Inspiring Delpozo.

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(Vionnet?)

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(Dior?)

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(Capucci?)

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(Balenciaga?)

Bello?

Delpozo, pre-fall 2017.

Ispirazioni autorevoli; i fili della haute couture storica sono avvolgenti, confortevoli e talvolta necessari, direi naturali.

Se poi si considera che il corso delle tendenze considerate di avanguardia si rivolge verso la valorizzazione del brutto, allora possiamo ben dire che qui si fa addirittura una contro-contro-tendenza. O piuttosto si tratta di vincere facilmente?

Bel dilemma. La ragione ci suggerirebbe di non lasciarci incantare da tutta questa poesia fin troppo esplicita, mentre l’istinto andrebbe a braccetto immediatamente con questa estetica senza se e senza ma.

Il guaio è che non siamo mai contenti.

Le fatiche di Ercolino.

Brutto.

Siete stati al Pitti Uomo e ne avete tratto grande godimento: improvvisamente la visione dell’ultimissimo dandy si è palesata splendente davanti ai vostri occhi. Vi siete fatti in quattro per mostrare il meglio del vostro anticonformismo, mettendo insieme pezzi che mai avreste abbinato altrimenti. Avete sperato fino all’ultimo di entrare nel gotha dello stile grazie a uno scatto dell’immancabile Schuman.

Avete postato e scattato e poi ancora postato, fingendo di prendere un po’ in giro e ammiccando di quando in quando, dimostrando così che nulla vi sfugge e nulla vi stupisce più. Siete, insomma, stati leggeri e seri quanto basta. D’altra parte già il fatto di esserci era garanzia di quanto ci siete.

In realtà le immagini che avete condiviso, diciamolo pure, fanno un po’ cagare. Perchè non è poi che il presunto innato senso artistico vi esca da ogni poro. E di solito fotografate un po’ a casaccio, immaginando di aver colto l’attimo perfetto. Lo stesso che hanno colto anche tutti gli altri visitatori.

Si presume che le fiere e le varie settimane della moda siano il palcoscenico perfetto per chi, come voi, è alla ricerca di qualche innocente shock visivo, dimostrando tutto e il contrario di tutto. Vedi il calzino bianco con il sandalo foderato di pelliccia o il borsello trasformato in clutch o persino il mutandone di lana che diventa il pantalone da abbinare al frac.  In realtà ci sarebbe ben altro e non sarebbe necessario nemmeno muovere un passo fuori di casa. Prendi le immagini che ho trovato senza nemmeno un briciolo di fatica.

Io ve le regalo, chissà, potrebbero farvi comodo per la prossima mise, magari questa volta ci finite davvero su The Sartorialist.

The Heroine´s Journey of Adriana Delfino

Am I really an heroine?

The Heroine's Journey

What is the best thing that I love about my work? Amo I gesti , I suoni, gli odori e le parole che compongono il mio mestiere. Amo le infinite possibilità che posso mettere in atto. I love gestures, sounds, smells and words that make my profession. I love the infinite possibilities that I can put in place.

What is my idea of perfect happiness? Quell’attimo in cui non trovi alcun motive per essere felice, eppure senti di essere perfettamente allineato con il cosmo e la tua anima. La felicità è un non-senso. That moment when you do not see any motive to be happy, and yet you feel you are perfectly aligned with the universe and your soul. Happiness is a non-sense.

What is my greatest fear? La malattia. Illness.

What is the trait that I must deplore in myself? La pigrizia. Laziness.

Which living persons…

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Let’s dance!

againstfashion

Bello.

Oggi compio 112 anni e sto una meraviglia.

Tra qualche minuto indosserò una tuta da ginnastica e la giacca a vento verde smeraldo e andrò a fare una corsetta al parco.

Poi aprirò le ante del mio guardaroba e sceglierò un vestito che mi assomigli tanto da confondersi con il colore della mia pelle: un rosa antico appena appena scaldato da una punta di ambra.  Trovo assolutamente confortante la sensazione di diventare quasi trasparente e al tempo stesso un punto esclamativo di se stessi.

In tutti questi anni e compleanni ho riflettuto sul potere che hanno su di me i vestiti che metto e tolgo continuamente. A volte dimentico di averli addosso, mi seguono docili e servili. Diventano ininfluenti.  Non è il loro lato migliore.

