Nostàlgia.

veletta 1

veletta 2

Myrna Loy, 1932

veletta 3

Agnes Ayres, anni ’20

veletta 4

Bello.

Lo so, farò la solita figura di quella un po’ retrò, anzi proprio vecchia (come dice spesso mio figlio!), ma io adoro le velette. Confesso di averne anche una piccola collezione, che raramente sfoggio: mi sentirei troppo osservata.

Però amerei possedere un pizzico di esibizionismo in più per potermene fregare degli sguardi della gente e con nonchalance andarmene in giro con il volto velato. Cosa che tra l’altro funziona meglio di Photoshop!

Le ultime sfilate hanno riproposto questo accessorio, appoggiandolo persino su berretti di lana. Io però continuo a preferirlo nel modo più classico: con piccoli cappelli o semplici acconciature.

Non si può, né si deve, secondo me, snaturare un concetto così affascinante come quello del mistero. La veletta, che mette una distanza effimera eppure efficace tra sé e il mondo, rimane per me l’oggetto del sogno. La rappresentazione bellissima di una moda che se ne infischia di necessità e velocità.  Lontana anni luce da questo tempo, vicinissima però al concetto più puro di moda.

Se la moda è nuda.

ysl nudo

marc-jacobs-naked-stephen-sprouse-bag-harpers-bazaar-1-de-53847929

vivienne westwood

john galliano

Bello?

Basterebbe questa carrellata di immagini per comprendere come alcuni stilisti vedono (o vedevano) l’abito per eccellenza: la pelle.  L’abito che non si sceglie, ma ci identifica per sempre.

In fondo cosa rimane ad uno stilista se gli si tolgono gli abiti? Rimane l’essenza, la sua visione del mondo, tutto in un atteggiamento, una posa, uno sguardo.  Rimane moltissimo quindi.  Tanto da lasciar trapelare ancora più nettamente la sua idea di stile.

Per alcuni è un manifesto alla fragilità, una provocazione sussurrata, per altri è esibizione, o esibizionismo, altri ancora lo interpretano come un coup de théatre, oppure un inno alla plasticità. Per tutti c’è un po’ l’idea che attraverso il proprio corpo sia possibile veicolare un concetto nudo e crudo (appunto): quello che la moda è immaginario, prima ancora che immagine.

La fiera delle vanità.

cyprien

Brutto.

Grazie a (o forse a causa di..!) Paolo Ferrarini sono venuta a conoscenza di questo fenomeno. E non aggiungo da baraccone perché non è assolutamente fashion.  Però, a pensarci bene qualche attinenza c’è pure: non è forse vero che il circo è attorniato da baracconi di solito? E se la moda è spesso paragonata a un circo, in questo caso lo spettacolo è molto vicino alla clownerie.   Già guardare il video su uno dei protagonisti è  istruttivo e anzi, credo proprio che lo porterò in classe per i miei studenti..

Cyprien Richiardi e Gian Maria Sainato, così si chiamano i due ragazzi.  Il primo si autodefinisce party boy, mentre il secondo in un impeto di sincerità dice di essere appassionato per la moda e l’arte.  Bene, le premesse ci sono tutte.

Il sito che i due aggiornano costantemente con le loro comparsate e gli outfit più ruggenti si chiama PROJECT REVOLUTION.  Di quale rivoluzione si parla? Io non l’ho capito.

Guardare le immagini e ascoltare i discorsi di queste fashion victim mi mette addosso una grande tristezza; sento, dietro a quella smania di visibilità, un grande vuoto, quasi a dire: guardatemi, io esisto. La moda in fondo soddisfa proprio in pieno l’esigenza di attenzione, con i colori più sgargianti, l’aggressività di simboli, il patchwork di rimandi, storici e non.  Ma è un gioco al massacro, in un crescendo di eccentricità, fino al risultato di azzerare tutto. Perché è indubbio che a un certo punto, in mezzo a tanti personaggi, si noterà soltanto chi è riuscito a restare ancora persona.

Non me la sento di infierire, sarebbe troppo facile. Naturalmente non è questo il senso del discorso. La moda si porta dietro da sempre questa zavorra di non-sense. Persino agli albori, se lo stesso Charles Frederick Worth (definito il creatore dell’haute couture) si permetteva di declamare: Madame, chi mi ha raccomandato a voi? Per essere vestita da me dovete avere una presentazione. Io sono un artista del livello di Delacroix. Io compongo e una ‘toilette’ è come un’opera d’arte, come un quadro…

Stiamo parlando della seconda metà del 1800, da lì in poi è tutto un susseguirsi di narcisistiche rappresentazioni in ossequio al genio&sregolatezza di stampo artistico.

Oggi, in realtà, la figura del creatore di moda tutto preso dal proprio ego tanto da sfilare lui pure in passerella con una certa enfasi, rappresenta una sparuta minoranza. E’ molto più comune imbattersi nello stilista o direttore creativo totalmente defilato che compare appena alla fine dello show, se compare.  Per la legge del contrappasso però sono apparse queste figure di fenomeni, che si prendono addosso volentieri tutto il carico di esibizionismo di cui il sistema moda sembra non avere più bisogno.

Ma davvero può farne a meno? O non è forse lecito pensare che sia solo un depistaggio, un lasciar fare ad altri il lavoro sporco?