Chi cura l’influencer?

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Brutto.

Ha fatto il giro del web (una volta si diceva del mondo) la storia di quella influencer che ha scritto all’albergatore di Dublino chiedendo un soggiorno gratis per lei e il fidanzato in cambio di visibilità sui social. L’albergatore dopo averle risposto picche ha pensato bene di pubblicare botta e risposta sulla sua pagina social, rimandando così al mittente lo stesso furbo stratagemma.

Già, perchè nonostante la marea di commentatori si sia automaticamente schierata con l’albergatore, in questa storia non si salva proprio nessuno. Non la ragazza che, tronfia del suo gruzzoletto di follower, era quasi certa di farli valere come moneta sonante cavalcando un malcostume generale. Non si salva nemmeno il proprietario dell’albergo che ha colto la palla al balzo per farsi una immeritata pubblicità.

Si, perchè quale merito c’è nell’aver risposto semplicemente -No, grazie- a una richiesta ridicola?

Diciamo che la ragazza in questione non brilla certo per arguzia e che l’albergatore invece deve essere un gran volpone e diciamo pure che sarebbe ora di dire basta a questo tipo di condivisioni, dove diventa virale solo ciò che è inutile.

La sete di visibilità ci ha offuscato il cervello, per non parlare del senso critico e ci prestiamo così facilmente a questo gioco di rimbalzo, senza nemmeno accorgerci di quanto a guidarci sia l’interesse di qualcuno che nemmeno conosciamo.

 

Se anche il brutto viene a noia.

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Brutto.

Eccolo qui il brutto che incombe.  E’ bastata una comparsata di due aspiranti e smutandate starlette all’ultimo festival del cinema di Roma, che subito l’idea è stata raccolta e immediatamente rivestita di alternative glamour.

Da chi?  Da Saint Laurent, che ormai da più collezioni porta avanti il vessillo di quello che nell’ultima stagione è stato definito “ugly chic”.

La volgarità definita e apprezzata da Diana Vreeland era ben altra cosa, ammettiamolo.   Era il frutto di uno spirito giocoso oltre che contro-corrente. Qui lo sguardo è blandamente perverso, ammicca e sfotte.  Ma soprattutto annoia.

Eccola la chiave di tanta cerebrale ricerca del brutto a tutti i costi: la noia.

 

 

Pierre Balmain (1914- 1982).

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Brutto.

Non mi interessa occuparmi del planetario battage pubblicitario o della furbissima strategia marketing messi in atto con il connubio tra H&M e Balmain. Non sono cose che valga la pena di analizzare, a meno che non siate manager e vi occupiate di numeri o siate esperti analisti del settore. Non è il mio caso.

Quello che noto a prima vista è l’involgarimento dello stile. Sarà perché è indirizzato a un consumatore low cost? Deve essere questo ciò che pensano i grandi marchi delle masse.  No, non mi stupisco affatto, democratizzazione fa solitamente rima con roba cafona. D’altra parte cosa si pretende, non siamo mica su Rai Educational?

Allora quello che faccio di solito in questi casi, è rifarmi gli occhi con un po’ di storia, ricordando da dove siamo venuti.  Si, perché prima di Balmain c’era un certo Pierre Balmain, che si dice addirittura avesse anticipato il new look di Dior. Di certo i due erano amici e prima ancora di diventare qualcuno, progettarono di aprire insieme la loro prima maison. Poi non ne fecero nulla e ognuno andò per la sua strada, che per entrambi fu ricca di successi e soddisfazioni. Ma bando alle ciance, ecco qualche esempio dello stile jolie madame del nostro, che, a proposito del suo mestiere diceva: “Siamo artigiani con un dono speciale per il bello”.

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E a proposito di stile, diceva ancora: “Rispettate i principi base della moda e sarete sempre in sintonia con le ultime tendenze, senza caderne preda”.

Una lezione che in casa Balmain devono aver dimenticato.

Highlanders con riserva.

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Brutto?

Nell’ultima campagna pubblicitaria di Versace compare Lady Gaga, che dopo Madonna rinsalda la liaison tra la casa di moda e il versante glam/pop della musica, oltre che la predilezione per stars dalle origini italiche.

Quello che mi stupisce però, è la scelta lampante di clonare il personaggio a immagine e somiglianza della direttrice creativa.  Ho immaginato che Donatella Versace ambirebbe, pure lei, a far parte della schiera degli Highlander, tanto da rendere immortale la sua immagine anche attraverso tutto ciò che tocca, testimonial comprese.

E avrebbe potuto esserlo, a buona ragione, se non fosse che il suo viso si è andato deteriorando molto in fretta, troppo per poter far parte dell’ambito gruppo.  A dimostrazione del fatto (se ancora fosse necessario dimostrarlo) che non tutto si può comprare.

Visionari. 1

serge lutens 3                                                                      Serge Lutens

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Bello.

Serge Lutens appartiene senz’altro alla categoria dei visionari, coloro che non hanno bisogno di descriversi per raccontare la personalissima idea di bellezza, basta ciò che creano.  Eppure una qualche descrizione alla fine l’ha fornita lui stesso:

La bellezza odia le regole.  L’unica regola dell’arte è non avere regole per dare vita alla belezza.

Beauty hates rules. The only rule of art is not to have rule to give life to beauty.

Molti conoscono e apprezzano Lutens come profumiere raffinatissimo (per anni ho amato i suoi Fleurs d’oranger e Datura noir), ma nella sua biografia c’è molto di più: ha lavorato a lungo per Vogue Francia e per Dior. Diana Vreeland lo definiva ‘rivoluzionario’. Ha lavorato a fianco di fotografi mitici come Avedon, Richardson e Penn e da loro deve aver appreso la tecnica che ha poi messo al servizio delle sue visioni in immagini, esposte anche al Guggenheim di New York.

Ha girato cortometraggi indimenticabili, vincendo due Leoni d’oro a Cannes.  Le sue immagini per le campagne pubblicitarie di Shiseido hanno accompagnato la mia adolescenza facendomi sognare e distinguendosi da tutte le altre. Così avanti, così fuori dagli schemi per quelle donne androgine e stilizzate come fumetti.

La sua idea di bellezza assomiglia a quei distillati di essenze pure di cui è maestro nell’arte della profumeria: poche gocce che racchiudono un mondo, una filosofia.

Anche lui, come già fece Yves Saint Laurent, ha fatto di Marrakech la sua casa. Per chi ha visitato la città, non è difficile capire il perché: la città dove gli odori si uniscono ai colori.

La sua ultima creazione è un’acqua, l’Eau Serge Lutens, come dire tornare al principio; il riassunto olfattivo in cui tutto si dissolve.

Se la puzza diventa trendy.

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Brutto.

Non è uno scherzo, bensì un vero prodotto di nicchia per nasi raffinati (108 euri per 30ml!). Insomma la versione glamour per ‘l’uomo che non deve chiedere, mai’.

Basta con i fiori, le essenze gourmand, i legni rari; la nuova frontiera della profumeria sono gli odori corporei: sudore, latte materno, odori sessuali..   Ma vi segnalo un’altra chicca: Peety di O’Driù, un profumo a cui vanno aggiunte (tocco personalissimo!) 10 gocce della propria pipì.. Anche questo non te lo regalano: ben 150 euri.

Secondo Lidewij Edelkoort, definita una delle 25 donne più influenti della moda, c’è voglia di odori animali, primitivi. L’odore di pulito ha stancato, quindi l’idea è quella di riprodurre l’odore di sporco, brutto e cattivo.

Basterebbe non lavarsi, obietterà qualcuno.. Troppo facile. Sporco si, ma griffato.