Una storia di passione e Joy – Jean Patou.

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Bello.

Jean Patou era un uomo raffinato e audace, tanto audace da lanciare nel 1929, in piena crisi economica (ricordiamo il crollo di Wall Street) il profumo più caro del mondo: “Joy”. E già il nome era un manifesto contro l’abbattimento e il pessimismo generale.

Non aveva torto, e il successo strepitoso di quel profumo, che dura ancora oggi, lo conferma. Non che rischiasse poco, visti i tempi che correvano, ma rischiò. Rischiò di nuovo quando nel 1931 propose il primo profumo unisex: “Le Sien”, per uomini e donne che amavano correre a grande velocità. Pensate con quanto anticipo immaginò questo tipo di parità..

Patou creava vestiti che si adattavano alle persone e non il contrario. Inventò lo sportwear per le donne che finalmente potevano non solo muoversi comodamente, ma addirittura fare sport.  Erano suoi gli abiti con cui nel 1919 Susanne Lenglen vinse il torneo di Wimbledon, scandalizzando i benpensanti, perché il gonnellino così corto non lasciava molto spazio alla fantasia.

Era amico di Chanel (forse l’unico tra i couturier dell’epoca), non c’è da stupirsi, parlavano la stessa lingua. Quello che stupisce piuttosto è quanto un uomo abbia potuto immaginare quello di cui le donne avevano davvero bisogno, mettendosi letteralmente nei loro panni.

La storia ci suggerisce lezioni da tenere a mente. Ci indica possibili modelli di cui fare tesoro e soprattutto nei periodi di crisi ci insegna che l’immobilismo non è affatto una buona idea. Il coraggio e il talento possono fare la differenza.

Elsa in the wind.

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11 - 1938

Bello.

Negli ultimi anni i riferimenti a Elsa Schiaparelli si sono fatti via via più numerosi e insistenti. Complice anche la più volte annunciata riesumazione del marchio, ma non solo. Evidentemente l’accostamento, anche solo di sfuggita, con un nome così pieno di carisma e contenuti, fa gola a molti. E si sa, gli avvoltoi sono sempre pronti quando c’è un boccone in vista..

Di quel disgraziato abbinamento o conversazione impossibile con Prada ho già parlato. Pure ho già scritto di quel tentativo mal riuscito di rispolverare qualche reminiscenza, complice un Lacroix non proprio in forma.  Le ultime notizie sono di uno Zanini all’opera per tentare una mission (possible?) quantomai ardua.

Tutti questi scivoloni o fallimenti mi fanno immaginare che ci sia un elemento clamorosamente mancante in queste storie: la conoscenza.  Siamo davvero sicuri che tutti coloro che si occupano di un sistema così fluttuante come quello della moda abbiano concreta conoscenza di ciò che vanno a trattare? In fondo Elsa Schiaparelli rimane uno dei nomi della storia della moda meno conosciuti, se non per due o tre cose che passano di bocca in bocca. Eppure è una tra i pochi ad aver scritto persino una autobiografia.

Tra l’altro è una lettura che consiglio a chiunque, perché non parla solo di moda, ma svela alcuni dei lati più intimi di una donna che ha vissuto intensamente il suo tempo.

La moda della Schiap rimane legata alla sua persona e al suo modo di concepirla, ma anche al suo tempo, che la mise di fronte a scelte non facili. E’ possibile dire che lei fu la prima a regalare alle donne la consapevolezza che con gli abiti potevano finalmente mostrare una personalità, che i loro corpi parlavano un linguaggio più articolato della semplice appartenenza di genere. Essere donne pensanti non era affatto scontato negli anni ’30:

Ho sempre invidiato (agli uomini) il fatto di poter uscire da soli a qualunque ora. Vagare senza meta per tutta la notte o stare seduti in un caffè senza far nulla sono privilegi che possono sembrare di nessuna importanza, ma che in realtà danno alla vita un sapore molto più intenso e sofisticato.

Se Chanel e Vionnet avevano liberato il corpo e i tessuti, lei fece un ulteriore passo in avanti e mise mano alla liberazione del significato di un abito, della sua interazione con la sfera dei sogni, dell’inconscio. Per fare questo si servì dell’arte, ma in un modo che è ben lontano da molti degli esperimenti (più che altro commerciali) attuali.

