Il brutto che piace.

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Brutto.

Sorrido leggendo uno degli ultimi articoli su La Repubblica, che sdogana clamorosamente i due termini che sono l’anima di questo blog: bello e brutto.

Sorrido perchè meno di due anni fa, da un altro titolato giornalista, questa scelta era stata definita tranchant (!).

Ma si sa, la moda è terreno fertile per improvvise sterzate o persino inversioni ad U. Possiamo dire tranquillamente che la coerenza non è mai stata di moda, per un settore che fa del cambiamento la propria parola d’ordine.

Sorrido anche per quel modo tutto speciale di trovare un senso storico e plausibile ad abiti che fanno francamente schifo: “stop al perbenismo”,  “immagine dura e cruda”,  “risposta urlata all’omologazione”..  Tutte descrizioni scovate con certosina pazienza per evitare quella domanda che rimane perennemente in sospeso: ma chi se li metterà mai questi abiti??

Domanda pertinente quanto mai, visto che sembra che questi abiti si vendano pure. Allora chiediamoci se non sia forse il risultato di quella miriade di commenti edulcorati, alla perenne ricerca dell’ultima pseudo-provocazione.  Siamo sicuri che chi compra questi abiti lo faccia per opporsi?

Piuttosto (come sempre) per distinguersi. Una provocazione vale l’altra e ostentare abiti brutti ha il vantaggio di lasciare immaginare un aplomb intellettuale che dovrebbe fugare ogni dubbio (quale furbizia!).  Oltre al fatto che una moda brutta appare a molti come il capolinea dell’estetica e nel gioco dei contrari questo risulta essere il massimo della distinzione.

Ma allora è il solito gioco della moda, che nel ‘700 imponeva gonne larghe svariati metri e oggi impone vestiti da stracciona.  In tutto questo la Moda non ci fa una gran bella figura (per buona pace di chi la considera un frivolo passatempo), rivelando quel suo lato oscuro fatto di teste non-pensanti.

P.s. Copio qui un commento esemplare ricevuto su questo post:  Guy Laroche diceva: “Mai fare un abito brutto; c’è sempre il rischio che qualcuno se lo metta…”

 

Il pensiero democratico di big Walter: nuvole e bellezza.

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Bello.

La notizia non può che farmi gioire: big Walter, ossia il designer Walter Van Beirendonck (uno dei mitici Antwerp Six) collaborerà  con il mega-marchio Ikea. Il mio apprezzamento per questo designer è noto e ne ho parlato già più volte.

Non sarà l’unica collaborazione del marchio svedese con fashion designer, sono già stati annunciati due altri nomi: l’inglese Katie Eary e lo svedese Martin Bergstroem. Come si può notare dalla scelta dei nomi, non si tratta delle solite collaborazioni per sfruttare l’onda lunga di marchi super conosciuti, piuttosto sembrerebbe (e spero di non sbagliarmi) un esperimento di reale contaminazione creativa.

Lui spiega il suo punto di vista in questo video:

Io mi limito a testimoniare la mia impazienza. Visto il soggetto e visti i suoi gusti in fatto di stile, colori e provocazioni ironiche, non vedo l’ora. Purtroppo però mi toccherà aspettare fino a Giugno 2016.

Le sfilate non finiscono mai..

rick owens 2014-15Bello?

Credo che l’intento ultimo di Rick Owens sia quello di portare allo sfinimento il pubblico delle sfilate. Guardare per credere:

https://www.youtube.com/watch?v=J2qiELvT3Lk

Già solo per questo lo ammiro.

Confessioni di una sarta (ex-stilista).

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Brutto.

Un anno fa aprivo questo blog. Non mi aspettavo niente di speciale, a dire il vero ero molto delusa e anche vagamente arrabbiata: leggevo e vedevo molte cose che non mi tornavano. Soprattutto non mi sembrava di udire voci autonome che parlassero di moda, come se il settore soffrisse i postumi di una anestesia. Non ho mai pensato di risolvere la questione o di apportare un contributo decisivo, solo mi premeva di non restare a guardare. Ho sempre immaginato che la mia voce, in fondo, si sarebbe persa nel mare della rete, però anche il mare è pur sempre fatto di gocce..

Devo anche dire che la mia scelta di bollare i miei interventi con il bello/brutto è stata spesso contestata, mentre qualcuno mi ha addirittura scritto apprezzamenti sicuramente esagerati, definendo questo blog come l’unico avamposto di critica di moda.

Al di là di risultati belli o brutti, i motivi che mi rendevano delusa e un po’ arrabbiata non sono scomparsi e a distanza di un anno mi ritrovo a pensare ancora le stesse cose di allora. E’ per questo che voglio riproporre quel primo post e lo farò allo scadere di ogni anno (ammesso che io o la voglia di continuare duriamo). A meno che le cose non cambino davvero, per me o in generale:

Adieu

“Mi sento come Paul Poiret quando, al termine della sua carriera, disse: – Mi sento molti abiti sotto la pelle..-.

