Chi cura l’influencer?

influence

Brutto.

Ha fatto il giro del web (una volta si diceva del mondo) la storia di quella influencer che ha scritto all’albergatore di Dublino chiedendo un soggiorno gratis per lei e il fidanzato in cambio di visibilità sui social. L’albergatore dopo averle risposto picche ha pensato bene di pubblicare botta e risposta sulla sua pagina social, rimandando così al mittente lo stesso furbo stratagemma.

Già, perchè nonostante la marea di commentatori si sia automaticamente schierata con l’albergatore, in questa storia non si salva proprio nessuno. Non la ragazza che, tronfia del suo gruzzoletto di follower, era quasi certa di farli valere come moneta sonante cavalcando un malcostume generale. Non si salva nemmeno il proprietario dell’albergo che ha colto la palla al balzo per farsi una immeritata pubblicità.

Si, perchè quale merito c’è nell’aver risposto semplicemente -No, grazie- a una richiesta ridicola?

Diciamo che la ragazza in questione non brilla certo per arguzia e che l’albergatore invece deve essere un gran volpone e diciamo pure che sarebbe ora di dire basta a questo tipo di condivisioni, dove diventa virale solo ciò che è inutile.

La sete di visibilità ci ha offuscato il cervello, per non parlare del senso critico e ci prestiamo così facilmente a questo gioco di rimbalzo, senza nemmeno accorgerci di quanto a guidarci sia l’interesse di qualcuno che nemmeno conosciamo.

 

Il successo dell’incoscienza.

 

02Bello??

Ci sono stagioni diverse nella vita di ognuno e persino un designer, pur non volendo affatto paragonarsi ad un artista, hai i suoi vari periodi.

Diciamo che normalmente nei suoi anni giovanili egli si muove e produce con una certa spensieratezza: quella necessaria incoscienza che gli deriva in parte dall’ingenuità e in parte dalla sensazione che il mondo sia in attesa di un segno. E quel segno potrebbe essere il suo.

Riguardando i miei vecchi lavori, in un luminoso giorno di gennaio, mi sono ricordata di quella sensazione felice. C’è in quegli oggetti una magnifica impressione di tempo inesauribile e la possibilità che tutto si potesse fare e disfare. Ma per natura non sono una che si dilunga in rimpianti e nostalgie, e allora, cosa ne facciamo di questo viaggio nel tempo?

Forse ogni tanto ci serve recuperare qualche pezzo che si è perso per strada, metterlo insieme agli altri per dare più senso al puzzle.  Vedo intorno a me molto affanno per numeri e risultati concreti, gente che si svende volentieri per una briciola di notorietà, come se l’unico obiettivo sia davvero quello di essere in prima fila ogni volta. Eppure conosco persone cariche di denaro e possibilità, che vivono in case enormi ma deserte.

Allora ripenso a quel guizzo iniziale. Può darsi che l’intero sistema moda abbia bisogno di ripensarlo, di ritrovare una dose di sana e liberatoria incoscienza. Quella che permette di compiere anche qualche scivolone, ma con allegria. Quella che tolga dalla faccia di finanziatori, redattori, buyer, blogger, influencer e compagnia bella, quell’espressione di tronfio auto-compiacimento e che regali alla faccia di designer una reale leggerezza.

Per quanto mi riguarda la direzione è già quella, altrimenti a cosa servono gli scivoloni e l’esperienza? Se la parola successo ha un reale collegamento con ciò che è già successo, allora questo potrebbe essere il senso.