La buona moda. La vita buona.

vestiti nel vento

Bello.

E’ trascorso molto tempo dall’ultima volta che ho scritto su queste pagine virtuali.

Molto tempo e molta vita: dolori (tanti purtroppo), viaggi, qualche momento memorabile, incontri, disillusioni e tanto altro ancora.

Il tempo non ha cambiato il nocciolo di quella che sono, la scorza solo si è un po’ inspessita. E la moda? Che fine ha fatto tutta questa storia di abiti e stili e notizie?

Diciamolo che la vita è stata molto più interessante di qualsiasi abito spettacolare sia mai stato pensato e realizzato. Infinitamente più imprevedibile e coinvolgente. Giusto per mettere in chiaro le priorità.

Ho continuato ciononostante a immaginare e cucire vestiti; ho continuato a trasmettere le mie conoscenze ai ragazzi (e questo si, mi ha dato grande soddisfazione!). Ho continuato, insomma, a scrivere la mia piccola storia in fatto di moda, consapevole ancora di più di quanto sia piccola e relativa.

Questo pezzo di strada percorso mi ha permesso di realizzare che non è più tempo di essere contro.  O meglio, è necessario, pur essendo contro, fare grandissima attenzione ai termini, al linguaggio, alla sostanza.

Non si possono alzare muri, non si può scendere a compromessi con la presunzione e l’arroganza. Anche nella moda, come in tutto.

Oggi la più grande trasgressione è la buona educazione, che è compagna dell’onestà e dell’empatia e poi di un’altra di quelle parole antiche: la compassione.

Questa, davvero, sarebbe la più grande rivoluzione, che temo di non riuscire a vedere se non nei miei sogni.

A Kind Revolution.

Bello.

Il primo approccio con l’universo Mod l’ho avuto grazie a mio fratello, che da ragazzo li frequentava e ne faceva parte. Allora (erano i primi anni ’80) lui girava con i componenti del gruppo musicale degli Statuto, che a Torino erano considerati tra i gruppi più cool del momento.

Io li guardavo con curiosità e anche una certa simpatia: mi piacevano quelle ragazzine con il carrè e i vestitini corti in bianco/nero. Mi incuriosiva quella fede assoluta verso uno stile che era stato dei loro genitori e che, con una apparente illogicità, si metteva in contrapposizione proprio agli ideali di quella generazione.

La cura per il dettaglio, ricordo, era quasi maniacale. Mio fratello faceva impazzire mia madre, perchè i pantaloni non erano mai abbastanza stretti e noi ridevamo per quelle che ci sembravano solo adolescenziali fissazioni.  In realtà i Mod hanno scritto un capitolo interessante della storia dello stile e della moda. Il loro approccio, che avrebbe potuto essere liquidato come l’ennesimo revival, aveva basi politiche e l’intenzione di mettere in atto una vera e propria rivoluzione.

Come in tutte le rivoluzioni, era necessaria una divisa che li rendesse riconoscibili, e loro avevano scelto quella di un Modernismo pre-borghese, ripulito dal decorativismo che sarebbe arrivato nei tardi ’60. Di quel decennio avevano preso solo la spinta verso il futuro e non l’opulenza del boom economico.

Paul Weller è considerato il padre dei Mod, un vero esempio di eclettismo musicale, che è però sempre rimasto fedele allo spirito originario del movimento. In una sua recente intervista parla del suo ultimo album (Kind revolution), della sua vena ottimista, nonostante le difficoltà e l’atmosfera generale.

Usa due parole chiave, che hanno immediatamente destato la mia attenzione: speranza compassione.  Due parole bellissime, soprattutto se messe insieme.  Mi sono chiesta se anche attraverso gli abiti si possano comunicare concetti così fragili e guardando le foto del musicista, oggi quasi sessantenne, ho notato quanto il suo stile sia diventato più fluido.

Dei Mod rimane la voglia di cambiamento, ma quella che era una contrapposizione ferma come i completi neri con camicia bianca, oggi è diventata una rivoluzione morbida con i jeans e i maglioni decorati con una stella.  In poche parole, la capacità di cambiare rimanendo se stessi.