La Schiaparelli ragionava come un’artista, pur consapevole che quegli abiti erano comunque destinati a vestire il quotidiano. Un’alchimia che ha dell’incredibile, forse possibile allora anche grazie ad un momento storico irripetibile, forse, semplicemente, il frutto di una mente e di una creatività al di fuori da ogni schema. Tanto superiore da permetterle di capire anche quando lasciare:

Quando il vento ti prende il cappello e te lo porta via, sfidandoti a inseguirlo sempre più lontano, tu devi correre più veloce del vento se vuoi recuperarlo. Capii allora che per costruire con maggiore solidità, a volte si è costretti a distruggere. Che bisogna imparare a parlare la lingua di chi non capisce la differenza tra carne da macello e carne umana..

Pensando a tutto questo, mi accorsi che si era chiuso un cerchio e che non potevo proseguire per la stessa strada senza diventare una schiava; che dovevo allontanarmi da Place Vendome, alle cui tiranniche esigenze ero ormai soggiogata, e che avevo bisogno di un cambiamento radicale.

Una lezione imperdibile per tutti quelli che si avvicinano o che sono già da tempo alle prese con la moda. Prima ancora di accostarsi a questo nome, prima di riempirsi la bocca con nomi che finiscono con il rappresentare solo la smania di rubare qua e là briciole di storia.

Una lezione che non ammette i protagonismi dei personaggi, bensì il coraggio delle persone.

Saint Laurent: i sogni finiscono all’alba.

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Brutto?

Me lo chiedo da un po e davvero ancora non so darmi una risposta chiara. Solo ipotesi, abbozzi di opinioni, ed è stimolante, lo ammetto.  Se Saint Laurent nel nuovo corso diretto da Hedi Slimane sia o meno la punta dell’iceberg di una nuova moda, non saprei dirlo, certo è che i segnali che arrivano non si possono ignorare.  Mi appresto a fare qualche considerazione sparsa, come i frammenti di un discorso che ancora non trova il bandolo della matassa..

La collezione che ha presentato Slimane per la primavera/estate 2014 raccoglie input da più luoghi: c’è il luogo del passato, quello dell’indimenticato Yves, con i pezzi storici rivisti e sporcati.  Ci sono le suggestioni del presente, snello e scomponibile. Poi c’è un’ipotesi di futuro, ed è su questo che la mia attenzione si concentra. Il futuro che Slimane intercetta è focalizzato sulla strada, che non significa streetwear; no, lui intende una moda realizzata e concepita da chi la strada la percorre davvero, con le sue incongruenze, la voglia di sbaragliare i luoghi soliti del buon gusto fino a raggiungere il crinale eccitante del kitsch.  Questa moda non teme giudizi, al contrario li provoca e se ne fa un vanto.  Sono le ragazzine che raccolgono le eredità delle madri e delle nonne e ne fanno polpette indigeste per quelli che la moda la fanno.  Eppure loro sono ‘il nuovo’.

Quello che mi salta all’occhio è quanto questa ‘nuova moda’ si allontani dall’idea di sogno. Quello che è sempre stato il luogo speciale per chi la moda la immaginava e per chi cercava di raggiungerla. Questa moda non ha bisogno di sognare, forse perché tutti i sogni sono stati sognati e ora la cosa migliore che possiamo fare è prendere in mano questa realtà e farla diventare onesta, credibile.  O forse perché i sogni di uno solo (che sia un couturier o uno stilista..) non bastano più. La pluralità si è fatta forte (anche presuntuosa), ha acquistato una voce che si fa sentire e che vuole sognare sogni personalizzati.

In ogni caso la strada è tanto vicina alla realtà da sembrare a prima vista un po scialba.  Solo a prima vista, perché poi scopri che l’esclusività non è scomparsa, si muove solo sotto mentite spoglie.   In fondo è una storia che si ripete: gli abiti di Chanel non venivano forse identificati come povertà di lusso?

Valentino alta moda.

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Bello.

I fatti, non le parole.

Non gli effetti speciali:  dj-mangiafuoco, ballerine di can-can, immagini oleografiche in 3D, musiche di altri pianeti..  Tutte cose magnifiche e gradevolissime, ma in fondo inutili, se servono a coprire la mancanza di idee, o quell’unica idea che è sempre la stessa.

E’ vero, si chiama anche circo ed è chiaro che lo spettacolo fa parte del pacchetto.  Ma cosa succede se lo spettacolo prende il sopravvento?  Possiamo chiamarli stilisti-entertainers?  Una nuova veste, un nuovo corso della moda (del business?)..

Potrebbe essere la soluzione. Sfilate come spettacoli fini a se stessi.  I vestiti in fondo sono poca cosa:  assemblaggio di pezzi di tessuto.  E’ il concetto quello che conta, no?  Gli stilisti si sentono artisti, gli artisti fanno gli stilisti.  Concettuali, naturalmente.

