Cucito sul corpo (la prima brezza di Settembre).

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Bello.

Può darsi che il fine di ogni moda sia quello di cucirsi addosso la sostanza del desiderio. Altrimenti che senso avrebbe questa mania del tatuaggio che contagia sempre più persone? 

E’ certo che dimostrare attraverso il corpo chi si è, rassicura, calma l’ansia di esistere per se stessi. Invece di porsi domande, si fornisce una risposta rapida.

E l’abito continua ad essere ciò che è sempre stato: non un riparo dal freddo, dagli sguardi, bensì la pelle che si desidera avere.

(Immagini: Ana Teresa Barboza).

No social by Pucci.

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Bello?

Massimo Giorgetti, già direttore di MSGM, e ora direttore creativo di Pucci, marchio storico del made in Italy, si riallaccia al tema del desiderio, che ho tentato di trattare nel post precedente.  Lui afferma: -..Io sono cresciuto quando il desiderio era anche attesa. Non voglio perdere quelle sensazioni..-.

Giorgetti ha deciso quindi di bandire i social dalla sua ultima sfilata per Pucci. Niente più foto o video su Instagram. Facebook, Twitter e via dicendo. Aspettate a vedere i vestiti quando saranno nei negozi, non prima.

Mossa contro-corrente la sua.  Sarà stato troppo coraggioso o magari più furbo di altri, arrivando per primo? Sarà, il suo, un reale desiderio di fermare, o almeno rallentare, la corsa all’ultimo scatto che ha annullato il divario tra sogno e realtà?  Avrà un seguito tra coloro che si dicono stufi di non avere nemmeno più il tempo, non solo di farle, ma persino  di pensarle, le collezioni? Oppure sarà smentito dai fatti, correndo il rischio di risultare assente per mancanza di visualizzazioni?

Un’altra domanda che mi sono posta è: come farà a vietare agli invitati alla sua sfilata di scattare e postare? Si farà consegnare i telefonini all’ingresso come durante i compiti in classe a scuola? E se qualcuno fa il furbo e si tiene il telefonino di riserva ben nascosto? Perquisizione ad personam? Vi immaginate la Wintour ..? (E se gira i tacchi e se ne va?).

Tutte domande a cui io non so rispondere. Registro solo il fatto che qualcosa si muove in questa direzione.

La fretta (2).

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Brutto.

Sono convinta che la moda sia rimasta legata a una visione settecentesca in fatto di qualità e valore. Non dico che non ci siano state esperienze veramente innovative, ma ciononostante l’intero comparto vive e si muove ancora con quel concetto che recita più o meno così: il lusso è abbondanza.

Ne ho la conferma ogni volta che osservo le spinte centrifughe che orientano i grossi gruppi; la velocità che ormai è l’unico mantra: velocità = novità.  L’affanno generale è sempre quello di sfornare più pezzi, per soddisfare desideri che nessuno più sa nemmeno di avere. D’altra parte il desiderio ha soppiantato il bisogno, non è vero? Allo stesso tempo però quel desiderio dura solo un attimo, perché il mercato si affretta a soddisfarlo ancora più velocemente.

La quantità di vestiti e accessori prodotti in tempi sempre più corti provoca qualche conseguenza, che generalmente non sembra preoccupare molto, ma invece credo che dovrebbe farci riflettere.  Ritorniamo al tema del desiderio: smettere di desiderare significa anche smettere di immaginare, svuotare di significati allegorici e personali gli oggetti o le azioni. Ogni desiderio è in fondo uno stimolo per la creatività e la spinta verso il futuro, l’opportunità di creare delle occasioni. Insomma potremmo paragonare il desiderio alla miccia che innesca l’incendio.

Non possiamo stupirci allora se una massa di bulimici ha smesso di immaginare e viaggia con la testa immersa in una realtà virtuale sempre più invasiva.

In tema di abbigliamento, cosa fanno i grandi marchi? Rilanciano la posta creando l’ennesima collezione quasi in tempo reale o trasformano il mondo in una passerella globale, che sia Cuba o Rio fa lo stesso, purchè desti l’attenzione mediatica di qualche giorno.

