Torino in testa.

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Bello.

Ben pochi hanno idea di quali siano le caratteristiche della tipica signora torinese. Va innanzitutto detto che lei non è quella che sgomita per mettersi sotto i riflettori, né si ‘concia’ o esagera giusto per apparire.

Difficilmente sarà una fashion-victim, ancora più raramente si piegherà ai diktat dell’ultima tendenza. L’aplomb sabaudo per certi versi somiglia a quello inglese: un misto di autocontrollo con lampi di eccentricità inaspettati. Forse qualcuno dimentica che Torino è stata la capitale della moda italiana molto tempo prima che Milano si sognasse la fashion week. E che le sartorie e le modisterie torinesi erano eccellenze riconosciute. Questa è storia e la storia determina anche il pedigree..

L’altra sera all’inaugurazione a Palazzo Madama di Chapeau, Madame c’erano signore di ogni età, che per l’occasione non si sono fatte pregare e hanno tirato fuori dalle cappelliere i loro copricapi più individualisti. Tra civetteria e ironia.

Qualcuna è arrivata in scooter e, tolto il casco e il giubbino anti-vento, si è trasformata così: ???????

 

Qualcun’altra è arrivata a piedi e con l’aria algida da regina si è fatta i tre piani a piedi per raggiungere la location della mostra e alla fine appariva così: ???????

 

Altre sono arrivate in bici, con i loro cappellini al vento, come lei: ???????

 

Altre ancora, sdegnosamente, hanno preso l’ascensore, e giravano con il naso in su: ???????

 

Ad accoglierle tutte all’ingresso c’era lei: ???????

 

E per finire, quello che c’era dentro ad aspettarle non era niente male.. ??????? ??????? ??????? ???????

Vittime e carnefici.

fashion-victim

Brutto.

Il novero delle fashion victim non accenna a sfoltirsi. Leggo con costernazione di blogger che non esitano a definirsi tali, di personaggi pubblici o semplicemente mediatici che si appuntano orgogliosi  questa medaglia ai caduti. Ma di quale guerra? Non oso immaginare scene apocalittiche con schiere di vittime appese esanimi all’ultima borsetta..

Il carnefice in questione è la moda , che detta regole perentorie al suono di must have, must see, fino al fatidico e definitivo must be.  La vittima non si sottrae, al contrario, è ben felice di assecondare il carnefice, che sceglie e decide per lei.  Non è più un teatro, ma solo un teatrino. Non è più un gioco, ma un giocattolo stupidamente serio.

La tentazione di lasciare le vittime al loro destino è forte: in fondo questo carnefice non brutalizza, né tortura. Le costringe solo a rincorrere un bisogno che non è nemmeno più desiderio. Peggio per loro se, nonostante le frequentazioni di mostre sui padri della moda e lo stazionamento sui tavolini del salone di rappresentanza di monografie monumentali, si ritrovano a inseguire col fiato corto l’ultimo trend. Poi però rifletto e a pensarci bene questo è un male comune. Almeno un po’.

La moda è omologazione e distinzione. Praticamente schizofrenica.  C’è da stupirsi allora se è così facile perdere la testa? In fondo i confini tra le vittime e i carnefici sono così labili, entrambi non potrebbero fare a meno gli uni degli altri e si alimentano a vicenda.  A volte sembra pura illusione l’idea che una tendenza non ci tocchi nemmeno un po’ o che l’influenza di un marchio non diriga nemmeno un poco le nostre scelte.

Lo stesso processo che ci porta ad interessarci, a discutere e a scrivere di moda è un po’ il riflesso di quella gabbia invisibile in cui siamo tutti più o meno prigionieri.

Servirebbe forse ogni tanto un leggero distacco, un accenno di autocritica. Farebbe bene alle fashion victim, ma anche a quelli che, a torto o a ragione, credono di dettare le mode. O peggio di esserne al di sopra.