Chi cura l’influencer?

influence

Brutto.

Ha fatto il giro del web (una volta si diceva del mondo) la storia di quella influencer che ha scritto all’albergatore di Dublino chiedendo un soggiorno gratis per lei e il fidanzato in cambio di visibilità sui social. L’albergatore dopo averle risposto picche ha pensato bene di pubblicare botta e risposta sulla sua pagina social, rimandando così al mittente lo stesso furbo stratagemma.

Già, perchè nonostante la marea di commentatori si sia automaticamente schierata con l’albergatore, in questa storia non si salva proprio nessuno. Non la ragazza che, tronfia del suo gruzzoletto di follower, era quasi certa di farli valere come moneta sonante cavalcando un malcostume generale. Non si salva nemmeno il proprietario dell’albergo che ha colto la palla al balzo per farsi una immeritata pubblicità.

Si, perchè quale merito c’è nell’aver risposto semplicemente -No, grazie- a una richiesta ridicola?

Diciamo che la ragazza in questione non brilla certo per arguzia e che l’albergatore invece deve essere un gran volpone e diciamo pure che sarebbe ora di dire basta a questo tipo di condivisioni, dove diventa virale solo ciò che è inutile.

La sete di visibilità ci ha offuscato il cervello, per non parlare del senso critico e ci prestiamo così facilmente a questo gioco di rimbalzo, senza nemmeno accorgerci di quanto a guidarci sia l’interesse di qualcuno che nemmeno conosciamo.

 

La migliore sarta del mondo e il viaggiatore.

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Madeleine Vionnet

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Bruce Chatwin

Bello.

Molti si chiederanno cosa abbia a che fare Vionnet con Chatwin, considerando la distanza dei rispettivi interessi, eppure un legame c’è. Bruce Chatwin realizzò una delle rare e più belle interviste alla grande couturier e si può dire che per entrambi stranamente quell’esperienza è legata ad  un definitivo commiato. Chatwin sarebbe morto dopo pochi mesi dalla pubblicazione del libro che la conteneva (Che ci faccio qui?), mentre per  Vionnet si trattò probabilmente della sua ultima intervista. Lei sarebbe morta meno di tre anni dopo averla rilasciata.

Era il 1973, Madeleine Vionnet all’epoca aveva 96 anni, Chatwin stava lavorando per Vogue America come inviato, possiamo dedurre che l’imput gli fu fornito direttamente da Diana Vreeland.

Vionnet aveva abbandonate le scena della haute couture nel 1939, esattamente allo scoppio del secondo conflitto mondiale. Non aveva più realizzato vestiti da allora, questo non le aveva però impedito di occuparsi ancora di moda, a modo suo, come sempre aveva fatto nella sua carriera.

La migliore sarta del mondo, come lei stessa, giustamente, si definiva, riuscì ad affascinare un viaggiatore incallito come Chatwin. Lei, testimone sopravvissuta di un tempo che non c’era più, attraverso ricordi lucidi e sintetici rivelò all’attento osservatore una personalità totalmente fuori dal comune.

Abbaglianti le ultime battute dell’intervista:

Al momento di lasciarla mi  inquietava il pensiero che il nostro fotografo potesse disturbare la sua tranquillità.  “No, non mi disturberà. Sarò molto contenta di vederlo. Ma non può fotografarmi il cervello…!”.