Il galateo e il fashion addict.

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Brutto.

Le settimane della moda settembrine sono ormai dietro l’angolo e già comincia a mancarmi l’aria immaginando le brutture che riempiranno il web e non solo. No, non parlo in modo specifico degli abiti e degli accessori o dei direttori creativi e del giornalismo di moda. Parlo degli appassionati di moda.

Quest’anno, per favore, evitate di fotografare tutti gli inviti alle sfilate che riceverete per poi condividere la cosa con il resto dei comuni mortali. Innanzitutto perché (anche se non ci crederete mai) al resto del pianeta poco ne cale, ma soprattutto perché la notizia potrà farvi brillare per qualche ora al massimo, poi cadrà nel dimenticatoio come la miriade di altre inutili notizie. Vale davvero la pena dimostrare una caduta di stile così evidente per una briciola di pseudo-notorietà?

Stessa cosa vale per quei filmati che durano appena qualche secondo (di solito la fine delle sfilate), che servono giusto a dimostrare: io c’ero e voi no!

Evitate anche di fotografare tutti gli aeroporti del mondo in cui vi capiterà di stazionare, dimostrando (wow!) che siete davvero parte del sistema, visto che vi tocca persino viaggiare per assistere a queste benedette sfilate.

Evitate di commentare la collezione della Miuccia con il solito trito e stantio frasario: A.M.O., adoro!. gorgeous! (ecc. ecc. ci siamo capiti). Per una volta cercate di mettere insieme un commento di almeno due parole. E magari cambiate anche argomento.

Evitate anche di fotografare l’ultimissima, sconosciuta it-girl appena uscita dalla sfilata (lei si che ha capito come ci si veste!). Tanto lo sappiamo tutti che nessuno di voi si vestirebbe mai così, perché sinceramente fa discretamente cagare.

Ai giornalisti. So che fa parte della prassi consolidata, ma potreste evitare di condividere quei pic (a quanto pare molto ambiti) in cui, all’uscita dell’ennesima sfilata, apparite al massimo della vostra forma e con l’ennesima mise da sfoggiare? Se davvero vi piace il genere, perché non vi proponete come indossatori? O fa troppo cafone?

Ma soprattutto chiederei ai direttori creativi di qualsivoglia marchio o marchietto di evitare proclami di ogni genere. Siamo stufi di sentirli descrivere la loro ultima fatica con spiegazioni altisonanti e sempre uguali. Siamo stufi di sentirli parlare di etica e democrazia e poi di sociologia e arte e chissà di cos’altro.. Si mettano bene in testa una volta per tutte che non salveranno il mondo. Perché quello che fanno (che facciamo), in definitiva, è un mucchio di vestiti inutili. A chi serve l’ennesimo vestito?

L’ombelico del giornalista.

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Brutto.

C’è uno scivolone classico per il giornalista che si occupi di moda: la saccenza.  Quel parlarsi addosso, consci di aver frequentato tante sfilate, aver visto quintali di vestiti e aver ascoltato innumerevoli descrizioni di stili, ispirazioni, visioni, modelli, muse, donne e uomini ideali.

Tutto questo è esperienza, innegabilmente. Però io credo che l’esperienza sia un filtro, capace di sottrarre il superfluo.  Invece mi accorgo che troppo spesso dalle riviste di moda o dai quotidiani arrivano scritti ingombranti, almeno tanto quanto lo diventano sempre più le riviste stesse.

Stessa aria si respira sui social network, dove capita di leggere dialoghi tanto autoreferenziali da sfiorare il ridicolo. Perlopiù incomprensibili per i non addetti ai lavori.  Che cosa è questo se non l’affermazione di uno status? Come quel postare i video in anteprima dell’ultima sfilata, che in parole poverissime significa: io c’ero. E quindi io valgo.

Fintanto che la moda sarà intesa come una lobby di super-selezionati adepti non ci sarà spazio per i tentativi di farla percepire come veicolo anche di cultura.

The Highlanders.

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Brutto?

Coco Chanel con il suo immancabile caschetto nero, che somigliava ormai più a una parrucca -e forse lo era davvero- che a una chioma naturale. Vestita da eterna ragazzina, con la paglietta, il tailleur smilzo e le labbra imbellettate.  Immutabile e definitiva.

Diane Pernet con il suo total black, l’altissima cofana, occhiali a farfalla, labbra rosse e pelle diafana.

Anna Wintour, Franca Sozzani, Karl Lagherfeld..  Tutti riconoscibili alla prima occhiata, tutti come fermi nel tempo. Apparentemente.  A volte mi torna in mente il personaggio principale di morte a Venezia.

Sembra paradossale se si pensa che sono tutte persone che si occupano di uno dei fenomeni più mutevoli che esistano,  ma forse è proprio in contrapposizione a questo velocissimo e straniante cambiamento che si pongono con la loro fissità: tutto cambia, ma io resto.

Immagino che ci siano, come sempre, più punti di vista e penso ad Anna Piaggi, che riusciva ad essere al contempo sempre diversa e sempre uguale a se stessa.  Iconica nel vero senso del termine al punto da impregnare di sè ogni pezzo che indossava.

A volte in questo esercizio si avverte una rinfrancante autoironia, altre volte, piuttosto, un fastidioso autoreferenzialismo.  Mi sembra di scorgere il tentativo di andare al di là della moda -o al di sopra?-.

Ma forse potrebbe trattarsi di una semplice scelta di marketing: perchè cambiare un prodotto che funziona?