Cucito sul corpo (la prima brezza di Settembre).

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Bello.

Può darsi che il fine di ogni moda sia quello di cucirsi addosso la sostanza del desiderio. Altrimenti che senso avrebbe questa mania del tatuaggio che contagia sempre più persone? 

E’ certo che dimostrare attraverso il corpo chi si è, rassicura, calma l’ansia di esistere per se stessi. Invece di porsi domande, si fornisce una risposta rapida.

E l’abito continua ad essere ciò che è sempre stato: non un riparo dal freddo, dagli sguardi, bensì la pelle che si desidera avere.

(Immagini: Ana Teresa Barboza).

Il mio vestito a fiori.

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Bello?

Bisognerebbe ogni tanto passare una notte in un ospedale. Non da pazienti (possibilmente), ma da spettatori. Magari in un pronto soccorso, magari in una stanza di terapia intensiva, con tutta l’umanità dolente o sollecita che la contiene, guardando negli occhi l’essenza di questa cosa fragilissima che chiamiamo vita.

Bisognerebbe aver assistito all’arrivo di un ragazzo in fin di vita dopo un incidente e alle urla incredule di sua madre. Oppure all’impotenza di un medico e alla sua corsa per difenderla questa vita, nonostante tutto.

Perchè lo sappiamo che in un secondo la vita può cambiare, ma finiamo per non ricordarcelo quasi mai.

Bisognerebbe ogni tanto rimettersi al centro, resettare tutta quella confusione che, erroneamente, noi invece chiamiamo  vita. Ricordandoci che l’abito che indossiamo veramente è solo la nostra pelle.

Come scriveva Paul Valery:

Quello che c’è di più profondo nell’essere umano è la pelle.”

Ricordo che indossavo un vestito a fiori la scorsa notte, mentre passavano lente le ore in quel luogo fin troppo colmo di umanità. All’inizio ho pensato che forse fosse un po’ fuori luogo (d’altra parte ero stata colta alla sprovvista), Poi ho capito che non contava nulla, nessuno ci avrebbe fatto caso, perchè, citando la frase di qualcun’altro, l’essenziale è invisibile agli occhi.

 

(Illustrazione di Victoria Brockland, Dark paradise).

I’m an absolute beginner.

 

Brutto.

Il marchio Redemption debutta a Parigi nell’alta moda per la stagione primavera estate 2017 ed io non posso fare a meno di chiedermi perchè?

Come mai un milanese appassionato di biker che pochi anni fa faceva il fotografo e prima ancora si occupava di finanza, decide non solo di diventare un designer, ma addirittura di dedicarsi all’alta moda?

Lui lo dice, e si vede, che di moda ne sa poco. Si vede dall’uso di tutto quel tessuto, di tutti quei volumi e poi un vedo-non vedo talmente abusato che non merita nemmeno un secondo sguardo. Escamotages usati da chiunque immagini che couture sia sinonimo di abbondanza, piuttosto che di sottigliezze, di ricerca sopraffina, di tecnica spericolata e precisa. L’alta moda è il gradino più alto e arrivarci saltando tutti gli altri gradini può essere molto rischioso, a meno di essere veri geni.  L’abbondanza può avere un senso se alla base c’è una visione innovativa. Ma sono innovativi quegli strascichi? E la pelle con le borchie? E i fiocchi al collo?

Tutto questo l’ho già visto più e più volte; non lo definirei vecchio, piuttosto abusato, che è un modo gentile per dire che non ne avevamo bisogno, che è l’ennesima visione personale che non aggiunge una virgola al presente, per non parlare del futuro…

Non è una colpa essere un absolute beginner, anzi, per certi versi la pulizia di partenza potrebbe consentire addirittura una marcia in più. E’ una colpa però pensare che per inventare abiti basti questo.

 

Ricordo di una falena.

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Bello.

Si chiama Eleonora Manca l’autrice di queste splendide foto che fanno parte di una personale visitabile fino al 16 maggio presso la Galleria Paolo Tonin di Torino dal titolo suggestivo: Chrysalis Room _ Solo Show.

La presenza della falena – una mia ossessione attuale – non è l’unico motivo che mi ha spinta a visitare la mostra e incontrare Eleonora.  Avverto nel suo lavoro la presenza di un dolore lento e profondo, ma al tempo stesso quieto. Direi necessario. Le immagini sono rarefatte, ma svelano comunque una visione lucida.  La trasformazione che documentano le sue foto rappresenta la vita stessa, l’evoluzione presente in ogni singolo respiro e la consapevolezza che il dolore sia conseguenza costruttiva, anche se scomoda.

