LED/3 times

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ph.News&Events Turin

 

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ph. Renato Valterza

 

Bello.

Tre abiti, tre secoli di moda: 700′, 800′, 900′.

Tre colori evocativi, abbinati ciascuno a un’epoca: rosso, bianco e blu.

Una interpretazione contemporanea della storia della moda attraverso forme e segni ad opera della stilista Adriana Delfino.

Una collaborazione inedita con un artista, Andrea Massaioli: un dialogo tra visionari.

300 LED e il supporto di un tecnico informatico per raccontare attraverso la luce la comune idea del futuro.

Immagini dal backstage:

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Stop.

 

Performing fashion and art – a short, extraordinary story

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Bello.

L’occasione per parlare ancora del connubio moda/arte me la fornisce un progetto a cui sto lavorando in collaborazione con l’artista Andrea Massaioli: LED/3 times.

Si tratta di una performance che sarà presentata giovedì 20 Novembre a Torino in uno dei luoghi più rappresentativi della città, la Galleria San Federico.

Non ho cambiato idea riguardo alla questione: per me la moda non è arte.  Però la moda può farsi ispirare dall’arte e a sua volta essere fonte di ispirazione o terreno di sperimentazione.

Quale è la sfida più ambiziosa?  Che un abito sia un’espressione artistica e contemporaneamente risulti un oggetto di moda.

Io credo che ottimisticamente ci si possa avvicinare, ma consapevoli che si tratta di una missione impossibile: un abito che è arte smette di essere moda e viceversa.

Con Andrea Massaioli abbiamo lavorato a vista, con incredibile facilità a volte, accumulando segni e necessariamente poi per sottrazione. Credo che il rispetto reciproco per il lavoro dell’altro sia la chiave, ma ancora di più la mancanza di preconcetti di Andrea verso la moda. Questo si che mi sembra eccezionale.

Ecco come vede lui questa storia:

“arte interdisciplinare” ,”arte multilinguistica”…definizioni e banalizzazioni che riempiono e intasano il mondo dell’arte e che richiamandosi alla sperimentazione avanguardistica novecentesca ne fanno una condizione sine qua non affinchè l’artista possa essere molto “contemporaneo”.Uno spruzzo di installazione sonora, un goccio di proiezione video, un pizzico di performance, un quadrettino dipinto velocemente, un’ultima aggiunta di materiali vari riciclati qui e là e il “giovane artista multidisciplinare” è servito. Paradossalmente la possibilità oggi di poter dare alla definizione di arte e creatività un senso di libertà totale ha portato alla omologazione globale di parametri,  griglie e aspettative prevedibili, come quelle della interdisciplinarietà dei linguaggi artistici. Ed è con queste diffidenze che ho incominciato ad avvicinarmi al mondo della moda, ma Adriana, come un Virgilio dantescoin questi mesi mi ha preso per mano e portato attraverso i vari gironi del fashion, con una sensibilità e  conoscenza che mi hanno sorpreso e intrigato. Ho trovato nel mondo dell’haute couture una altissima densità artistica, non solo sperimentale, ma anche artigianale e alla fine sapienziale. Fashion designer che in quanto a creatività non hanno nulla da invidiare ai colleghi “artisti di arte contemporanea”, anzi…E’ chiaro che le contaminazioni esistono, ispirano…ma nei casi eccellenti non  come prima necessità e rimangono semmai  sempre legate a dinamiche interne al processo creativo. Collaborare con Adriana mi ha riportato alla memoria una mostra che ho realizzato insieme a Giorgio Griffa, un artista che ha sempre lavorato nella pittura, e per un lungo periodo di tempo abbiamo lavorato insieme, proprio fisicamente a quattro mani, su carte di varie dimensioni che poi abbiamo esposto. Lavorare con persone stimolanti è un’ottima occasione per uscire dalla solitudine dello studio, collaborare a quattro mani, mischiare le carte, lasciarsi andare per slittamenti di senso…perdersi.

Per chi passasse da Torino il 20 di Novembre, l’appuntamento è alle 18,30 in Galleria San Federico, nel pieno centro della città in concomitanza con l’inaugurazione dell’evento “SAR:TO – La moda illumina Torino”, di cui, insieme a Walter Dang, ho curato la sezione sartoriale.

 

 

Un abito eterno.

eternity dress

Bello.

Avevo scritto alcuni giorni fa di questo evento: Eternity Dress al Museo Galliera di Parigi, che vedeva Olivier Saillard insieme a Tilda Swinton impegnati in una inusuale performance in onore di quella che veniva chiamata ‘archeologia sartoriale’.  In quel post raccontavo le mie perplessità riguardo alla definizione e alla stessa operazione. Ma devo fare ammenda, e infine con autentica gioia ricredermi.

Ho ricevuto da Parigi una lettera dall’amica Clara Tosi Pamphili, che è riuscita a trasmettermi il senso e l’atmosfera di un rito, ancor prima che di un mestiere, o un fatto artistico.  Ecco, è così che ho sempre pensato ai gesti di un sarto, e Clara magicamente è entrata in sintonia col mio pensiero.

