Iniezioni di stile.

Ann Demeulemeester autunno inverno 2017-18.

Guardare le sfilate di questo marchio mi dà sempre l’impressione (e la speranza) che esistano ancora gli stilisti. Quelli capaci di creare abiti che se li vedessi per strada, indossati da chiunque, potresti senz’altro dire chi li ha disegnati.

Tutto il brutto che c’è. (1).

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Fausto Puglisi

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Gucci.

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Philipp Plein.

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N° 21.

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Roberto Cavalli.

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Alberta Ferretti.

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Wunderkind.

Brutto.

Nel 1961 Piero Manzoni mise in vendita 90 scatolette numerate e da lui firmate che valevano quanto l’oro (in base alla quotazione del momento). L’opera d’arte si chiamava Merda d’artista e ogni scatoletta conteneva, per l’appunto, merda.

“Operazione concettuale, autentica bomba a mano di natura post-dadaista. Oggetto duchampiano che crea un cortocircuito doppio, provocando sconcerto attraverso il ribaltamento della natura del contenuto, che viene poi lanciato nelle gallerie come opera d’arte..”.

Queste sono solo alcune delle definizioni che i critici si ingegnarono di trovare. Il gesto era quanto mai interessante e in fin dei conti dimostrava che anche la merda può essere venduta a peso d’oro.

La corazzata Potemkin.

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Brutto.

Ci sono gruppetti di persone o anche singoli individui  -che bazzicano sovente gli ambienti del fashion system-  da evitare accuratamente.  Sono quelli che io chiamo spacciatori di progetti.  Basterebbe guardarli in faccia per capire che sono un bluff: si presentano con modi spavaldi, spendono e spandono in quanto a presunzione menzionando i cognomi che contano, le scorciatoie giuste.  Sono sicuri di aver capito tutto e che ogni cosa abbia un prezzo: il loro.

In realtà sanno fare ben poco, a parte i fuochi d’artificio preliminari.  A lasciarli fare si va incontro a brutte figure memorabili.

Sono capaci di trasformare qualsiasi evento in una cosa che somiglia tanto alla corazzata Potemkin: una cagata pazzesca.

Per fortuna, a volte, arrivano in soccorso altre persone, ben più credibili, che nonostante le scorciatoie (che si rivelano strade senza uscita), le pseudo-idee (un condensato di pessimo gusto) e la costante improvvisazione, nonostante tutto questo, sono capaci di salvare persino una fashion week che altrimenti non avrebbe chances.

Vi auguro di saper distinguere tra gli spacciatori di progetti e gli altri e di non essere di quelli che pur di esserci sono disposti a dar credito all’incredibile.

Quando poi arriva il momento degli applausi finali, non siate inutilmente generosi e scegliete con cura a chi destinarli. E’ anche così che si esercita un sano spirito critico, che è poi la base di ogni pensiero intelligente.

P.s. La reputazione è come la dignità, se la perdi l’hai persa per sempre.

Nomi nuovi . Aria nuova

MFW Invuerno 2015

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Bello.

C’è ancora qualcuno che si rammarica del fatto che la moda non sia capace di produrre più alcuna novità, ma solo reinventare il passato, se non addirittura copiarlo (con giusto qualche minima aggiunta, per poterci far credere di interpretare). Ci sono poi quelli che imperterriti si giustificano dicendo che ormai è stato inventato tutto, quindi evviva il revival!

Eppure basterebbe guardare là dove i più non guardano, perché non esistono mica solo le fashion week di New York, Parigi e Milano..

Si chiama Antonio Sicilia questo giovane stilista spagnolo alla sua prima collezione, presentata durante la Mercedes-Benz Fashion Week di Madrid. La collezione si chiama Duelo (lutto) ed è dedicata alla madre. Come si può immaginare dal titolo e da questi abiti, non deve essere una storia allegra, eppure c’è in tutta la collezione una luminosità che non deriva solo dall’abbondante uso del bianco.

Certo le idee non sono ancora chiarissime (però ci sono) e si intuisce una certa smania di stra-fare, ma ben vengano anche queste giovanili imperfezioni.  Io mi chiedo, esistono ancora i talent scout?

Moda in 3D.

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Bello.

Ho già scritto in termini positivi di Iris van Herpen, perché penso che sia un esempio di quanto sia possibile ancora rinnovare nella moda, nonostante molti dicano che tutto sia già stato inventato.

Questa sua ultima collezione, a mio avviso, non è delle sue migliori, a parte alcuni outfit, come quelli che ho postato. Peccato, perché il tema di quella nuvola fittamente plissettata poteva essere sviluppato ampiamente, così come l’utilizzo dei materiali realizzati con stampanti 3D.  Intuisco una certa carenza dal punto di vista sartoriale.

In ogni caso è una collezione abbastanza coraggiosa in un panorama statico o perlopiù rivolto al passato.

Se un cappotto è un cappotto.

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Bello.

Max Mara, collezione autunno inverno 2015-16, ovvero la filosofia del realismo coerente.

Senza andare tanto a girarci intorno, vi dico che io di questa collezione indosserei ogni singolo capo. Non tanto, credo, perché io rappresenti il prototipo del cliente-tipo, quanto piuttosto perché è evidente che quando si parla di design applicato alla moda, questo marchio sa bene di cosa si tratta.

Non pensate che sia qualcosa di scontato, visto che ormai tutti si definiscono fashion designer. Non pensate nemmeno che sia compito facile: lo sanno bene tutti quei pseudo-designer che negli anni hanno prodotto semplice merde (parola di Starck).

Non è un caso se nonostante l’avanzata dei piumini, da Max Mara continuano imperterriti a fare cappotti. E a venderli a quanto pare.

 

Gucci e quel ‘fattore Prada’.

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Brutto?

La collezione donna autunno inverno 2015-16 di Gucci disegnata da Alessandro Michele è il proseguimento ideale di quella maschile presentata a gennaio, e di cui ho già scritto.

Evidentemente il successo della linea maschile deve essere stato talmente eclatante da convincere lo stilista (e la proprietà del marchio soprattutto) a ripetere l’esperimento. Oppure dietro a tutto questo c’è una strategia che io chiamo fattore Prada.

Guardando la sfilata, non è difficile intuire a cosa mi riferisco: si tratta di quel tanto di spiazzante, disarmonico, disturbante che a conti fatti cattura l’attenzione e lascia immaginare una insostenibile profondità di intenti. E aggiungo che non mi scomoderei a citare fantomatiche terre di mezzo, piuttosto che le visioni contemporanee che più contemporanee non si può. E nemmeno quel gran precursore di Roland Barthes. Basterebbe, senza andare troppo lontano, ricordare passate collezioni di Kristina Ti..

Se poi tutto ciò si tramuti in vendite, non saprei dirlo. Provo ad immaginare la cliente-tipo di Gucci vecchia maniera di fronte a quegli outfit, che un po’ rimandano ai mercatini delle pulci, un po’ alle accozzaglie di certe adolescenti post-radical.

Se addosso alle ragazzine che sfilano in passerella l’effetto è giustamente credibile, non giurerei altrettanto per la cliente-tipo di cui sopra.

Ma confesso che le strategie di mercato di un grande marchio sfruttano logiche per me ostiche e quindi ignote. E perciò sospendo cautamente il giudizio e mi fermo ad osservare.