Lo zen e la cruna dell’ago. (Part III).

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17 air 2002(ph. Maren Ollmann).  Coll. Air, Adriana Delfino

Bello?

Parlando di sartoria ho menzionato quasi tutti i sensi, tranne uno: il gusto.  Per quanto possa sembrare strano, anche lui è coinvolto. Le vecchie sarte usavano tirare i punti di imbastito con i denti, per poi sputarli in terra. Qualcuna li teneva in bocca e li masticava come fossero chewing gum.  Che dire poi della deplorevole abitudine di tenere gli spilli tra le labbra?  Quel sapore di ferro doveva essere vagamente eccitante, anche per la sensazione di pericolo che trasmetteva.  Circolano parecchie storie (o leggende) raccapriccianti di sarte che in un momento di distrazione avrebbero ingoiato spilli..

Ma tra tutte le abitudini che riguardano il gusto e la sartoria, quella che preferisco è il gesto di bagnare il filo con la saliva prima di infilarlo nella cruna.  Se si fa attenzione, si possono scoprire sapori diversi da filo a filo. Ma ammetto che la parte più bella non è tanto il sapore, quanto piuttosto quell’attimo di sospensione, di concentrazione che precede il risultato. C’è chi lo affronta con impazienza, chi con rassegnazione, chi invece, come me, come una pausa necessaria: come il punto che divide una frase dall’altra.

Ma mi accorgo di non aver menzionato abbastanza il senso dell’udito. Non è solo il suono delle forbici o della macchina da cucire che fanno da colonna sonora in sartoria. Una musica ben più intensa è quella che produce il movimento di ogni tessuto; a ognuno la sua.  Si è parlato spesso del suono cartaceo del taffetà, io però mi incanto al suono del voile quando lo si getta sul tavolo per stenderlo; è un suono lieve come un sussurro e mi fa pensare immediatamente a tutte quelle minuscole ali contratte nei bozzoli dei bachi da seta.

Mi capita di sentirmi fuori luogo e fuori tempo a fare il mestiere che faccio e a ragionarci sopra. Qualcuno la chiama già archeologia della moda!  E’ possibile che concentrati sul cucito nei nostri laboratori ci siamo persi l’attualità e siamo diventati, senza saperlo, dei pezzi da museo.

Sarà per questo che, come estremo atto di resilienza, a dispetto di quando si diceva che in sartoria il mestiere bisognava rubarlo, io insegno.

Mi capitano allievi di ogni età e provo a trasmettergli quel poco che ho imparato rubando o arrivandoci da sola dopo tentativi fallimentari. Poiché io non ne ho avuti, spero di essere un maestro almeno decente per qualcuno.  E spero, soprattutto, che altri (magari più bravi di me) facciano altrettanto.

Niente ha senso se non si trasmette ad altri. I successi più grandi che ho avuto finora, sono negli occhi dei miei allievi.

(Fine).

Il cinismo è la nostra malattia.

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Brutto.

Quello di giornalisti e commentatori che si permettono di criticare il sistema solo quando il vaso di Pandora è stato oramai scoperchiato. Quello degli ex-qualcosa-nella-moda che sparano a zero con quella punta di stizza (e perfidia) tipica di chi si è sentito espulso.

Il cinismo di esperti di tendenze e gossip, che usano come metro di giudizio i fatturati di questo o quell’altro marchio, come se la bellezza si potesse misurare in soldoni.

E poi il nostro cinismo, noi che non ci stupiamo affatto: è il business baby, e il business, si sa, non deve chiedere permesso.

Ma gli effetti collaterali? Eccoli lì, quelli considerati inevitabili cambiamenti, evoluzioni del sistema, piccole rivoluzioni(?)

Io dico che finalmente c’è qualcuno che dice di NO: Frida Giannini da Gucci (resto convinta che sia lei ad aver lasciato), Raf Simons da Dior, Alber Elbaz da Lanvin.  Lasciare può essere la soluzione migliore.

Ciononostante ancora tutti a dire che è semplicemente il nuovo che avanza; qualcuno sembra addirittura divertirsi un mondo giocando al toto-designer. Poveracci.

Ma credo che il peggio non sia ancora arrivato. Perdiamo i maestri e persino i volenterosi e schivi allievi e guadagniamo gli aggiustatori di tessuti, i paladini del revival, le inossidabili facce da cool. Quelli convinti che stile e styling siano la stessa cosa.

Lo so, oggi vanno per la maggiore, osannati da stampa e social. sono i Grandi Cinici.

Il guaio è che forse hanno persino ragione loro, perché il cuore del sistema somiglia sempre più a un buco nero.

Against-vintage.

tao namura 1

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Bello.

E’ la passione per il vintage il vero nemico del design. E’ la nostalgia per le “cose belle di una volta”, unita alla convinzione che ormai tutto è già stato progettato dai grandi maestri del design del ‘900, che ci spinge a cercare sempre quello che conosciamo già e non a osare il nuovo” (cit.)

Per la designer giapponese Tao Namura questo non vale. E come si può vedere dai suoi progetti, la cosa non esclude una buona dose di poesia.