La riflessione su di una inevitabile trasformazione è rappresentata da un bozzolo, che è l’inizio o il continuum di una storia ciclica, e da una falena che si sbriciola come pulviscolo nella luce. La falena parrebbe rappresentare la fine; in realtà non c’è fine, solo una successiva trasformazione.

Il corpo è trattato come strumento per raggiungere una consapevolezza interiore, non ci sono vestiti nè orpelli, solo la pelle: il vestito primordiale. Ma anche la pelle può mutare, credo che questo sia il messaggio simbolico.

Diesel: punto a capo (e ritorno) – Guerrieri di un coraggio piccolo.

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Brutto?

Pochi giorni fa Diesel ha festeggiato i 35 anni del marchio con una sfilata/show e un party esclusivo (tenete a mente l’aggettivo perché in questa storia nulla è come appare). Il parterre era affollato di vip in odore di trasgressione (!): Courtney Love, Asia Argento, Marracash..  L’evento non si è fatto mancare nulla: video artistico di Nick Knight, performance canora della rapper Brooke Candy condita da esibizione del seno nudo (massima trasgressione!).

In passerella sfilavano 100 ragazzi che ribadivano i tre ‘pilastri’ del marchio Diesel: pelle Rock’n Roll, denim e militare. Durante la sfilata non sono nemmeno mancate le trovate scenografiche: passamontagna con le orecchie di Topolino o creste punk e musica a palla. Insomma una bella abbuffata di stimoli sonori e visivi orchestrata dalla mano del nuovo direttore artistico del marchio, Nicola Formichetti, che, a detta di tutti i giornalisti, vanta come culmine del suo curriculum l’aver vestito Lady Gaga. E questo, a mio avviso, spiega già molto.

Formichetti racconta che con questo spettacolo si dà l’avvio a una nuova identità del marchio che d’ora in poi vuole essere una alternativa moderna e democratica al mondo del lusso oggi troppo inflazionato. E qui torna utile ricordarsi del termine “esclusivo” che con democratico fa un po’ a cazzotti. In passerella sfilano i soliti pezzi street-style che siamo ormai abituati a vedere addosso ai ragazzi di ogni città del mondo. Ma Renzo Rosso spiega che l’obiettivo è quello di rendere riconoscibile il marchio, con un Dna preciso. Quindi più un’operazione concettuale che di rinnovamento dello stile. Peccato che il risultato stilistico a me pare piuttosto commerciale; e tra concettuale e commerciale l’unico punto in comune è l’iniziale.  D’altra parte l’intento democratico e i rimandi a storie come quelle delle Pussy Riot o degli ambientalisti stonano non poco con la scelta della location in Laguna, luogo che mi fa pensare a ben altre storie e atmosfere.

Di contraddizione in contraddizione finisco con il guardare gli abiti. Me li immagino appesi alle grucce, finito lo spettacolo, spente le luci e la musica assordante.  Ecco, il punto è che tolto tutto il chiasso mi sembra che rimanga il solito armamentario di pezzi già visti, che restano certo attuali perché costituiscono ormai praticamente un classico.

Ma pretendo troppo se da un creativo che ha fama di grande eclettismo mi aspettavo di più?

Se il lupo perde il pelo..

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Bello.

La cosa che mi ha attratto di più della collezione A/I 2014-15 di Frida Giannini per Gucci è la scelta dei colori: splendenti ma niente affatto sfacciati. Ci vuole una certa dose di personalità per sfoggiare tinte tanto assertive e ce ne vuole anche per scegliere di indossare l’animalier e riuscire nel contempo a non scadere nel cliché della panterona.

Persino io, che non ho mai desiderato indossare quel tipo di fantasia, ho guardato con un certo interesse questi capi che non hanno nulla di eccessivo. Sarà per il taglio smilzo, anzi semplificato che toglie enfasi e si lascia indossare ogni giorno.

Grande sfoggio di pelle nella collezione, eppure non c’è ombra di aggressività. Persino le pellicce appaiono semplificate: si direbbe un’Africa addomesticata .  Sembra che la lezione di semplicità che aleggia nell’aria sia stata colta a dovere.

E’ un po’ diversa dal passato questa donna Gucci: meno ostentazione, un realismo poco incline all’apparire ad ogni costo.  Sintomo dei tempi.