Il brutto che piace.

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Brutto.

Sorrido leggendo uno degli ultimi articoli su La Repubblica, che sdogana clamorosamente i due termini che sono l’anima di questo blog: bello e brutto.

Sorrido perchè meno di due anni fa, da un altro titolato giornalista, questa scelta era stata definita tranchant (!).

Ma si sa, la moda è terreno fertile per improvvise sterzate o persino inversioni ad U. Possiamo dire tranquillamente che la coerenza non è mai stata di moda, per un settore che fa del cambiamento la propria parola d’ordine.

Sorrido anche per quel modo tutto speciale di trovare un senso storico e plausibile ad abiti che fanno francamente schifo: “stop al perbenismo”,  “immagine dura e cruda”,  “risposta urlata all’omologazione”..  Tutte descrizioni scovate con certosina pazienza per evitare quella domanda che rimane perennemente in sospeso: ma chi se li metterà mai questi abiti??

Domanda pertinente quanto mai, visto che sembra che questi abiti si vendano pure. Allora chiediamoci se non sia forse il risultato di quella miriade di commenti edulcorati, alla perenne ricerca dell’ultima pseudo-provocazione.  Siamo sicuri che chi compra questi abiti lo faccia per opporsi?

Piuttosto (come sempre) per distinguersi. Una provocazione vale l’altra e ostentare abiti brutti ha il vantaggio di lasciare immaginare un aplomb intellettuale che dovrebbe fugare ogni dubbio (quale furbizia!).  Oltre al fatto che una moda brutta appare a molti come il capolinea dell’estetica e nel gioco dei contrari questo risulta essere il massimo della distinzione.

Ma allora è il solito gioco della moda, che nel ‘700 imponeva gonne larghe svariati metri e oggi impone vestiti da stracciona.  In tutto questo la Moda non ci fa una gran bella figura (per buona pace di chi la considera un frivolo passatempo), rivelando quel suo lato oscuro fatto di teste non-pensanti.

P.s. Copio qui un commento esemplare ricevuto su questo post:  Guy Laroche diceva: “Mai fare un abito brutto; c’è sempre il rischio che qualcuno se lo metta…”

 

Gli abiti inutili 1.

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Brutto.

Primavera/estate 2016. Cosa è rimasto della Barbara Casasola che avevo tanto apprezzato per quel suo raffinato punto di vista? Irriconoscibile. E’ questo quello che produce il confronto con il mercato? Omologazione, banalità, abiti francamente inutili.

Rifletto da tempo ormai sul reale valore della moda in questo tempo di consumismo stanco e annoiati e bulimici shopping tour. La moda, che troppo spesso è diventata erroneamente solo sinonimo di abiti, rischia di sprofondare sotto il peso di quintalate di abiti che in un soffio possiamo dimenticare.

Capita solo a me di avvertire questa sensazione di NOIA?

Un abito è solo un abito, per quanto innovativo o bello che sia, ma la moda è una storia, anzi, di più, è un modo di stare al mondo. Cosa se ne fa la moda di abiti che abbiamo già visto e rivisto? Andranno ad occupare altro spazio reso prezioso ormai dalla mancanza di spazio. Consumeranno altre energie sempre più scarse, riempiranno armadi o magazzini già stracolmi..

Comincia così, con Barbara Casasola, il mio reportage/elenco di abiti inutili. E sono sicura, purtroppo, che sarà lungo.

Io un antidoto ce l’avrei, ma temo che non piacerà quasi a nessuno, e comunque aspetto di sperimentarlo prima personalmente e poi, forse, ne scriverò.