Come ti disegno un’idea. La rivincita dell’ex-design.

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Bello.

Un paio di sere fa ho assistito a un interessante dibattito sul tema del design. Il luogo era il Circolo dei Lettori di Torino, la rassegna era “Get Up” e il titolo Oggetti manifesto da Memphis ad oggi.  A dialogare tra di loro c’erano Sam Baron di Fabrica, l’art director ed esperta di storia del design Cristina Morozzi e il designer catalano Martì Guixè.  Proprio ques’ultimo mi ha fornito un interessante punto di vista e credo che da solo sia valso la noia di uscire in una serata di pioggia.

La prima parte della serata è stata dedicata a un riassunto breve sull’avventura del gruppo fondatore di Memphis e sui ricordi personali della Morozzi legati a quell’avventura e all’estetica di quel periodo. Aleggiava una certa aria di nostalgia, a dire il vero anche leggermente soporifera. Finalmente poi, dopo un lungo e, a mio parere, inutile prologo, la parola è passata a Guixè che esordisce definendosi un ex-designer, e già la cosa mi ha intrigato parecchio. Perché in questo modo si pone immediatamente a una certa distanza, innanzitutto da un passato certamente fondamentale, ma che comunque ha smesso di dare i suoi frutti già da un po’, ma soprattutto sviluppando una visione del design che è lontana anche dall’oggetto. Non è un caso che tutti i suoi lavori più recenti si concentrano proprio sull’idea di smaterializzazione. Ne sono un esempio proprio i progetti legati al food design: cosa c’è di più vicino a scomparire (o perlomeno a trasformarsi) del cibo? Ma altri esempi interessanti sono quelli legati alla grafica, che il più delle volte sostituisce gli oggetti stessi con un effetto comunque efficace.

Guixè usa un linguaggio diretto, estremamente realistico, riporta il design in una sfera del quotidiano, come sarebbe giusto che fosse sempre. La sua ironia e i giochini su concetto e forma sono lontanissimi da quel guazzabuglio di intellettualismo che vuole il design come roba da elite. Questo non sminuisce il suo lavoro, al contrario lo rende molto attuale e anche concreto, a dispetto della smaterializzazione. I suoi progetti dialogano con il mercato che cambia, perché costano poco, sono istintivi e veloci. Ma soprattutto partono da un’idea forte. In più tengono conto del committente, del contesto e non si nutrono di un ego da archi-star.

Era così strano vedere due mondi incontrarsi e guardarsi con una certa cautela: quello del design per eletti, nutrito di esposizioni in gallerie quotate, concorsi eccellenti e premi altrettanto eccellenti, e poi quello che Guixè chiama il design 2.0, o per l’appunto l’ex-design. Quello che nasce da idee ‘on the road’, quasi grezzo, ma che si avvale della tecnologia (la mano che disegna o scrive sul tablet).  Strano, ma illuminante.  E non è questione di generazioni a confronto: Guixè è più vecchio di Baron. E’ forse un caso se per l’esperienza di Memphis si parla di surrealismo, mentre Guixè, che è spagnolo ricordiamolo, non accenna mai al termine?

E’ una questione di teste, di sensibilità e magari di scelte, come sempre.

Ho visto cose..

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Bello?

Ogni volta che mi allontano dalla moda e dai modanti è la stessa cosa: faccio un’immane fatica a riavvicinarmi. L’ipotesi è che questo non sia il mio posto, non fino in fondo. Mi chiedo come facciano quelli sempre connessi, a cui non sfugge alcuna notizia o notiziola. Come facciano a non sentirsi stufi, almeno ogni tanto.

Certo i fatti si susseguono incalzanti, non si può mancare nel commentarli: Chalayan da Vionnet, i saldi di fine stagione (ma se l’inverno è appena cominciato??), le file idiote davanti a Desigual..

Ma basterebbe anche solo un momento di riflessione per comprendere che: della storia di Madeleine Vionnet pochi sanno davvero qualcosa -e ne ho avuto conferma molte volte-, i saldi sono l’ennesima pessima idea a cui non c’è più nulla da aggiungere. Infine la fila di ragazzi seminudi al freddo a fare pubblicità gratuita ad un marchio dozzinale meriterebbero solo il silenzio, proprio per evitare di partecipare al gioco.

Dare il giusto valore alle cose, ecco quale sarebbe la banale risposta. Le cose che stanno perennemente un gradino più in basso delle esperienze. Ma quante volte, nelle descrizioni dei fatti, ho la sensazione di ascoltare una lista di oggetti che da soli dovrebbero descrivere gli stati d’animo, gli avvenimenti, l’atmosfera..?  Da quando gli oggetti ci qualificano così profondamente?

Non è così.

Gli oggetti, il più delle volte, ci sopravviveranno, ma porteranno appiccicato solo un barlume di noi.  Penso agli oggetti della mia famiglia, appartenuti a persone ormai defunte, mi raccontano così poco. Inventiamo tutti un pezzo di storia attraverso gli oggetti, ci illudiamo che sia realtà.  Gli abiti non sono diversi.

La moda ha nel suo nome stesso il parallelo con modernità.  Io voglio intenderlo come propensione al presente e attitudine al futuro. Vivi l’attimo, si dice, gli oggetti sono un mezzo, ma l’esperienza intima di quell’attimo è il fine. Credo fermamente che la moda non siano gli abiti e nemmeno i loro creatori (perlomeno solo in parte), ma il contesto in cui viviamo.  Solo così la moda non mi risulta estranea e infine posso credere che incida anche nella vita.