama statico o perlopiù rivolto al passato.

La scatola vuota.

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Brutto.

Nonostante i proclami di Anna Wintour e i suoi  inossidabili tentativi di portare la settimana della moda newyorkese ai livelli di quelle europee, i risultati -a parte qualche rara eccezione- appaiono alquanto scarsi.

Ne è la dimostrazione proprio l’ultima fashion week, poverissima di idee e avara persino di glamour.  Almeno così mi appare.

Un esempio lampante è questa collezione di A Détacher, con outfit che gridano vendetta dalla testa ai piedi, a cominciare da quelle cofane inguardabili.

Eppure su http://www.vogue.it le definizioni positive si sprecano, eccone alcuni stralci:  “..estetica intellettuale..”,  “..fascino intrigante..”,  “..naturale eclettismo della stilista che suggerisce un glamour eccentrico e velato”.  E che dire di  “A Détacher lancia una sfida alla tradizionale percezione di cosa è attraente e femminile” ?

Nella moda sembra sempre più che parole e definizioni siano diventate un brusio di sottofondo a cui nessuno fa più caso. Apprezzamenti distribuiti a pioggia per non scontentare nessuno, per non rischiare nulla.  A parte una pessima figura.

Se un cappotto è un cappotto.

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Bello.

Max Mara, collezione autunno inverno 2015-16, ovvero la filosofia del realismo coerente.

Senza andare tanto a girarci intorno, vi dico che io di questa collezione indosserei ogni singolo capo. Non tanto, credo, perché io rappresenti il prototipo del cliente-tipo, quanto piuttosto perché è evidente che quando si parla di design applicato alla moda, questo marchio sa bene di cosa si tratta.

Non pensate che sia qualcosa di scontato, visto che ormai tutti si definiscono fashion designer. Non pensate nemmeno che sia compito facile: lo sanno bene tutti quei pseudo-designer che negli anni hanno prodotto semplice merde (parola di Starck).

Non è un caso se nonostante l’avanzata dei piumini, da Max Mara continuano imperterriti a fare cappotti. E a venderli a quanto pare.

 

Gucci e quel ‘fattore Prada’.

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Brutto?

La collezione donna autunno inverno 2015-16 di Gucci disegnata da Alessandro Michele è il proseguimento ideale di quella maschile presentata a gennaio, e di cui ho già scritto.

Evidentemente il successo della linea maschile deve essere stato talmente eclatante da convincere lo stilista (e la proprietà del marchio soprattutto) a ripetere l’esperimento. Oppure dietro a tutto questo c’è una strategia che io chiamo fattore Prada.

Guardando la sfilata, non è difficile intuire a cosa mi riferisco: si tratta di quel tanto di spiazzante, disarmonico, disturbante che a conti fatti cattura l’attenzione e lascia immaginare una insostenibile profondità di intenti. E aggiungo che non mi scomoderei a citare fantomatiche terre di mezzo, piuttosto che le visioni contemporanee che più contemporanee non si può. E nemmeno quel gran precursore di Roland Barthes. Basterebbe, senza andare troppo lontano, ricordare passate collezioni di Kristina Ti..

Se poi tutto ciò si tramuti in vendite, non saprei dirlo. Provo ad immaginare la cliente-tipo di Gucci vecchia maniera di fronte a quegli outfit, che un po’ rimandano ai mercatini delle pulci, un po’ alle accozzaglie di certe adolescenti post-radical.

Se addosso alle ragazzine che sfilano in passerella l’effetto è giustamente credibile, non giurerei altrettanto per la cliente-tipo di cui sopra.

Ma confesso che le strategie di mercato di un grande marchio sfruttano logiche per me ostiche e quindi ignote. E perciò sospendo cautamente il giudizio e mi fermo ad osservare.