Il senso di Kei per la moda.

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Bello.

“Non è con il disegno che si crea un abito, ma con il tatto” (Kei Ninomiya)

Ma che ne sappiamo noi, abituati a osservare i mutamenti della moda attraverso display, carta stampata e schermi più o meno grandi? Immagini che ci raccontano una verità solo bidimensionale, monca di profondità, insieme all’unico punto di vista di chi le ha prodotte.

Che ne sappiamo di un vestito se non l’abbiamo toccato e rivoltato?

Dei cinque sensi il tatto è quello più trascurato, una vera incoerenza se ragioniamo sul fatto che nell’essere umano è al primo posto della conoscenza diretta del mondo e arriva prima della vista.

Non si capisce granchè di un vestito, neppure della forma, se non lo si tasta, seguendone con le dita le linee delle cuciture, la consistenza dei volumi e la sostanza dei materiali.

I veri analfabeti digitali oggi sono i nostri figli, abituati perlopiù a pigiare qualche tasto, senza nessuno che gli trasmetta la sapienza di quello che le mani possono fare e questa si che è un vera iattura, da cui difficilmente si torna indietro. Lo verifico spesso nei miei laboratori: giovani mani incapaci di ritagliare, che faticano a tenere in mano piccoli oggetti ed entrare nel dettaglio. Un vero disastro quella manualità fine…

Eppure è un pensiero antico e insieme ultra-moderno quello che rimette il tatto ai primi posti dell’esperienza e quindi della conoscenza e ce lo ricorda oggi un giapponese che fa una moda tutt’altro che semplice, tutt’altro che scontata.

Black monday.

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Brutto.

Se c’è un colore che può sommergere tutto senza lasciare traccia, quello è il nero. Ho vissuto un altro 5 Dicembre, molti anni fa, anche lui di lunedì, nero come la pece, ma per ben altri motivi.

Deve esserci un nesso tra eventi e situazioni che si ripetono conservando un dettaglio così preciso come una data.  Presterò maggiore attenzione a queste coincidenze. Per ora mi riprometto di lasciare al nero tutto lo spazio che merita, anche se non gradisco così tanto la sua presenza.  Il nero sarà la sentinella messa a sorvegliare un avamposto, la possibilità di scampare a un pericolo. Sarà l’allarme acuto nella notte buia.

 

Magico pizzo.

ca. 1951 --- Original caption: Woman modeling black lace dress with pink sash copied from Balenciaga, with hat and gloves. --- Image by © Condé Nast Archive/Corbis

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Bello.

Vale la pena in questa estate caldissima fare un salto a Calais (Francia) per gustarsi una mostra che unisce la tradizione cittadina per il pizzo con il genio di Cristobal Balenciaga, che lo usò costantemente, tenendo fede alle sue origini ispaniche.

Balenciaga – La magicien de la dentelle, questo il titolo della mostra visitabile fino al 31 agosto. Di mostre sul geniale couturier non ce ne saranno mai abbastanza, ma questa mi affascina soprattutto per la scelta del tema.

E mi accorgo solo adesso che quasi tutti gli abiti che ho acquistato da tre mesi a questa parte sono in pizzo. A dire il vero, adoro da sempre questo materiale; così sensuale e al contempo austero in nero, mentre coloratissimo può diventare addirittura visionario.

Hallo Yohji!

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Brutto?

La notizia è certa: uno degli stilisti zen per eccellenza, il poeta del nero, l’esteta del vuoto, ossia Yohji Yamamoto, prende a braccetto il simbolo  più frivolo, rosa, inconsistente e onnipresente del moderno merchandising. Hallo Kitty.

Yamamoto disegnerà per il mega-marchio Hallo Kitty una linea di t-shirt, felpe, giacche e accessori.

Come dovremmo accogliere la notizia?

Con indifferenza? Tanto siamo oramai abituati a questo connubio di estremi (ma non valeva l’antico detto latino in medio stat virtus?). Dopo Rei Kawakubo che disegna borse per Louis Vuitton e John Galliano che dirige la Maison Margiela, che sarà mai questa ultima novità?

Con malcelato pragmatismo? Viste le ultime collezioni di Yamamoto, non stupisce che servisse una consistente boccata di ossigeno finanziario. E chissenefrega della coerenza stilistica. E’ il business, baby.

Con una sana risata, alla faccia della coerenza e di tutte le masturbazioni metafisiche del passato? In fondo si tratta ancora e sempre dei soliti dinosauri che a fatica (e con qualche scivolone) prendono confidenza con una stagione della loro vita.

Ma è mai possibile che solo Valentino abbia avuto il coraggio di smettere?

Il disastro del Natale del 2013 – Margiela destroy.

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Brutto.

Qualche giorno fa sono andata a cena da un amico, che è anche un collega e uno stilista di una certa fama in ambito torinese: Monsieur Walter Dang.  Durante la cena la conversazione è scivolata, come al solito, sull’argomento moda e su ricordi comuni legati a questo tema. Non so come ci siamo ricordati di un piumino di Martin Margiela che lui possiede e che ci ha scaldati entrambi durante una freddissima conferenza. Il piumino è più o meno quello che vedete in foto (solo un po’ più corto) ed è un pezzo iconico dello ‘stilista invisibile’, naturalmente è bianco. Bianco come deve essere, in base alla filosofia/estetica di Margiela e chiunque conosca un poco di storia della moda contemporanea sa che non c’è  altra possibilità.

Quale è stata la mia costernazione quando Walter ha ammesso candidamente (è proprio il caso di dirlo..) di aver tinto il piumino di NERO!  – Nero?- Ho chiesto, pensando di aver capito male, annebbiata da quache bicchiere di prosecco di troppo.

Purtroppo la triste verità mi è stata confermata quando lui stesso ha tirato fuori il corpo del delitto e l’ha indossato.

Ora, io avrei voluto postare la foto di Monsieur Dang con indosso il piumino nero che una volta era bianco di Margiela. Giusto per farvi vedere lo scempio di quel capo diventato informe e insignificante, ma la decenza me lo vieta. E inoltre non posso fare questo ad un amico. Quell’immagine resterebbe come una macchia (nera!) indelebile sulla sua fulgida carriera.

Ma la stoccata finale l’ha inferta il compagno di Walter, Hamlet, che resosi conto del misfatto, ha concluso dicendo: – Beh, ma lo mettiamo in candeggina e ritorna bianco..-.

Lascio a voi immaginare i brandelli di piumino e piume di un bianco giallino con aloni grigiastri uscir fuori da quel bagno corrosivo..

Mi rimane un dubbio: chissà, forse Margiela avrebbe gradito.