Piove. Vestiti, usciamo.

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Bello.

Il cielo è scuro e la luce che entra dalle finestre è così scarsa da attutire ogni colore.  Cade pioggia ormai da due giorni ed è impegnativo scovare l’energia per vestirsi e affrontare la città.

Ma domani è il mio compleanno e avrò voglia di mangiare cibo speziato. Ho cercato il miglior ristorante indiano della città e prenotato. Mi servirà qualcosa da indossare per scacciare i malumori del maltempo.  Cerco qualche suggestione e mi viene incontro Paul Poiret, con i suoi colori come “robusti lupi gettati nell’ovile”.

Non potrei mai permettermi questo abito, nemmeno se sapessi dove trovarlo, ma mi fa bene vedere un esempio di ciò che vorrei.  Non copierò quest’abito: non è accettabile accontentarsi di una copia. Sceglierò qualcosa che me lo ricordi per associazione di idee e non per aspetto.  Non riempirò il mio armadio con un altro abito: ho fatto un patto con me stessa.

Un abito può contenere un buon proposito, un’idea. Può essere un amore platonico.

I’m an absolute beginner.

 

Brutto.

Il marchio Redemption debutta a Parigi nell’alta moda per la stagione primavera estate 2017 ed io non posso fare a meno di chiedermi perchè?

Come mai un milanese appassionato di biker che pochi anni fa faceva il fotografo e prima ancora si occupava di finanza, decide non solo di diventare un designer, ma addirittura di dedicarsi all’alta moda?

Lui lo dice, e si vede, che di moda ne sa poco. Si vede dall’uso di tutto quel tessuto, di tutti quei volumi e poi un vedo-non vedo talmente abusato che non merita nemmeno un secondo sguardo. Escamotages usati da chiunque immagini che couture sia sinonimo di abbondanza, piuttosto che di sottigliezze, di ricerca sopraffina, di tecnica spericolata e precisa. L’alta moda è il gradino più alto e arrivarci saltando tutti gli altri gradini può essere molto rischioso, a meno di essere veri geni.  L’abbondanza può avere un senso se alla base c’è una visione innovativa. Ma sono innovativi quegli strascichi? E la pelle con le borchie? E i fiocchi al collo?

Tutto questo l’ho già visto più e più volte; non lo definirei vecchio, piuttosto abusato, che è un modo gentile per dire che non ne avevamo bisogno, che è l’ennesima visione personale che non aggiunge una virgola al presente, per non parlare del futuro…

Non è una colpa essere un absolute beginner, anzi, per certi versi la pulizia di partenza potrebbe consentire addirittura una marcia in più. E’ una colpa però pensare che per inventare abiti basti questo.

 

Robert Piguet:la semplificazione del lusso.

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1930

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1940

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1951

 

Bello.

Robert Piguet era svizzero di origine, ma, negli anni trenta e anche dopo, veniva definito come lo stilista più parigino dei parigini.

La sua è una storia lineare: una vocazione precoce, il trasferimento a Parigi, l’apprendistato presso importanti case di moda. Poi l’apertura della propria maison, il successo.  Coniugava con il suo stile due insegnamenti (solo) apparentemente inconciliabili: l’uso del colore opulento appreso da Poiret e la semplificazione e funzionalità appresi da Redfern.

La selezione delle immagini relative alle sue creazioni, mi ha portato a scegliere questi esempi che mi sono sembrati subito notevoli. Si riconosce un approccio singolare, l’uso di tagli sperimentali per quegli anni. A me pare di cogliere anche un sincero amore per il mestiere, che si confermò con la presa di posizione durante l’occupazione nazista a Parigi: così come altre case di moda, si rifiutò di portare la sua moda a Berlino.

Quello che apprezzo in questi abiti è la semplificazione del lusso. La mano del couturier è innegabile, ma dietro si intuisce la presenza del designer. Un passo avanti non indifferente.

Nella biografia di Piguet sembra non esserci spazio per il narcisismo che affligge e affliggeva molti couturier: lasciò grande spazio ai giovani collaboratori, formandoli e accogliendo le loro idee.  Collaboratori come Dior, Hubert de Givenchy, Balmain.

Ogni volta che mi avvicino a questi grandi nomi provo a immaginare cosa sia stato per loro il cambiamento radicale di prospettiva creato dalla guerra. Credo che ci sia voluto uno sforzo di volontà notevole per continuare a pensare alla bellezza in un mondo piombato nel lutto.

