Il canto della Sybilla.

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Bello.

Ho un ricordo forte di Sybilla, legato naturalmente agli anni ’80, quando, insieme a Romeo Gigli, rappresentava il simbolo di una moda intimista e romanticamente concettuale. Ricordo bene le volute arrotondate e scultoree dei suoi abiti e cappotti (anche le scarpe a dire il vero). C’è poi ancora il ricordo di un viaggio a Madrid, in cui cercai invano il suo atelier, forse l’indirizzo era sbagliato, forse non cercai abbastanza..

Insomma Sybilla era il mito vestimentario di noi ragazzi di quel decennio che ci sentivamo un po’ alternativi, noi che con l’edonismo reganiano sdegnosamente (e snobisticamente) non volevamo aver nulla a che fare, noi che preferivamo le spalle scivolate piuttosto che le spalline imbottite, il bozzolo piuttosto che la corazza e i non-colori piuttosto che le tinte fluo.  Erano i tempi in cui la Spagna esportava un design di ricerca autentica, pescando nella propria tradizione, invece che nelle collezioni altrui (Zara ancora non esisteva).

A un certo punto Sybilla è sparita. Qualcuno diceva che il confronto con la dimensione industriale fosse stato l’ostacolo insormontabile, per lei che era un’artigiana nell’anima. Ne ho sentito ancora parlare quando qualche anno fa tentò una collaborazione con Roberto Capucci, ma il successivo silenzio mi hanno fatto intendere che non fu un successo.

Ora è tornata con una sua linea tutta nuova. Certo sono lontane le atmosfere e i dettagli di quei lontani anni ’80, tutto si è fatto più asciutto e sintetico, ma qualcosa rimane di uno stile sottilmente poetico.

Un sarto alla mia tavola.

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Bello.

Ho sempre pensato che si possa cucire praticamente su tutto (io l’ho fatto anche sulle pietre..) e quando ho visto queste ceramiche ne ho avuto l’ennesima conferma. L’autore si chiama Diem Chau, vive in America ma è originario del Vietnam. Ogni pezzo è arricchito con dei ricami di fili di seta e il risultato è talmente poetico da prestarsi più all’esposizione, credo, che all’utilizzo quotidiano.

Leyii: a mystical female style.

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Bello.

Leyii è il marchio disegnato da una stilista coreana che mi aveva incantato nell’estate del 2011 con questi abiti:

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Poetici, meravigliosamente sapienti nei colori (pochi) e decorativi quanto basta. Si riconosce l’influenza di Hussein Chalayan, da cui la stilista è stata in stage. Ma non è un male se i risultati sono questi: abiti che non dimenticano di svolgere una funzione primaria, che usano i tessuti come superfici mobili e che dialogano con i sensi senza eccedere con il fraseggio.