Maison Martin Margiela – Shocking couture.

Maison Martin Margiela 2015 1

Maison Martin Margiela 2015 2

Maison Martin Margiela 2015 3

Bello.

Strano l’effetto che mi ha fatto l’ultima sfilata di alta moda di Maison Martin Margiela.. Ho subito immaginato che sarebbe piaciuta da matti a Elsa Schiaparelli.  Proprio qualche giorno dopo il defilè che usa il nome della stessa couturier.  Sarà un caso?  Forse da un’altra dimensione la Schiap si è divertita ancora una volta a confondere le acque.

Ma questa collezione, secondo me, mette ancora di più in luce l’inadeguatezza di quell’altra. Dimostra che originalità, leggerezza e ironia sono possibili. Senza prendersi troppo sul serio, ma facendo comunque un buon lavoro.

Proprio come faceva la mitica Schiap.

L’ultima sfilata.

sfilata

Brutto.

Le sfilate ai quattro angoli del mondo che conta sono terminate e avendo messo un tempo sufficientemente lungo tra loro e il presente, mi sembra il momento adatto a qualche riflessione sparsa.

Per chi ancora si chiede a cosa servono le sfilate ci sarebbero un numero cospicuo di risposte e topos possibili, che sono poi le alternative proposte dai vari marchi o creativi.

C’è quello che usa il termine show in tutto e per tutto. e concepisce quei venti minuti scarsi come un exploit mediatico, capace di trainare, in mancanza o scarsità di altri argomenti.  C’è lo spettacolo che si avvale di mezzi più sostanziosi: arte in primis. Sotto sotto ambisce a diventare costume ed entrare a buon diritto nella storia dei cambiamenti. In realtà si serve dell’arte con fare da antico mecenate: io ti do, tu mi dai.

C’è poi chi intende la sfilata come un parto (doloroso appunto) e inscena travagli che dovrebbero essere pieni di pathos. Ma rimangono il più delle volte scatole vuote a testimonianza del ‘già visto’.  Ci sono i puristi del nudo e crudo: niente orpelli, siamo qui per vendere. Onesti certo, ma noiosi.

C’è la sfilata offerta come il fiore all’occhiello per schiere di fashionistas più concentrati sull’esibizione personale che su quanto avviene in passerella. La speranza, in questi casi, è quella di cavalcare un’onda corta, purchè sia.  Ci sono sfilate di rara bellezza compositiva, che comunque nulla aggiungono a un prodotto che parla da solo. In questo caso sembra che il defilè sia più o meno una prassi.  Ci sono sfilate fintamente divertenti, che strizzano l’occhio alla leggerezza, tirando in ballo la voglia di contrastare la crisi. Ma si intuisce che i primi a non divertirsi sono proprio gli ideatori.

Ci sono poi sfilate che tentano di rompere gli schemi. Difficile, se non impossibile. E’ probabile che sia proprio il mezzo che lo impedisce.  Attualmente c’è chi sta pensando a presentazioni per pochi intimi negli ateliers, come si faceva una volta. Trovo che sia ridicolo tornare indietro per andare avanti.

La questione è certamente anche economica: intorno alle sfilate girano un bel mucchio di soldi e l’indotto che collabora volentieri è notevole e variegato..  Io però resto ottimista, nutro speranze nelle proposte degli outsider, quelli che delle sfilate hanno già fatto bellamente a meno o quasi, trovando un loro modo originale.  Sperimentando magari un futuro ancora troppo lontano per tutti, non per loro.