Pierre Balmain (1914- 1982).

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Brutto.

Non mi interessa occuparmi del planetario battage pubblicitario o della furbissima strategia marketing messi in atto con il connubio tra H&M e Balmain. Non sono cose che valga la pena di analizzare, a meno che non siate manager e vi occupiate di numeri o siate esperti analisti del settore. Non è il mio caso.

Quello che noto a prima vista è l’involgarimento dello stile. Sarà perché è indirizzato a un consumatore low cost? Deve essere questo ciò che pensano i grandi marchi delle masse.  No, non mi stupisco affatto, democratizzazione fa solitamente rima con roba cafona. D’altra parte cosa si pretende, non siamo mica su Rai Educational?

Allora quello che faccio di solito in questi casi, è rifarmi gli occhi con un po’ di storia, ricordando da dove siamo venuti.  Si, perché prima di Balmain c’era un certo Pierre Balmain, che si dice addirittura avesse anticipato il new look di Dior. Di certo i due erano amici e prima ancora di diventare qualcuno, progettarono di aprire insieme la loro prima maison. Poi non ne fecero nulla e ognuno andò per la sua strada, che per entrambi fu ricca di successi e soddisfazioni. Ma bando alle ciance, ecco qualche esempio dello stile jolie madame del nostro, che, a proposito del suo mestiere diceva: “Siamo artigiani con un dono speciale per il bello”.

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E a proposito di stile, diceva ancora: “Rispettate i principi base della moda e sarete sempre in sintonia con le ultime tendenze, senza caderne preda”.

Una lezione che in casa Balmain devono aver dimenticato.

Volevo i pantaloni – Una storia di reale avanguardia.

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Bello.

Ma la vera pioniera in fatto di pantaloni fu l’americana Amelia Bloomer (da cui prese il nome quel modello tanto utilizzato dalle prime signore in bicicletta).  Sulla rivista che dirigeva, The Lily, perorò la causa di un abbigliamento più comodo e consono alle esigenze di movimento delle donne, provando ad infrangere un tabù fortissimo. Troppo presto, visto lo scandalo che provocò, indossando lei per prima i pantaloni.

circa 1855:  Rebecca Isaacs, singer of the lovely song 'I Want To Be A Bloomer', wearing bloomers, loose trousers gathered at the knee or ankle, a fashion started by Amelia Bloomer, an American magazine editor.  (Photo by Rischgitz/Getty Images)

Lo scandalo dall’America arrivò fino all’Europa, tanto che lei fu costretta infine a ritornare alle vecchie, scomodissime gonne lunghe. Ma la storia non si fermò di certo. Piano piano quel seme di indipendenza è arrivato fino a noi, che indossiamo con noncuranza i pantaloni, senza soffermarci a riflettere quanta storia e coraggio ci siano voluti per permetterci questa normalità.

Quei nomi dimenticati. 2

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Bello.

Bud Kilpatrick oggi è un nome sconosciuto ai più, eppure negli anni ’60 era ritenuto uno dei più interessanti designer californiani, tanto da ottenere nel 1963 il prestigioso Neiman Marcus award.

Simple elegance, queste le parole-chiave che definivano il suo concetto di moda. Purtroppo in rete non ho trovato molte immagini dei suoi abiti, sembra proprio che il tempo abbia steso una coltre spessa sulla sua storia. Comunque questi due esempi mi sembrano rispecchiare perfettamente lo spirito di quella definizione.

Ma il motivo che rende questo designer davvero interessante è una sua creazione sempre del 1963: l’Action Suit.

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Antesignano senza dubbio di quella che oggi viene chiamata “wearable technology”, era stato creato per essere un valido supporto per le donne di quel tempo, che non prevedeva ancora smartphone & Co.  Parliamo di donne dedite perlopiù ai lavori domestici e quindi nelle tasche dell’abito erano inseriti in miniatura oggetti tipo: aspirapolvere, girarrosto (si, proprio così!)..  Lo stile futuristico poi, era accentuato dalla struttura semplicissima e dalle tasche di plastica trasparente. Il capo è attualmente esposto al MET di Brooklyn.

Una creazione che oggi può sembrarci persino naif, ma pensate a come doveva essere avveniristica allora l’idea di un abito corredato di strumenti tecnologici adatti a velocizzare azioni quotidiane e quindi semplificare la vita di chi lo indossava.

Un peccato che cadano nel dimenticatoio gesti così significativi e anticipatori.

Gente di Hollywood.

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Bello.

Gilbert Adrian, 1945.

Più noto con il solo nome di Adrian, fu il costumista più acclamato di Hollywood negli anni ’30 e ’40.  Inventò il personaggio da femme fatale di Greta Garbo e attraverso i costumi per Joan Crawford lanciò la moda delle spalline imbottite.  Vestì star come Jean Harlow e Katharine Hepburn e si sbizzarrì con costumi sontuosi, a volte eccentrici, ma sempre coerenti con lo spirito di Hollywood, dove, come si leggeva sul “The New Yorker”, quando si mette in scena una signora, si fa in modo che si presenti come se ce ne fossero due.

Storie di donne e di moda – Palazzo Madama, Torino

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Bello.

Che cos’è un abito, un accessorio se non una fonte di ricordi? E’ quella macchina del tempo che ci rimanda a come eravamo in un momento preciso del nostro passato; racconta più di una foto, perché lo abbiamo portato sulla pelle, perché la sua tridimensionalità lo rende concreto.

Da queste suggestioni nasce il progetto di Palazzo Madama, Torino: Torino un secolo di moda. Di questo progetto fa parte la mostra inaugurata ieri e visitabile fino al 18 gennaio 2015, Affetti Personali – Storie di donne e di moda.