Questa è la lettera:

“Adriana cara,

ti scrivo da Parigi. Novembre é quasi finito, fa freddissimo, sono qui per lavoro, pensavo di vedere quello che normalmente una città come questa può offrire in un momento di ordinario calendario e mi ritrovo a non avere il tempo di “guardare tutto”. In tutto lo sconforto di tante cose bellissime a confronto del poco che c’è da noi una mi ha ferito più delle altre.

“Eternity Dress” é la seconda collaborazione fra il Palais Galliera, quel meraviglioso museo della moda, e Tilda Swinton.

Ti dico subito che il primo sentimento é stato quello dell’importanza della performance all’Ecole des Beaux Arts: i biglietti già esauriti dal mese di gennaio, l’ansia della lista d’attesa e l’entusiasmo di riuscire ad entrare.La seconda sensazione é stata l’invidia per un paese che riesce a parlare di moda mettendo in collaborazione istituzioni, come un museo e l’università, facendo una performance artistica contemporanea capace di rappresentare degnamente il rito del lavoro sartoriale.

Adriana tu sai quanto parliamo di artigianato, quante mostre e fiere e campagne pubblicitarie si montano sulla promozione di attività creative manuali cercando di ricreare nuovi interessi. Siamo riusciti a convincere i giovani che cucinare é molto cool ma non siamo riusciti a convincerli che fare il sarto che sa fare un abito lo sia quanto essere stilista.

Tutta la performance racconta la realizzazione di un abito: Olivier Saillard, direttore del Museo Galliera, con un metro intorno al collo e con tutti gli strumenti tradizionali misura il corpo di Tilda, insieme riportano le cifre sulla carta. Fanno un esercizio di modellistica. Compiono un rito per realizzare “Une robe, une seule” un abito, uno solo. E’ uno spettacolo commovente, accompagnato da una musica perfetta che sottolinea la voce di lei quando scandisce i numeri delle misure, i tipi di colletti o quando elenca i  couturier cambiando posa ad ogni nome.

Lei é l’abito che indossa, lei rifiuta decori inutili, lei arriva all’essenza di se stessa grazie alla conoscenza delle proprie misure, quelle che permettono al suo corpo di muoversi con eleganza.

Avrei voluto che lo vedessi, tu che sai giudicare, avresti applaudito anche tu come tutti quelli che erano lì, saresti stata colpita da come si possa parlare di archeologia di moda prima che di fashion system.

Un capolavoro. Volevo dirtelo.

Tua

Clara”

Grazie Clara.

Archeologia del mestiere.

eternity

eternity 2

eternity 3

Bello?

Il direttore del Musée Galliera di Parigi, Olivier Saillard, deve avere una predilezione personale per Tilda Swinton .  Già circa un anno fa aveva utilizzato il physique du ròle dell’attrice per un magnifico defilée/performance, The Impossible Wardrobe, in cui la Swinton indossava abiti di archivio, con quella sua attitudine atemporale. E chi meglio di lei? Indimenticabile la sua interpretazione in Orlando di Sally Potter.

Il nuovo progetto che coinvolge l’attrice si chiama Eternity Dress, ed ha come tema la parte meno celebrata dell’universo moda: la sartoria. Si potrebbe dire la confezione su misura, ma temo che qualcuno storcerebbe il naso: non suona abbastanza invogliante. Eppure quello che succede in questa quattro giorni di evento è proprio il confezionamento passo-passo di alcuni abiti sul corpo e per il corpo di Tilda Swinton, utilizzando le tecniche sartoriali d’antan (1950) che il museo stesso conserva nei suoi archivi, sotto varie forme. Quelle lavorazioni, per intenderci, che i più snob hanno sempre sminuito definendole da sartina.

Si comincia a parlare addirittura di archeologia della sartoria, come se quelle tecniche ormai facessero parte di un capitolo chiuso e sepolto. La cosa non mi sembra affatto positiva, né lusinghiera. Non c’è dubbio che il prêt-à-porter abbia monopolizzato il mondo della moda, ma di sarte e sarti in giro ce ne sono ancora, e qualcuno, se Dio vuole, non è nemmeno attempato..

Allora, tanto meglio andarsi a guardare questo video, che almeno è un vintage originale.

La mia sensazione è che attraverso una operazione più concettuale che di vera rivitalizzazione (o salvataggio), si tenti di raschiare un po’ il fondo. Non vorrei che anche questa, come già altre, fosse l’ennesima mostra utile per riempire spazi e agende e contemporaneamente far cassa. Il dubbio è amplificato dalla presenza di un personaggio come la Swinton, che ultimamente tende ad essere presente un po’ dovunque, inflazionando quel suo modo distaccato. Suggerendo un poco troppo insistentemente il suo essere o sentirsi ‘icona’.

Per dar nuovo lustro al mestiere di sarto, in fondo, basterebbe che esistesse qualche vera scuola di sartoria in più, anziché un’inutile profusione di scuole di design e stilismo.