Ma poi quegli abiti rimasero sottopelle e inespressi.

O forse mi sento come Elsa Schiaparelli quando nella sua autobiografia, poco prima di lasciare le scene, scrisse: – Quando il vento ti prende il cappello e te lo porta via, sfidandoti a inseguirlo sempre più lontano, tu devi correre più veloce del vento se vuoi recuperarlo..-.

Ma poi lei si fermò e lasciò che il suo cappello se ne andasse dove lei non poteva, non voleva andare.

Stamattina ho riletto un brano di uno spettacolo di danza di dieci anni fa. Lo ricordo bene e ancora mi emoziona:

Ho trent’anni e sono in pensione / voglio dire ballerino in pensione / non ho trovato altro che rabbia / che delle mezze soluzioni / non ho più piacere a danzare / nè davanti ai borghesi / nè davanti a nessun altro / non ho più niente da dire sulla scena / allora faccio capolino / questa sera è una confessione / è uno spettacolo che si suicida davanti a voi / per soffocamento.

E il ballerino rimase immobile, per tutto lo spettacolo, oltre un’ora, mentre rivoli di sangue blu gli colavano sul corpo.”

Se la moda è nuda.

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Bello?

Basterebbe questa carrellata di immagini per comprendere come alcuni stilisti vedono (o vedevano) l’abito per eccellenza: la pelle.  L’abito che non si sceglie, ma ci identifica per sempre.

In fondo cosa rimane ad uno stilista se gli si tolgono gli abiti? Rimane l’essenza, la sua visione del mondo, tutto in un atteggiamento, una posa, uno sguardo.  Rimane moltissimo quindi.  Tanto da lasciar trapelare ancora più nettamente la sua idea di stile.

Per alcuni è un manifesto alla fragilità, una provocazione sussurrata, per altri è esibizione, o esibizionismo, altri ancora lo interpretano come un coup de théatre, oppure un inno alla plasticità. Per tutti c’è un po’ l’idea che attraverso il proprio corpo sia possibile veicolare un concetto nudo e crudo (appunto): quello che la moda è immaginario, prima ancora che immagine.

Miuccia la Pasionaria.

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Brutto?

La rivoluzione è fatta. Ormai il resto della Milano Fashion Week non ha più motivo di essere: il Prada-pensiero basta e avanza.  Aveva ragione allora la Wintour, quando affermava di venire a Milano solo per la Miuccia?

Ma parliamo della collezione: destabilizzante e massimalista, come ormai consuetudine. Quale rivoluzione, quindi?

Abiti-manga è la mia prima impressione, però no ci sono anche i riferimenti allo sport (capirai, i calzettoni..). Abiti come campionari di textures  e varianti colori. E l’arte dove la mettiamo? Fosse la prima ad aver usato opere di artisti stampate sugli abiti..  Ma la signora dice di non voler fare né politica né arte, ma solo vestiti. Però afferma anche che  lo sanno tutti che io detesto i bei vestiti.  Allora potremmo dire semplicisticamente che questa è una collezione di brutti vestiti.

Ma nel teatrino della moda le cose semplici non hanno motivo di esistere. Allora succede che i brutti vestiti diventano un fatto culturale, un gesto di rottura, addirittura di coraggio.  E ci vuole coraggio certo a mettere in vetrina di questi tempi un tailleur che costa 110.000,00 euri.  Provocazione?  Grazie, abbiamo fatto il pieno.

Il caos, così come la biancheria al contrario, i murales e le contaminazioni, lo chic radicale della autentica borghesia, l’ironia un po spocchiosa..  Abbiamo già visto tutto.  Si può rivedere, non è un peccato. Semmai un peccato di presunzione è passarcelo per un punto e a capo.

Ma c’è un’ultima considerazione che mi gira per la testa sempre più prepotentemente: questi abiti ideologici, in cui la ricerca della stortura e del dettaglio spiazzante è diventata l’unica ragion d’essere, finiscono per avvicinarsi alla strada molto più di quanto chi li ha ideati vorrebbe (o forse no?).   Intendo la strada vera, quella affollata e raffazzonata delle domeniche pedonali. La chiusura del cerchio è un paragone che agli adepti risuonerà blasfemo: Prada come Desigual e Custo.

Questa si che mi sembra una provocazione interessante.

In definitiva il vero limite di Prada non è tanto la moda che propone (che dal punto di vista sociologico mi sembra anche molto interessante), né il pensiero o le dichiarazioni della stilista stessa, quanto piuttosto la folla di ideologi che la trasformano in un manifesto fin troppo serioso, concettualizzando, sminuzzando le esternazioni.   Dimenticando il concetto basilare: che un vestito è un vestito.