Sometimes green is my happy color.

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Charles James, 1957.

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Behinda Dolic.

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Andrew Gn, 2014.

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Paris fashion week.

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Adriana Delfino, 2016.

Bello.

Amo il verde di un amore profondo e inossidabile. Non un colpo di fulmine, ma una predilezione che dura da sempre, segnata da brevi distacchi, mai significativi.

Lo considero un colore per sempre, non legato al cambio delle stagioni, indipendente dalle mode, più vicino al temperamento di tanti altri colori. Il mio, in effetti, è un temperamento verde.  Non ha a che fare con il fattore ecologico, o forse si, ma con molto altro.

Quando dico un temperamento verde, penso al colore degli smeraldi, a quella luce profonda e lussureggiante; niente di scontato: non la luce pura ma fredda del diamante, nemmeno quella troppo sanguigna del rubino.

Il verde è per me il colore delle passioni mediate dall’intelletto, un equilibrio strano e perfetto. Come la linea, forse immaginata o forse davvero percepibile, che divide l’orizzonte all’alba e al tramonto, visibile per qualche istante soltanto, il raggio verde.

Imprevedibile, il verde, mistico e tangibile. Non per tutti.

Il museo degli errori – 3.

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Brutto.

Collezione aut. inv. 2014/15 di Gareth Pugh.  Ancora una volta rimango perplessa di fronte a tanta approssimazione, mancanza di idee e fintissima avanguardia.

Le bamboline con la chiavetta sulla schiena mi ricordano innumerevoli saggi dei bambini alla materna (e spesso erano svolti anche meglio), l’abito di plastica trasparente è un tale déjà vu che fa davvero male agli occhi. La mancanza di ispirazione in fatto di tagli e modellistica mi lascia interdetta.  E pensare che da qualche parte ho persino letto: – Finalmente è tornato il vero Pugh! -.

Non sarò cauta, e nemmeno politically correct: questa collezione era meglio non farla. Non aggiunge nulla, semmai toglie. Non è nemmeno commerciale, che sarebbe già qualcosa.. Meglio sarebbe il silenzio. Tra l’altro Pugh, essendo giovanissimo, di tempo ne ha: per riflettere, sperimentare, o anche solo riposarsi.

Parafrasando Moretti: ti si nota di più se non ci sei a tutti i costi.

Le indecise di Dior.

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Bello?

Collezione autunno/inverno 2014-15 disegnata da Raf Simons per Christian Dior.

Si respira un’aria anni ’80 con la corrispettiva donna in carriera e come si conviene c’è molto, moltissimo nero. Ma poi improvvisamente, come un coup de thèatre arrivano lampi di colore accecante, resi ancora più strong da accostamenti stridenti.

Nella testa degli stilisti di ultima generazione deve essersi ormai formata l’idea che le signore amano l’incostanza. Sarà una maniera per sconfiggere la noia oppure un’esigenza figlia del multitasking a cui sono sottoposte? In ogni caso questa collezione racconta di donne alla ricerca di un nuovo significato da dare al termine stile. E nonostante qualcuno parli di una collezione riuscitissima, a me appare ancora un work in progress: persino Simons è alla ricerca di un suo proprio linguaggio.

Tra il passato di Christian e il futuro di Dior.