Un Armani al giorno.

 

Brutto.

Armani Privè, alta moda primavera/estate 2019.

Brutti quei copricapi: un mix and match tra gli anni ’20 e gli ’80. Accessori che completano outfit altrettanto indecisi in cui si può trovare davvero di tutto, dal vinile alle nuvole di tulle, dai colori sgargianti alle fantasie tremolanti, dalle frange alle rouches…

Armani è un’istituzione e magari si presuppone, ormai, che possa permettersi tutto.

Donne senza gonne.

prada pre collez

Brutto.

Prada, pre collezione autunno-inverno 2016/17.

Non è certo la prima volta, già nel 2007 aveva mandato in passerella modelle in mutande e per rinforzare la presa di posizione nel 2012 dichiarava: “La mutanda è un oggetto che mi piace moltissimo”.

Non è quindi con stupore che mi accingo ad osservare questa collezione, che mi lascia moderatamente indifferente e quindi mi soffermo sulla parte inferiore degli outfit che mi appare immediatamente come il tentativo della stilista. mai sazio, di apparire contro-corrente.

Una boutade, un gesto puerile, un infantile vezzo;  perdonabile difetto.  Ma attenzione, perché contro-corrente si può solo esserlo.

Lo sforzo di sembrare vanifica i risultati, lascia trapelare una inadeguatezza, una posa che è poco meno che spocchiosa.

Posso immaginare che da quando i leggings popolano e spopolano sulle nostre strade, fregandosene del buon gusto o giù di lì, portarli in passerella sembrerebbe superfluo.  E’ perciò opportuno andare oltre: la calzamaglia quindi.

E qui vai a tirare in ballo ispirazioni forse medioevali, sicuramente secentesche (!), perché non esiste di immaginare altro che non sia squisitamente intellettuale.

Il gioco della moda è anche questo: far brillare ciò che altrimenti sembrerebbe insignificante.

Gli abiti inutili 3.

gianluca capannoloGianluca Capannolo

dondap1Dondup

emilio de la morenaEmilio de la Morena

au jour le jourAu Jour Le Jour

arthur arbesserArthur Arbesser

Brutto.

In quasi ogni collezione a un certo punto spunta quell’outfit inutile, messo lì giusto per far numero. Magari sarà quello più venduto, chi sono io per decretarne l’inconsistenza?

Però immagino che debba sentirsi sfigata quella mannequin a cui tocca il più brutto del reame..

Gucci e quel ‘fattore Prada’.

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Brutto?

La collezione donna autunno inverno 2015-16 di Gucci disegnata da Alessandro Michele è il proseguimento ideale di quella maschile presentata a gennaio, e di cui ho già scritto.

Evidentemente il successo della linea maschile deve essere stato talmente eclatante da convincere lo stilista (e la proprietà del marchio soprattutto) a ripetere l’esperimento. Oppure dietro a tutto questo c’è una strategia che io chiamo fattore Prada.

Guardando la sfilata, non è difficile intuire a cosa mi riferisco: si tratta di quel tanto di spiazzante, disarmonico, disturbante che a conti fatti cattura l’attenzione e lascia immaginare una insostenibile profondità di intenti. E aggiungo che non mi scomoderei a citare fantomatiche terre di mezzo, piuttosto che le visioni contemporanee che più contemporanee non si può. E nemmeno quel gran precursore di Roland Barthes. Basterebbe, senza andare troppo lontano, ricordare passate collezioni di Kristina Ti..

Se poi tutto ciò si tramuti in vendite, non saprei dirlo. Provo ad immaginare la cliente-tipo di Gucci vecchia maniera di fronte a quegli outfit, che un po’ rimandano ai mercatini delle pulci, un po’ alle accozzaglie di certe adolescenti post-radical.

Se addosso alle ragazzine che sfilano in passerella l’effetto è giustamente credibile, non giurerei altrettanto per la cliente-tipo di cui sopra.

Ma confesso che le strategie di mercato di un grande marchio sfruttano logiche per me ostiche e quindi ignote. E perciò sospendo cautamente il giudizio e mi fermo ad osservare.

Katranzou la collezionista.

Mary 1

Mary 2

Mary 3

Brutto.

Questi sono alcuni outfit della collezione autunno inverno 2015-16 di Mary Katranzou presentata qualche giorno fa a Londra.

Sembra che la stilista si sia divertita a collezionare pattern e texture; peccato che a tanta abbondanza non sembra corrispondere una logica, ma nemmeno una non-logica perlomeno accattivante.

Insomma, un campionario di superfici che fanno il verso ad altri stili (e stilisti), senza tralasciare nemmeno alcune uscite minimal, ma così minimal da apparire persino inconsistenti. E poco donanti.

Poco donanti come quelle pieghe sulle gonne a sirena, messe lì non si sa bene perché.

Immagino che dietro a questa collezione possa esserci il desiderio di avvicinarsi al mercato, in tempi in cui un marchio giovane fa fatica a sopravvivere. Il rischio è quello di snaturare il proprio stile, strizzando l’occhio ad alcuni facili escamotage (vedi le superfici borchiate) e naturalmente la perdita di freschezza.

La bellezza in un mare agitato.

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Brutto.

Se c’è una cosa che trovo brutta e triste su molti blog e anche su Facebook sono gli outfit del giorno. Che il più delle volte fanno letteralmente schifo.
No, non è questione di gusto o di essere caustica. Sono brutti e basta.
Spuntano come funghi, fregandosene di essere gli ultimi o i penultimi di una infinita serie. Ti raccontano per filo e per segno la provenienza di capi anonimi e spesso di pessima qualità e sono realizzati senza alcuna attenzione per la qualità dell’immagine.
Ti chiedi perchè qualcuno è disposto a metterci addirittura la faccia. La propria.
Poi leggi i commenti, che di solito dicono: -Bellissimo-, – Fantastico!-, -Lo adoro-.
Tutto superlativo, praticamente anestetizzato. Come se non ci fossero più termini di paragone. Il culto dell’immagine ha prodotto tutto questo, ci siamo dimenticati di come si fanno distinzioni. Troppe immagini, tutte quasi uguali, tutte spesso brutte o perlomeno insignificanti.
Dobbiamo chiederci che generazioni di figli stiamo crescendo. Quale sarà la loro soglia di sopportazione della bruttezza..
Già gli standard si sono abbassati notevolmente, pensiamo solo alle nostre madri e alla capacità che avevano di distinguere un capo di buona qualità da uno mediocre, un ricamo fatto a mano da uno industriale. Oggi ai bambini chi insegna a toccare e distinguere i materiali? Chi racconta le differenze?
Sarebbe il compito di ognuno di noi. Il futuro riguarda tutti, non solo chi ha figli. Ma le scuole di moda sono rivolte solo agli adulti, perchè si ritiene che i bambini non c’entrino nulla con tutto questo. Eppure i bambini si vestono. E poi magari crescono e si fotografano allo specchio, con l’outfit del giorno e quell’aria autocompiaciuta che proprio non si può guardare. E con quei vestiti lì.