Una passerella non è un museo.

 

Bello.

Christian Dior autunno inverno 2017-18.

Ho letto commenti feroci, offesi, presupponenti, rattristati, desolati, pressapochisti, stizzosi, ecc. sull’ultima collezione di Dior a opera di Maria Grazia Chiuri.

Tutti a rimarcare con sdegno l’assenza dello spirito del grande maestro (che, come sempre sottolineo, è morto la bellezza di 60 anni fa), a santificarne l’operato al cui confronto tutto scompare.  Ho notato che ci sono due avamposti intoccabili per chi dice di venerare la moda come arte: Dior e Chanel.  Entrambi fautori di una moda che ha avuto un successo planetario, tanto in vita che dopo la morte, entrambi eccezionalmente dotati di fiuto per gli affari.  Sono un po’ gli Andy Warhol della moda, quotatissimi perchè diventati brand di se stessi. Entrambi, a mio parere, sopravvalutati.

E allora mi chiedo sempre se la grandezza di un couturier si calcoli in base ai pezzi venduti, alle copertine sulle riviste prestigiose, alle licenze realizzate, insomma al mito che ha saputo costruire.  Da studiosa e appassionata della storia della moda, io sono attratta invariabilmente dai dettagli e soprattutto dalla costruzione degli abiti, oltre, naturalmente, dalle invenzioni documentabili. Ed è per questo che sono altri i nomi che mi fanno battere il cuore.

Ma tornando alla collezione a firma della Chiuri, io l’ho trovata appropriata: perfettamente calata in questo tempo, sofisticata senza essere artificiosa. Quel genere di eleganza decontratta, semplificata. Una collezione adatta ad ogni età e soprattutto mi è sembrata attinente allo spirito della maison, ma anche giusta per la sua clientela.  In più la stilista ha infuso nel marchio un pizzico di quel sano e riconoscibile tocco tutto italiano, attento alla vestibilità e anche (perchè no?) alla praticità.

Qualcuno obietterà che manca il sogno, ma può darsi che i sogni delle donne di questi anni siano decisamente diversi rispetto a quelli delle donne degli anni ’50. Forse oggi le donne possono permettersi di sognare vestite con un completo giacca e pantalone o con una tuta di jeans, perchè per realizzarli, quei sogni, serve potersi muovere agilmente.

Restare legati indissolubilmente al passato non è mai una buona idea, soprattutto per chi fa un mestiere che prevede aggiornamento continuo e velocissimo. Il Dior che molti ripiangono va benissimo se alloggiato in un museo, ma è totalmente fuori contesto storico oggi.

E forse ci voleva proprio una donna alla guida del marchio per renderlo così evidente.

Robert Piguet:la semplificazione del lusso.

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1930

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1940

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1951

 

Bello.

Robert Piguet era svizzero di origine, ma, negli anni trenta e anche dopo, veniva definito come lo stilista più parigino dei parigini.

La sua è una storia lineare: una vocazione precoce, il trasferimento a Parigi, l’apprendistato presso importanti case di moda. Poi l’apertura della propria maison, il successo.  Coniugava con il suo stile due insegnamenti (solo) apparentemente inconciliabili: l’uso del colore opulento appreso da Poiret e la semplificazione e funzionalità appresi da Redfern.

La selezione delle immagini relative alle sue creazioni, mi ha portato a scegliere questi esempi che mi sono sembrati subito notevoli. Si riconosce un approccio singolare, l’uso di tagli sperimentali per quegli anni. A me pare di cogliere anche un sincero amore per il mestiere, che si confermò con la presa di posizione durante l’occupazione nazista a Parigi: così come altre case di moda, si rifiutò di portare la sua moda a Berlino.

Quello che apprezzo in questi abiti è la semplificazione del lusso. La mano del couturier è innegabile, ma dietro si intuisce la presenza del designer. Un passo avanti non indifferente.

Nella biografia di Piguet sembra non esserci spazio per il narcisismo che affligge e affliggeva molti couturier: lasciò grande spazio ai giovani collaboratori, formandoli e accogliendo le loro idee.  Collaboratori come Dior, Hubert de Givenchy, Balmain.

Ogni volta che mi avvicino a questi grandi nomi provo a immaginare cosa sia stato per loro il cambiamento radicale di prospettiva creato dalla guerra. Credo che ci sia voluto uno sforzo di volontà notevole per continuare a pensare alla bellezza in un mondo piombato nel lutto.

Piguet si spense nel 1953. Nel 1951 aveva chiuso l’attività, in fondo lavorò fino quasi alla fine.  La dedizione al mestiere è il tratto che ritrovo in tutta questa generazione di creatori di moda. Una cosa semplice, lineare, un valore che ottimisticamente credo che diventerà di nuovo di moda.

Hommage à Madame Grès.

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Rochas ss17

Bello.

Di lei, Chanel diceva che era solo capace di appendere un po’ di stoffa ad un corsetto (l’invidia è una brutta bestia).

La couturier dai tanti nomi: Germaine Emilie Krebs,  Alix Barton,  oppure semplicemente Alix –  era una donna enigmatica.  E’ passata alla storia comunque con un altro nome: Madame Grès.

Di lei ho già scritto qui.  Ora, a dispetto di quanto detto da Chanel, mi piace sottolineare quanto la sua moda sia un esempio di effettiva  modernità.  Innegabile.  Se non si fosse capito, per me lei ha un posto speciale sull’Olimpo delle madri e dei padri della moda.

Balenciaga and Spain – Le origini del genio.

 

Bello.

Il video si riferisce ad una mostra del 2011 al Young Museum di San Francisco, California e documenta in modo dettagliato il legame naturale e indissolubile di Cristobal Balenciaga con la sua terra di origine.