Piguet si spense nel 1953. Nel 1951 aveva chiuso l’attività, in fondo lavorò fino quasi alla fine.  La dedizione al mestiere è il tratto che ritrovo in tutta questa generazione di creatori di moda. Una cosa semplice, lineare, un valore che ottimisticamente credo che diventerà di nuovo di moda.

Balenciaga and Spain – Le origini del genio.

 

Bello.

Il video si riferisce ad una mostra del 2011 al Young Museum di San Francisco, California e documenta in modo dettagliato il legame naturale e indissolubile di Cristobal Balenciaga con la sua terra di origine.

Penso che ogni singolo abito di questo couturier racconti una storia affascinante e soprattutto la sua totale abnegazione nei confronti della creazione. E’ probabile, anzi, che la storia stessa della sua vita e il suo pensiero siano condensati in quella dedizione  verso il fare abiti.

Per chi si occupa di moda ogni fotogramma di questo video può essere un regalo. Si può comprendere la nascita di un’idea, immaginare il percorso che Balenciaga ha compiuto per elaborare in forme personali i ricordi e l’estetica respirati sin dalla nascita.

Credo che nessuno più di lui abbia convogliato tutte le proprie energie nella ricerca di quella perfezione intravvista come un sogno, eliminando distrazioni, orpelli, dettagli inutili. Realizzando forme così pure da lasciare stupiti ancora oggi, noi abituati a vedere tonnellate di abiti e forme.

La mia sensazione è che tutte quelle altre forme e abiti scompaiano e rimanga stagliata nei miei occhi questa immagine di straordinaria modernità.

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Roy Halston. 1970

 

madame grès 1965

Madame Grès, 1965

 

balenciaga 1966

Cristobal Balenciaga, 1966

 

Bello.

Moderno è ciò che prescinde dal momento, elude il tempo, lo attraversa.

Non è una qualità comune, è un concetto significativo che trova difficoltà ad esprimersi attraverso il linguaggio. Più facile raccontarlo per immagini.

E’ moderno ciò che la cronologia consueta non osa classificare, perché non ne conosce la chiave. Siamo soliti definire così tutto ciò che ci appare contemporaneo, ma si tratta naturalmente di una grossolana semplificazione: le due cose non sono affatto consequenziali. Conosco casi in cui espressioni contemporanee risultano decisamente antiquate e tutt’altro che moderne, mentre esempi di molto precedenti continuano a emanare quella luce di assoluta modernità.

La modernità appartiene a chi si rifiuta di seguire i canoni del suo tempo e sceglie strade ben più astratte, fuori dall’ordinaria estetica dell’epoca che gli è toccata in sorte.

 

Pierre Balmain (1914- 1982).

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Brutto.

Non mi interessa occuparmi del planetario battage pubblicitario o della furbissima strategia marketing messi in atto con il connubio tra H&M e Balmain. Non sono cose che valga la pena di analizzare, a meno che non siate manager e vi occupiate di numeri o siate esperti analisti del settore. Non è il mio caso.

Quello che noto a prima vista è l’involgarimento dello stile. Sarà perché è indirizzato a un consumatore low cost? Deve essere questo ciò che pensano i grandi marchi delle masse.  No, non mi stupisco affatto, democratizzazione fa solitamente rima con roba cafona. D’altra parte cosa si pretende, non siamo mica su Rai Educational?

Allora quello che faccio di solito in questi casi, è rifarmi gli occhi con un po’ di storia, ricordando da dove siamo venuti.  Si, perché prima di Balmain c’era un certo Pierre Balmain, che si dice addirittura avesse anticipato il new look di Dior. Di certo i due erano amici e prima ancora di diventare qualcuno, progettarono di aprire insieme la loro prima maison. Poi non ne fecero nulla e ognuno andò per la sua strada, che per entrambi fu ricca di successi e soddisfazioni. Ma bando alle ciance, ecco qualche esempio dello stile jolie madame del nostro, che, a proposito del suo mestiere diceva: “Siamo artigiani con un dono speciale per il bello”.

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E a proposito di stile, diceva ancora: “Rispettate i principi base della moda e sarete sempre in sintonia con le ultime tendenze, senza caderne preda”.

Una lezione che in casa Balmain devono aver dimenticato.

Lieve come un velo, forte come una donna.

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Bello.