L’abbondanza prima di tutto. Nel settecento o giù di lì riguardava i metri di tessuto, i ricchi ricami e le forme via via più ingombranti; oggi riguarda la velocità e la smania di essere presenti, pervasivi, convincenti.

Abbondare in follower, in passaggi sui social, in scatti condivisi, notizie, pubblicità, eventi.

In tutto questo delirio di onnipresenza che fine hanno fatto gli abiti, da cui tutto è scaturito?  Molti, anzi moltissimi sono finiti negli outlet, nei mercati o nelle discariche, qualcuno in armadi che non ne avvertivano la mancanza.

Che fine hanno fatto gli stilisti lo sappiamo bene.

 

Investire in un abito.

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Bello.

Bisognerà ripensare al concetto di slow fashion, visto non più dalla parte di ideatori e produttori, quanto piuttosto da quella dei consumatori. Che poi è molto più rilevante dato che ne facciamo parte tutti.

Un consumo avveduto è quello che a parole vanno auspicando in molti, in realtà molti di più preferirebbero tutt’altro. Ciechi anche davanti all’evidenza che dimostra che c’è un punto oltre il quale non è possibile andare.  In questi casi la storia dimostra che è necessario fare un passo indietro per non andare a sbattere il naso.

Chi considera ancora un capo di abbigliamento come un investimento?

Basta entrare in uno dei punti vendita di una qualsiasi catena low cost, in un outlet, o anche in un supermercato o mercato rionale, per rendersi conto di quanto poco si investa in un abito o accessorio. Poco tempo, poco denaro, poca cura nei materiali e nella confezione, poco desiderio (da soddisfare al più presto, magari con un solo clic) e quindi anche poca gratificazione.

Poco anche il tempo di utilizzo, per ragioni di usura sia fisica ( vista la scarsa qualità) che mentale (il tempo di avvistare un nuovo oggetto del desiderio) . Siamo diventati consumatori perennemente intenti a masticare e poi sputare, senza nemmeno darci il tempo di digerire. E quindi perennemente insoddisfatti.

Ci sono state generazioni precedenti di consumatori per cui la scelta dei capi da acquistare o da far confezionare era motivo di accurata riflessione e non solo per questioni economiche. Un abito doveva soddisfare esigenze diverse, tutte importanti: andava a sostituire ciò che non era più adeguato o mettibile, appagava un sentimento di vanità, corrispondeva ad uno status sociale.

Oggi chi mai può essere sicuro di identificare una persona attraverso i suoi abiti? Certo gli abiti potranno parlarci di gusti personali, ma probabilmente non ci racconteranno nulla o quasi degli ambienti che frequenta, del suo ruolo sociale. A teatro troveremo persone vestite in jeans e al supermercato signore in tacchi a spillo.

Non sono contraria a questo tipo di trasversalità, che ci ha permesso una fantastica libertà di sperimentazione, ma certo non posso negare che in tutto questo si sia perso di vista il ruolo che ogni singolo capo rivestiva all’interno di un vero e proprio vocabolario stilistico. Da qui alla svalutazione dell’idea di investire tempo e risorse nella scelta degli abiti il passo è breve. In fondo un abito vale l’altro, ma anziché rendere così il guardaroba più snello, il risultato è stato confusionale. Nel dubbio la maggior parte dei consumatori ha preferito abbondare.

Personalmente trovo che ripensare alla questione sia utile e anche salutare. Vi rimando ad un articolo che avevo scritto tempo fa, relativo ad una pratica che a me è servita e che forse rende la questione della scelta più semplice.

Oggi, davanti ad ogni acquisto mi faccio le fatidiche tre domande:

  1. Mi serve davvero?
  2. Lo metterò tra (minimo) 3 anni?
  3. Sono disposta a sacrificare qualcosa che ho già per fargli posto?

Se anche solo una delle risposte è -no- allora non vale la pena.