Penso che ogni singolo abito di questo couturier racconti una storia affascinante e soprattutto la sua totale abnegazione nei confronti della creazione. E’ probabile, anzi, che la storia stessa della sua vita e il suo pensiero siano condensati in quella dedizione  verso il fare abiti.

Per chi si occupa di moda ogni fotogramma di questo video può essere un regalo. Si può comprendere la nascita di un’idea, immaginare il percorso che Balenciaga ha compiuto per elaborare in forme personali i ricordi e l’estetica respirati sin dalla nascita.

Credo che nessuno più di lui abbia convogliato tutte le proprie energie nella ricerca di quella perfezione intravvista come un sogno, eliminando distrazioni, orpelli, dettagli inutili. Realizzando forme così pure da lasciare stupiti ancora oggi, noi abituati a vedere tonnellate di abiti e forme.

La mia sensazione è che tutte quelle altre forme e abiti scompaiano e rimanga stagliata nei miei occhi questa immagine di straordinaria modernità.

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Roy Halston. 1970

 

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Madame Grès, 1965

 

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Cristobal Balenciaga, 1966

 

Bello.

Moderno è ciò che prescinde dal momento, elude il tempo, lo attraversa.

Non è una qualità comune, è un concetto significativo che trova difficoltà ad esprimersi attraverso il linguaggio. Più facile raccontarlo per immagini.

E’ moderno ciò che la cronologia consueta non osa classificare, perché non ne conosce la chiave. Siamo soliti definire così tutto ciò che ci appare contemporaneo, ma si tratta naturalmente di una grossolana semplificazione: le due cose non sono affatto consequenziali. Conosco casi in cui espressioni contemporanee risultano decisamente antiquate e tutt’altro che moderne, mentre esempi di molto precedenti continuano a emanare quella luce di assoluta modernità.

La modernità appartiene a chi si rifiuta di seguire i canoni del suo tempo e sceglie strade ben più astratte, fuori dall’ordinaria estetica dell’epoca che gli è toccata in sorte.

 

Pierre Balmain (1914- 1982).

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Brutto.

Non mi interessa occuparmi del planetario battage pubblicitario o della furbissima strategia marketing messi in atto con il connubio tra H&M e Balmain. Non sono cose che valga la pena di analizzare, a meno che non siate manager e vi occupiate di numeri o siate esperti analisti del settore. Non è il mio caso.

Quello che noto a prima vista è l’involgarimento dello stile. Sarà perché è indirizzato a un consumatore low cost? Deve essere questo ciò che pensano i grandi marchi delle masse.  No, non mi stupisco affatto, democratizzazione fa solitamente rima con roba cafona. D’altra parte cosa si pretende, non siamo mica su Rai Educational?

Allora quello che faccio di solito in questi casi, è rifarmi gli occhi con un po’ di storia, ricordando da dove siamo venuti.  Si, perché prima di Balmain c’era un certo Pierre Balmain, che si dice addirittura avesse anticipato il new look di Dior. Di certo i due erano amici e prima ancora di diventare qualcuno, progettarono di aprire insieme la loro prima maison. Poi non ne fecero nulla e ognuno andò per la sua strada, che per entrambi fu ricca di successi e soddisfazioni. Ma bando alle ciance, ecco qualche esempio dello stile jolie madame del nostro, che, a proposito del suo mestiere diceva: “Siamo artigiani con un dono speciale per il bello”.

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E a proposito di stile, diceva ancora: “Rispettate i principi base della moda e sarete sempre in sintonia con le ultime tendenze, senza caderne preda”.

Una lezione che in casa Balmain devono aver dimenticato.

L’orgoglio italiano (galline alla riscossa).

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Brutto.

Nasce nella rete e si diffonde a macchietta d’olio quello che si autodefinisce ‘italian pride’, a difesa di un ingarbugliato concetto di stile e avanguardia industriale che non contemplano il termine artigianato. Termine ritenuto ormai off..

Stranisce però notare che chi lo propone faccia madornali errori di sintassi. Ma si sa, la fretta, la tastiera del telefonino.. Innumerevoli sono gli alibi.  Ma anche la lingua (italiana) richiede rispetto, non solo lo stile.  Non me ne vogliano i diretti interessati, ma parlare -o scrivere- in una piazza significa anche esporsi volutamente a delle critiche.

L’orgoglio per le proprie radici è cosa sacrosanta, ma riguarda, credo, ogni singola nostra giornata e soprattutto la cura che mettiamo nello stare al mondo.  Parlando di moda, la storia italiana documentata ci racconta di un gusto e un saper fare eccellenti.  Basterebbe che ogni operatore di questo settore ragionasse e agisse solo dopo aver realmente masticato e digerito quella storia.  Credo che allora davvero il cambiamento sarebbe radicale.

In realtà il divario tra le effettive eccellenze (tra cui grandi artigiani, Ferragamo per esempio..) e i troppi finto-esperti è sconsolante.

Dopodiché assistiamo e leggiamo di esempi di grande ignoranza: artigianato scambiato per bric-à-brac, arte applicata questa sconosciuta, fiere paesane che si fregiano di proporre vero artigianato artistico..

Infine, sempre sul tema dell’artigianato, mi irritano molto quelli che pensano che fare il sarto/a significhi produrre abbigliamento di serie B, invece di riflettere sul fatto che probabilmente si tratta di un mestiere -o una specie- che andrebbe protetto, perché depositario di un sapere fondamentale, anche e soprattutto in termini di innovazione. Suona strano, lo so, ma l’innovazione quasi sempre parte dalla tecnica.  Dimenticando anche che sarto/a è la traduzione dal francese di couturier.  Ma quanto suona diversamente questo termine, vero?