E i giornalisti applaudono, perché questo è il loro ruolo.

Quando l’allievo non supera il maestro.

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Brutto.

Dopo sospirata attesa ecco il risultato del travagliato parto (no, non si parla qui del real-baby!):  Lacroix per Schiaparelli ha prodotto il topolino.

Purtroppo si, e non si tratta solo di quell’allestimento discutibile: una specie di giostra kitsch con manichini che sembrano arrivare dalle vetrine dell’Upim.  No, il punto è che già a leggere le dichiarazioni dello stesso stilista si ha la sensazione che qualcosa non quadri. Dichiarazioni sulla difensiva, come a voler giustificare in fondo l’impossibilità di eguagliare il talento della Schiap, o almeno non sfigurare davanti a siffatto confronto.  Da una parte spiega di non aver voluto replicare i capi-simbolo della defunta maison, dall’altra sembra confessare di essere in qualche modo rimasto schiacciato da una tale eredità.  Fa quasi tenerezza quando racconta di aver sentito lo spirito di Elsa aleggiare nelle stanze della maison.  Niente di più scontato..

Ma in fondo che cosa sono se non delle repliche quell’aragosta in bella vista e quel cappellino a cono?  Tra l’altro non mi sembra che siano stati nemmeno tra le creazioni più eclatanti della stessa Schiaparelli.. Mentre il tentativo di distanziarsi produce quei pouf sulla testa, che mi dispiace, ma non si possono proprio vedere.

La mia sensazione sconcertante è che Christian Lacroix in fondo della Schiaparelli sappia non molto se questo è il risultato.  Poco tempo a disposizione?  Troppa pressione?  Un’eredità troppo ingombrante?  Scarso budget?

Eppure lui stesso dichiara che la couturier è stata da sempre fonte di ispirazione.  Allora dovrebbe sapere che Elsa Schiaparelli è stata l’inventrice delle collezioni a tema, mentre la sua sembra un’accozzaglia di temi svariati.  Certo, si dirà, 18 pezzi unici, troppo pochi per esprimersi compiutamente.

Oppure no?

Retro-gusto.

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Brutto.

Cosa è successo a Balmain?  Siamo ripiombati in pieno delirio anni ’80 dove una specie di wonderwoman affetta da fashion-vittimismo si lascia andare perdipiù a qualche nostalgia disco..  Roba da pazzi.

Sono persino commossa da tanta audacia, se non fosse che quei pantaloni non si possono davvero vedere nemmeno sulle filiformi mannequin, figuriamoci sulle normalissime donne curvo-dotate. Per non parlare dei pulloverini effetto angora con incorporate spalline. E che spalline!

Peccato, perché alcuni pezzi notevoli per la scelta dei colori e per le lavorazioni, passano decisamente in secondo piano.

Troppo raso, troppa carta di cioccolatini, troppi cristalli.  Se è vero che il minimalismo è out, allora il massimalismo è over.

Dalla Russia con stupore.

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Bello.

Confesso che di Ulyana Sergeenko non sapevo nulla prima di vedere per caso uno dei suoi abiti di alta moda. Poi ho scoperto che si tratta di uno dei personaggi più paparazzati del momento, vera beniamina dei blogger più cool.  Confesso anche che dopo averlo scoperto la voglia di scriverci un post mi era già passata.  Ma siccome ho questo pessimo vizio di essere intransigente con me stessa, sono andata a guardarmi un po’ di sfilate.  A quel punto non c’era più storia.

E’ vero, la Sergeenko ha questa faccia da bambolina russa che sembra finta, ha inoltre questo difetto di essere milionaria e poi pure una socialite (che dalle mie parti equivale quasi a una bestemmia), per non parlare del fatto che non perde occasione per farsi fotografare con mise accuratamente selezionate.  A parte tutto questo gli abiti che propone sono decisamente belli.

Abiti da zarina, dove la femminilità non è un accessorio improvvisato con porzioni più o meno estese di corpo visibile; al contrario è un segreto da tenere celato, che però splende di luce propria.  Mi piace quel prendersi cura orgogliosamente delle sue origini: non c’è dubbio che quegli abiti arrivino dalla patria di Dostoevskij.  E’ evidente che le sue collezioni svelano una Ulyana che non è solo quella data in pasto ai frequentatori del circo della moda, altrimenti non si spiegherebbero certe reticenze e ancor meno certi certosini dettagli.  Ma soprattutto non si spiegherebbe quell’eleganza severa, a volte persino austera, condita di colletti come gorgiere e cappe medioevali.

Ancora una volta devo ammettere che nulla -o quasi- è come sembra.