“Da film come ‘Hiroshima mon amour’ e ‘In the mood for love’ l’immagine bella e vagamente malinconica di una donna disegnata dall’amore struggente, da un’atmosfera di luci come lanterne che illuminano creando tanto chiaroscuro”.

Questo racconta Luigi Borbone della sua ultima collezione di alta moda per l’autunno inverno 2015-16.  Come sua abitudine, le ispirazioni sono varie: se da una parte c’è l’Oriente, dall’altra ci sono gli anni ’50 di Dior. Ma a dispetto di ciò che si potrebbe immaginare, regna su tutto una pulizia formale che si sbarazza di ornamenti retrò e facili orientalismi.

Ricordate quando in un precedente post a proposito di Margiela parlavo di scheletro portante riferito alla moda? Ecco, chi parla con scioltezza la lingua della couture sa bene cosa significhi: non è con il superfluo che si costruisce un’idea chiara.

Mi piace sempre più la donna immaginata da LuigiMaria, così tranquilla da concedersi abiti che non la nascondono; privi di impalcature difensive, privi di formalità inutili.

Una grande iniezione di leggerezza (finalmente).

 

Margiela e la Couture ritrovata.

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Margiela Artisanal 3

Margiela Artisanal 4

Bello?

L’ultima sfilata della collezione Margiela Artisanal mette chiaramente l’accento sul termine couture.  Che sia questo il senso di un nuovo concettualismo? Privo ormai quasi del tutto da trovate provocatorie (già sperimentate) e da quel minimalismo di ritorno che a furia di fare avanti e indietro si è del tutto scaricato, ecco che ciò che rimane è finalmente solo lo scheletro portante: la couture.

Non si può dire che non ce ne fossimo già accorti, eppure visto da Margiela il fenomeno non lascia indifferenti.

John Galliano mette in atto così la quadratura del cerchio, lui che di couture si è sempre nutrito; riesce in questo modo ad essere contemporaneamente antico e moderno, scavalcando in un attimo quel divario tra tradizione e sperimentazione.

Credo che sia proprio questo quello che ci si aspettava da lui quando, a sorpresa, gli è stata affidata la direzione di questo marchio: un lusso autentico, ma evoluto.

Schiaparelli never die.

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schiaparelli couture 3

schiaparelli couture 4

Brutto.

A Parigi le sfilate di alta moda sono cominciate e se dall’alba si vede il buon giorno, allora non credo ci sia molto da gioire.  Ecco l’ennesimo nome che si cimenta con l’eredità di Elsa Schiaparelli: Bertrand Guyon, che esordisce con una collezione già vecchia, non trovo altri aggettivi. Vecchia per l’uso poco creativo dei materiali, per quelle proporzioni che mi ricordano collezioni di dieci e più anni fa, per il ricorso a ricami presi quasi pari pari dagli archivi del marchio. Una collezione per vecchie signore in vena di ricordi, si direbbe. Nemmeno un guizzo di autentico coraggio.

Già molti tentativi sono stati fatti -troppi- eppure non c’è verso di convincere chi di dovere a lasciar riposare questo nome nei libri di storia della moda, anziché intestardirsi a voler trovare un degno successore per una storia già bella e conclusa.

Purtroppo questo caso evidenzia quello che già avevo notato in altre circostanze: non basta un cospicuo heritage e una rispolverata agli archivi per confezionare un successo. Non basta nemmeno cambiare squadra e allenatore ad ogni stagione. Perché ci sono nomi e storie che funzionano solo in alcuni momenti e poi mai più.

Théatre de la mode.

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theatre de la mode (Molineaux)Edward Molyneux

theatre de la mode (Patou)Jean Patou

Bello.

Si chiamava Théatre de la Mode e fu esposto a Parigi il 27 marzo 1945, a guerra appena finita. Non c’erano tessuti e quel poco che c’era doveva essere utilizzato con infinita parsimonia. Quindi si utilizzarono manichini in miniatura fatti con filo di ferro e testine di bronzo. Tutte le maison che erano sopravvissute alla guerra vestirono queste bambole alte 70 cm, con le loro ultime novità.

“Si è rimesso in pista qualcosa che aveva continuato ad esistere, ma che non era più così conosciuto. Si poteva pensare che la Couture fosse qualcosa del passato che stava per scomparire o che era già scomparsa. Al contrario…” (Robert Ricci).

Quello che mi colpisce in questi tre modelli, è l’incredibile somiglianza con quel new look che Christian Dior avrebbe imposto  al mondo con grande clamore mediatico ben due anni dopo.