L’idea è proprio quella di creare una raccolta che parli di storia della moda attraverso gli oggetti donati dalle torinesi che hanno vissuto personalmente, o per altre vie, quegli anni in cui la città era il luogo della moda italiana.

Attraverso un dono la propria storia diventa così storia di tutti e quindi patrimonio protetto, condiviso e tramandato. Le storie che accompagnano questi oggetti di moda sono state raccolte inoltre su video consultabili sul canale youtube di Palazzo Madama, in modo che anche il racconto orale, prezioso, non vada disperso.

Le donazioni comprendono anche fotografie e attrezzi dei mestieri della moda e permettono di far luce su eccellenze artigiane ormai scomparse, ma fondamentali per annodare i fili di una storia del made in Italy che ancora stenta a trovare una completa esposizione.

Immagino che questo progetto, piccolo ma significativo, sia un bel modo per muovere i primi passi verso la creazione di sedi museali che contemplino la moda e la sua storia come fenomeno culturale anche in Italia.  E chissà che altre città, considerate più glamorous in fatto di moda, non possano prendere spunto da questo esempio collettivo e gratuito.

A casa di Dior.

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Bello?

Qualche giorno fa sono stata a Granville, cittadina natale di Christian Dior e suo buen retiro anche negli anni di grande successo.  La villa tutta rosa in cui ha trascorso l’infanzia il couturier si trova nella parte alta della cittadina, circondata da un giardino pieno di fiori un po’ frou-frou, con un’invidiabile vista sul mare.

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Persino il salon de the esterno risente non poco di tutto questo rosa confetto.

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Che dire poi della testa di Dior che guarda il cielo con un’espressione non proprio felice?

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Ma la parte della visita che mi interessava di più era naturalmente la mostra interna, oltre all’atmosfera della villa, che deve aver influenzato certamente il percorso e le scelte di Dior.

La visita si apre con l’immancabile tailleur Bar, simbolo e vessillo del New Look:

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Degli arredi originali naturalmente non c’è più traccia, ma è facile immaginare quello stile Luigi XVI tanto caro a Dior, anche solo dalle decorazioni delle boiserie, dei caminetti e della scala interna.

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Gli abiti in mostra non sono molti, d’altra parte l’esposizione riguarda più le immagini legate alla griffe che le collezioni vere e proprie.

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E anche qui il rosa la fa da padrone:

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Sarebbe piaciuto a Dior questo piccolo museo un po’ cocotte? Io credo di si: le donne a cui si rivolgeva amavano le atmosfere rilassanti di una villa immersa nel verde, con quel tocco di glamour della spiaggia a poca distanza. Non è difficile immaginare il giovane Dior immerso nelle letture in una di queste stanze, o accogliere gli amici sotto gli alberi del giardino.

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Spiccano in modo inusuale questi due abiti rossi, a mio avviso un poco in contro-tendenza.

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E infine, per fortuna, anche un omaggio al passaggio di Galliano negli atelier.

Ho trascorso un piacevole pomeriggio all’insegna della raffinatezza in un luogo dove tutto è predisposto per non urtare la vista. Poi uscendo ho notato la voliera nel giardino, in cui le colombe prigioniere tubavano, ma il suono somigliava più a un lamento. Mi hanno fatto pensare alle donne di Dior, imprigionate nei corsetti e nei metri e metri di stoffa e crinoline.. e improvvisamente tutto mi è sembrato meno piacevole.

YSL – non basta un film.

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Brutto?

Aspettavo con una certa impazienza di vedere il film Yves Saint Laurent di Jalil Lespert e il motivo è sempre il solito: su di lui non si sa mai abbastanza. Inutile girarci intorno, si tratta di una delle figure più complesse e sfuggenti che hanno costruito la storia della moda.

Il film l’ho visto la settimana scorsa, ma ho avuto bisogno di un po’ di tempo per riflettere a mente fredda, anche perché confesso che per alcuni giorni la figura del couturier mi ha seguito in modo quasi ossessivo e mi sono chiesta se fosse solo suggestione o se fosse realmente merito del film.  Ecco, il film.. No, non penso sia un brutto film, però molte sono le obiezioni che mi sento di fare.

Purtroppo, per quanto mi riguarda, il film non aggiunge nulla al già conosciuto e quindi personalmente si è risolto come la visione di un film d’amore senza alcuno spunto documentaristico. La pellicola avrebbe potuto, a buon ragione, intitolarsi YSL racontées par Pierre Bergè, tanto preponderante è la presenza del compagno di una vita di Yves in tutta l’operazione. Presenza salvifica, a detta dello stesso Bergè, ma contemporaneamente anche fin troppo autocelebrativa.

Gli abiti ci sono, certo, e a quanto pare si tratta persino degli originali, ma questo non basta. Grande assente è il percorso creativo, la costruzione di uno stile unico e in alcuni momenti addirittura rivoluzionario nell’ambito della moda. Nel film ci sono buchi temporali inammissibili, proprio quelli che spiegherebbero i punti di arrivo del couturier. Certo in 106 minuti non sarebbe stato possibile raccontare tutto, va però detto che la trama invece si incanta a lungo su vicende personali più adatte al genere fiction che a quello di un film biografico.

E’ il classico limite di quasi tutti i film che raccontano la vita e l’opera di grandi creatori di moda, pensiamo solo alla sfilza di film inutili su Chanel..

L’operazione ha un sapore struggente, certo non estraneo alla realtà, ma appare più come un drammone ad uso e consumo di un certo voyeurismo chic, piuttosto che il tentativo del racconto significativo di una vita e una carriera eccezionali.  Per chi sapesse poco o nulla di YSL può risultare comunque un buon inizio per cercare poi fonti più significative.

Per tutti gli altri: peccato, speriamo nei prossimi film in cui la presenza (e l’approvazione) di Bergè è meno ingombrante.