Se anche il brutto viene a noia.

saint-lorent

Brutto.

Eccolo qui il brutto che incombe.  E’ bastata una comparsata di due aspiranti e smutandate starlette all’ultimo festival del cinema di Roma, che subito l’idea è stata raccolta e immediatamente rivestita di alternative glamour.

Da chi?  Da Saint Laurent, che ormai da più collezioni porta avanti il vessillo di quello che nell’ultima stagione è stato definito “ugly chic”.

La volgarità definita e apprezzata da Diana Vreeland era ben altra cosa, ammettiamolo.   Era il frutto di uno spirito giocoso oltre che contro-corrente. Qui lo sguardo è blandamente perverso, ammicca e sfotte.  Ma soprattutto annoia.

Eccola la chiave di tanta cerebrale ricerca del brutto a tutti i costi: la noia.

 

 

Il “buon gusto” secondo Diana.

diana 1

diana 2

diana 4

diana 5

diana 6

 

Bello?

“Elsie, naturalmente, aveva un gusto meraviglioso, come tutti quelli che ho conosciuto in Europa. Di certo si nasce con il buon gusto perché è davvero difficile acquisirlo. Si può acquisire la patina del gusto. Ma ciò che Elsie Mendl possedeva era qualcos’altro, che è tipicamente americano: apprezzava la volgarità.  La volgarità è un ingrediente importantissimo nella vita. Credo molto nella volgarità…se esprime vitalità.  Un pizzico di cattivo gusto è come una bella spruzzata di paprika. Abbiamo tutti bisogno di una spruzzata di cattivo gusto; rinvigorisce anima e corpo. Credo che dovremmo usarne di più. E’ alla mancanza assoluta di gusto che sono contraria.

Ciò che attira la mia attenzione in una finestra sono le cose orribili… la robaccia. Anatre di plastica!”

(cit. Diana Vreeland, da D.V.)

 

L’accostamento che fa la Vreeland tra cattivo gusto e volgarità mi sembra interessante. Trovo in lei quel coraggio di osare, anche a costo di sbandare, che manca alla maggior parte dei costruttori o divulgatori di moda odierni.  Tutti presi a rimanere in bilico tra manierismo e audacia (ma controllata).

La volgarità di cui parla Vreeland è vivace, ossia qualcosa di vivo, che trasmette una emozione, un movimento.  Può anche non piacere, ma desta comunque interesse. Si prende il rischio di non piacere, e in effetti a molti non piaceva.

Mi salta subito all’occhio una somiglianza: il termine volgare deriva dal latino vulgaris, derivato di vulgus: volgo, popolo. Ossia popolare. Stessa etimologia di pop (popular).

Vreeland capiva benissimo che quel pizzico di paprika di cui parlava era indispensabile non solo per attrarre l’occhio, ma anche per arrivare dovunque e a chiunque. Non era un discorso elitario il suo.

Provate oggi a dire a qualcuno che i suoi abiti, le sue idee, la sua persona sono volgari..

 

La migliore sarta del mondo e il viaggiatore.

0065

Madeleine Vionnet

chatwin

Bruce Chatwin

Bello.

Molti si chiederanno cosa abbia a che fare Vionnet con Chatwin, considerando la distanza dei rispettivi interessi, eppure un legame c’è. Bruce Chatwin realizzò una delle rare e più belle interviste alla grande couturier e si può dire che per entrambi stranamente quell’esperienza è legata ad  un definitivo commiato. Chatwin sarebbe morto dopo pochi mesi dalla pubblicazione del libro che la conteneva (Che ci faccio qui?), mentre per  Vionnet si trattò probabilmente della sua ultima intervista. Lei sarebbe morta meno di tre anni dopo averla rilasciata.

Era il 1973, Madeleine Vionnet all’epoca aveva 96 anni, Chatwin stava lavorando per Vogue America come inviato, possiamo dedurre che l’imput gli fu fornito direttamente da Diana Vreeland.

Vionnet aveva abbandonate le scena della haute couture nel 1939, esattamente allo scoppio del secondo conflitto mondiale. Non aveva più realizzato vestiti da allora, questo non le aveva però impedito di occuparsi ancora di moda, a modo suo, come sempre aveva fatto nella sua carriera.

La migliore sarta del mondo, come lei stessa, giustamente, si definiva, riuscì ad affascinare un viaggiatore incallito come Chatwin. Lei, testimone sopravvissuta di un tempo che non c’era più, attraverso ricordi lucidi e sintetici rivelò all’attento osservatore una personalità totalmente fuori dal comune.

Abbaglianti le ultime battute dell’intervista:

Al momento di lasciarla mi  inquietava il pensiero che il nostro fotografo potesse disturbare la sua tranquillità.  “No, non mi disturberà. Sarò molto contenta di vederlo. Ma non può fotografarmi il cervello…!”.