Il senso di Kei per la moda.

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Bello.

“Non è con il disegno che si crea un abito, ma con il tatto” (Kei Ninomiya)

Ma che ne sappiamo noi, abituati a osservare i mutamenti della moda attraverso display, carta stampata e schermi più o meno grandi? Immagini che ci raccontano una verità solo bidimensionale, monca di profondità, insieme all’unico punto di vista di chi le ha prodotte.

Che ne sappiamo di un vestito se non l’abbiamo toccato e rivoltato?

Dei cinque sensi il tatto è quello più trascurato, una vera incoerenza se ragioniamo sul fatto che nell’essere umano è al primo posto della conoscenza diretta del mondo e arriva prima della vista.

Non si capisce granchè di un vestito, neppure della forma, se non lo si tasta, seguendone con le dita le linee delle cuciture, la consistenza dei volumi e la sostanza dei materiali.

I veri analfabeti digitali oggi sono i nostri figli, abituati perlopiù a pigiare qualche tasto, senza nessuno che gli trasmetta la sapienza di quello che le mani possono fare e questa si che è un vera iattura, da cui difficilmente si torna indietro. Lo verifico spesso nei miei laboratori: giovani mani incapaci di ritagliare, che faticano a tenere in mano piccoli oggetti ed entrare nel dettaglio. Un vero disastro quella manualità fine…

Eppure è un pensiero antico e insieme ultra-moderno quello che rimette il tatto ai primi posti dell’esperienza e quindi della conoscenza e ce lo ricorda oggi un giapponese che fa una moda tutt’altro che semplice, tutt’altro che scontata.

Nei sogni delle donne.

 

 

Bello.

C’è chi ha storto il naso quando sulla passerella di Dior per la collezione AW 2017/18 sono comparse le modelle che indossavano quelle tute, che non erano la versione glamour dell’indumento iconico.  No, erano proprio le tute da lavoro che  l’artista futurista Thayaht* aveva inventato già nel 1920. Persino il colore era quello: un blu leggermente stinto, che ricordava i numerosi lavaggi e l’usura.

C’è chi ha immediatamente pensato: -Ma cosa c’entra Dior con quella storia?-  Proprio Dior che per Cocteau era acronimo di Dieu Or, uno dei marchi più lussuosi ed esclusivi, così lontano dal mondo della working class come la luna dal sole.

A ben pensarci c’è voluto un po’ di coraggio a proporre alle esigenti clienti del marchio un indumento che rimanda al lavoro come sussistenza e fatica più fisica che mentale. Certo non quel tipo di lavoro a cui le raffinate signore sono avezze.

Allora mi è venuta voglia di tornare un po’ all’origine di quell’invenzione, e mi sono ricordata che la TuTa non nacque affatto come indumento da lavoro. Thayaht (insieme al fratello RAM) la propose come alternativa al completo classico maschile, ritenuto ingessato e poco moderno. La TuTa rispondeva a criteri di velocità e sintesi: si poteva indossare rapidamente, non necessitava di complicati abbinamenti e permetteva movimenti più dinamici. Insomma era un indumento decisamente più moderno ed è proprio questa caratteristica che ne ha decretato l’enorme successo.

Thayaht aveva già realizzato il modello perfetto e infatti salta subito all’occhio come la versione di Dior sia praticamente la stessa di allora. Quindi cosa c’entra Dior con Thayaht? Io dico che c’entra quel termine citato poco fa: modernità. E’ indubbio che il marchio sotto la guida di Maria Grazia Chiuri (prima donna a rivestire questo ruolo) ha voltato decisamente pagina, e se è vero che solo una donna sa cosa voglia dire indossare indumenti femminili (e di conseguenza cosa vogliono davvero le donne), allora dobbiamo credere che quella tuta sia la cosa giusta al momento giusto.

L’ho già scritto altrove: i sogni delle donne sono cambiati, così come sono cambiate quelle donne che sognavano e ancora sognano. Christian Dior realizzava abiti per signore che facevano vite eccezionali, lontane da problemi contingenti. Quelle donne probabilmente non esistono più.

La tuta del nuovo corso di Dior a me sembra un capo desiderabile. Mi metto nei panni di ogni donna che lavora, si sposta, vive tra impegni vari e quei panni sono proprio perfetti se hanno la forma di una tuta. Tutto qui.

*(Thayaht era in realtà il nome d’arte di Ernesto Michahelles, fiorentino di nascita ed artista eclettico, tra l’altro unico esempio di artista futurista che collaborò attivamente con l’haute couture: indimenticabile il suo lungo sodalizio con Madeleine Vionnet).

P.S. Per la conaca: ho ricevuto i complimenti per l’articolo dal nipote di Thayaht, nonchè figlio di RAM. Complimenti graditissimi!

Working.Classic (1).

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Roy Halston. 1970

 

madame grès 1965

Madame Grès, 1965

 

balenciaga 1966

Cristobal Balenciaga, 1966

 

Bello.

Moderno è ciò che prescinde dal momento, elude il tempo, lo attraversa.

Non è una qualità comune, è un concetto significativo che trova difficoltà ad esprimersi attraverso il linguaggio. Più facile raccontarlo per immagini.

E’ moderno ciò che la cronologia consueta non osa classificare, perché non ne conosce la chiave. Siamo soliti definire così tutto ciò che ci appare contemporaneo, ma si tratta naturalmente di una grossolana semplificazione: le due cose non sono affatto consequenziali. Conosco casi in cui espressioni contemporanee risultano decisamente antiquate e tutt’altro che moderne, mentre esempi di molto precedenti continuano a emanare quella luce di assoluta modernità.

La modernità appartiene a chi si rifiuta di seguire i canoni del suo tempo e sceglie strade ben più astratte, fuori dall’ordinaria estetica dell’epoca che gli è toccata in sorte.

 

Margiela e la Couture ritrovata.

Margiela Artisanal 1

Margiela Artisanal 2

Margiela Artisanal 3

Margiela Artisanal 4

Bello?

L’ultima sfilata della collezione Margiela Artisanal mette chiaramente l’accento sul termine couture.  Che sia questo il senso di un nuovo concettualismo? Privo ormai quasi del tutto da trovate provocatorie (già sperimentate) e da quel minimalismo di ritorno che a furia di fare avanti e indietro si è del tutto scaricato, ecco che ciò che rimane è finalmente solo lo scheletro portante: la couture.

Non si può dire che non ce ne fossimo già accorti, eppure visto da Margiela il fenomeno non lascia indifferenti.

John Galliano mette in atto così la quadratura del cerchio, lui che di couture si è sempre nutrito; riesce in questo modo ad essere contemporaneamente antico e moderno, scavalcando in un attimo quel divario tra tradizione e sperimentazione.

Credo che sia proprio questo quello che ci si aspettava da lui quando, a sorpresa, gli è stata affidata la direzione di questo marchio: un lusso autentico, ma evoluto.