Preferisco quando mi obbligano a una silenziosa battaglia: io che mi divincolo un po’ e loro che mantengono ferma la posizione di consistenza e volume.  Mi invitano ad assumere forme che non avevo preso in considerazione, smuovono la mia testardaggine.  In fondo a che servirebbe rimanere ancorati a una perenne sicurezza?

Immagino che debbano pensarla così le signore che amano esagerare con tutti quegli addobbi e colori sgargianti, aggiungendone ancora e ancora con il passare del tempo.  Per me però non funziona allo stesso modo.  Il tempo che stratifica in realtà mi ha un po’ stancato.  La tentazione di abbandonare tutto quell’accumulo è sempre più forte e caparbiamente vado alla ricerca di un miele che sia il più limpido e scivoli sulla lingua na-tu-ral-men-te.

Oggi gli abiti che mi assomigliano quasi non esistono. Credo che nemmeno io saprei pensarli e cucirli. Allo stesso modo il profumo: lo cerco da sempre, ma mi sono arresa. Semplicemente non esiste.

E se esistessero, allora sarebbe un peccato trovarli già ora, alla mia tenera età. E’ un piacere ancora cercare e sperimentare i colori e i tessuti e le infinite combinazioni di questa cosa che si chiama moda.

L’ultima neve dell’anno.

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Brutto?

Lascio questo vecchio anno bisestile con sollievo: si è rivelato fedele alla sua triste nomea.

Molte delusioni, inquietanti geografie di un mondo sempre più in lotta. Incontri fuggevoli, troppo. Qualche illusione in meno, il desiderio impellente di ritrarsi, diradare le comparsate.  Essere againstfashion, ma esserlo davvero, diventa sempre più un esercizio solitario -spargere al vento semi che con molta probabilità finiranno nel deserto-.

Diventa radicale e persino incomprensibile ai molti quello che in principio credevo fosse solo un gesto di disappunto. La moda, per come la immagino, dovrebbe dare allegria e consapevolezza. Oggi mi restituisce sempre più disagio: sembra andare dove io non voglio nè posso transitare. E’ un luogo popolato quasi solo di lupi che nascondono i denti, lanciati in una corsa verso il nulla.

Per questo inforco i miei occhiali da sole nuovi, in un giorno di prima neve; metto su il mio rossetto più rosso e l’unica faccia che possiedo e provo a fare un sorriso tirato.

Perchè restare si può. Nonostante le intemperie e i sassi nelle scarpe, nonostante gli incontri sbagliati e le scelte non azzeccate. Si può far tesoro della vita vissuta e augurarsi caparbiamente un anno migliore. Alla faccia del tempo e di tutto il ciarpame che ci ostacola il passo.

Buon nuovo anno a noi tutti.

Sometimes green is my happy color.

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Charles James, 1957.

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Behinda Dolic.

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Andrew Gn, 2014.

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Paris fashion week.

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Adriana Delfino, 2016.

Bello.

Amo il verde di un amore profondo e inossidabile. Non un colpo di fulmine, ma una predilezione che dura da sempre, segnata da brevi distacchi, mai significativi.

Lo considero un colore per sempre, non legato al cambio delle stagioni, indipendente dalle mode, più vicino al temperamento di tanti altri colori. Il mio, in effetti, è un temperamento verde. Nulla a che fare con il fattore ecologico, o forse anche quello, ma molto altro ancora.

Quando dico un temperamento verde, penso al colore degli smeraldi, a quella luce profonda e lussureggiante, niente di scontato: non la luce pura ma fredda del diamante, nemmeno quella troppo sanguigna del rubino.

Il verde è per me il colore delle passioni mediate dall’intelletto, un equilibrio strano e perfetto. Come quella linea, forse immaginata o forse davvero percepibile, che divide l’orizzonte all’alba e al tramonto, visibile per qualche istante soltanto, il raggio verde.

Imprevedibile, il verde, mistico e tangibile. Non per tutti.

A beautiful white shirt.

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1930

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1950

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1960

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1970

Bello.

Una camicia bianca: è tutto ciò di cui avete sempre bisogno.

Sarete eleganti, minimalisti, lussuosi, essenziali, infinitamente chic, femminili e maschili. Sarete semplici e ricercati, invisibili e unici allo stesso tempo.

Non vi servirà niente altro a parte la vostra faccia.